Veloce come il vento

Veloce come il vento

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Matteo Rovere torna alla regia con Veloce come il vento: ambizioso progetto d’ambientazione automobilistica che guarda – con convinzione ma con qualche impaccio di troppo – al modello del cinema di genere statunitense. E con uno Stefano Accorsi al di là del bene e del male, vicino al sublime.

Vado al massimo

La passione per i motori scorre da sempre nelle vene di Giulia De Martino. Viene da una famiglia che da generazioni sforna campioni di corse automobilistiche. Anche lei è un pilota, un talento che a soli diciassette anni partecipa al campionato GT, sotto la guida del padre Mario. Ma un giorno tutto cambia e spunta fuori suo fratello Loris, ormai completamente alla deriva… [sinossi]

Quante volte abbiamo auspicato la rinascita di un cinema di genere in Italia? Di un solido prodotto medio non di commedia, capace di guardare ai fasti del nostro cinema passato e di rinnovarne i codici? Quante volte abbiamo invece finito per chinare la testa, rassegnati?
Le illusioni e le delusioni ormai non si contano più, ma come per una coazione a ripetere, simile in qualche modo a quella delle rane di galvanica memoria, torna sempre il momento per ricominciare a sperare. Ed è questo. Pochi giorni fa infatti abbiamo accolto con favore la notizia che i film con il maggior numero di candidature ai David di Donatello sono due titoli di genere, Lo chiamavano Jeeg Robot e Non essere cattivo (diretto purtroppo da un regista che non c’è più). E poi arriva un film quale Veloce come il vento che potrebbe ulteriormente ringalluzzire le speranze di chi si muove, intorno a questo tema, costantemente tra l’ottimismo della volontà e il pessimismo della ragione. D’altronde, di solito tre indizi fanno una prova.

Invece, forse, non è così. Di fronte ai limiti di Veloce come il vento ci riviene subito il sospetto che di strada da fare ce ne sia ancora molta. E non sappiamo nemmeno dire se il sasso lanciato da Rovere nello stagno del nostro cinema possa smuovere davvero qualcosa; molto dipende dal tipo di accoglienza che avrà in sala.
Ma, va detto, che era lecito aspettarsi di più. Non si contesta il setting, anzi: l’idea di ambientare una storia di affetti perduti e ritrovati nel mondo dell’automobilismo emiliano-romagnolo ci sembra ottima. Per personaggi e aspirazioni – il vecchio maestro disilluso e la giovane allieva piena di speranze – Veloce come il vento sembra rifarsi a un modello altissimo come Million Dollar Baby di Clint Eastwood (che invece delle auto aveva la boxe, ma sempre di film sportivo si trattava), più che ripercorrere le tracce del modesto – troppo modesto – esordio di Daniele Vicari, Velocità massima (ultimo titolo italiano, a nostra memoria, a occuparsi di motori, prima di Rovere).
L’ambizione produttiva, anche, sembra reggere il passo: vi sono veri inseguimenti, non solo sulle piste ma anche in strada, e vi sono location scelte con cura (il casale in cui vive la giovane Giulia con il fratello, la roulotte in cui si è rifugiato il primogenito Loris). Rovere stesso inoltre sembra aver ritrovato il coraggio e la voglia di affrontare un tema nelle sue corde, dopo il fallimento di Gli sfiorati e dopo l’ottima intuizione di Smetto quando voglio (da lui prodotto). Vi è anche una giovane promessa da lanciare, Matilda De Angelis nel ruolo della protagonista, e persino un attore – da sempre noto per la sua rigidità – da ricodificare e in qualche modo da far rinascere, uno Stefano Accorsi che, con i capelli lunghi e unti e i denti rovinati, si lancia in una recitazione spiazzante, “all’americana”, nel tentativo di ritrovare l’istinto attoriale. Una scommessa, quest’ultima, che sembra vinta, anche se qualche dubbio resta: in particolare si ha l’impressione che Accorsi, invece di guadagnare in naturalezza nell’esprimersi in dialetto, risulti a tratti ancora più costruito (che è l’esatto contrario di quel che succede di solito agli attori italiani). Detto questo però il suo ruolo è così azzeccato, tra droga e cazzonismo, abbandono dei freni inibitori e autolesionismo, da farne un’apparizione quasi sublime, che supera ogni metro di giudizio, al di là del bene e del male.

Quel che però manca a Rovere è la precisione del dettaglio, è l’approccio chirurgico verso certi momenti decisivi del racconto, è la resa efficace delle sequenze automobilistiche. Vi sono diversi esempi da citare in merito, a partire da un incipit girato e concepito in modo abbastanza maldestro (con la voice over pseudo-poetica della protagonista e con un drone che svolazza in libertà; e presto bisognerà fare i conti con i danni estetici che sta provocando una innovazione tecnica e a basso costo come il drone, tanto da farci rimpiangere i buoni vecchi dolly), senza dimenticare certe svolte narrative costruite male (la ragazza di Loris che sparisce nel nulla e poi ritorna nella scena forse più confusa in assoluto, dove scatta una rissa inconsulta e registicamente incontrollata), fino ad arrivare a un montaggio troppo rapido nelle sequenze d’azione in cui si fatica a veder restituita l’emozione di un sorpasso o di un’uscita fuori pista (perché non si è insistito di più sulla soggettiva dei piloti, che da sempre rappresenta l’elemento più spettacolare di una sfida in auto?).
Alcuni di quelli elencati saranno probabilmente aspetti secondari – e magari lo sono – ma ci sembra che nel complesso siano indicativi di un non perfetto controllo della situazione, di un andamento altalenante che alterna sequenze azzeccate a qualche caduta di tono. E allora, di fronte a questi balbettii, finisce spesso per mancare la fluidità del racconto. L’enfasi dell’azione, perciò, che è indispensabile in ogni film sportivo che si rispetti e che viene debilitata dal già citato montaggio spezzettato, emerge con difficoltà e viene spinta da Rovere in modo forzato, con ad esempio qualche dettaglio di troppo (come le cuffie che deve indossare Loris per poter tornare ‘in pista’ e che sono oggetto di insistite riprese).
E se l’enfasi non arriva al necessario grado di coinvolgimento, allora anche l’epica finisce per smorzarsi. E un film sportivo deve essere epico, travolgente nel rendere l’atto agonistico che mette in scena, commovente nel raccontare il riscatto dei personaggi. Ecco perché, prima di lanciarci in un nuovo peana sulla rinascita del cinema di genere in Italia, forse è il caso di aspettare ancora un po’. Matteo Rovere con Veloce come il vento – e la Fandango producendo il film – ha fatto un buon passo, ma incerto. Si deve poter pretendere di più.

Info
Il trailer di Veloce come il vento.
La pagina facebook di Veloce come il vento.
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