La vita è un sogno

La vita è un sogno

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La vita è un sogno è il film che nel 1993 consacra (negli Stati Uniti) Richard Linklater come uno dei registi più interessanti del “giovane” cinema hollywoodiano. A ventitré anni di distanza si conferma uno dei migliori teen-movie degli ultimi decenni.

Storditi e confusi

Austin (Texas), 28 maggio 1976: è l’ultimo giorno di scuola. Nell’arco di un’intera giornata si snodano le vicende parallele di Mitch Kramer e Sabrina Davis, due matricole del liceo che subiscono vessazioni tipiche da “rituale d’iniziazione” da parte degli studenti più anziani finché Randall “Pink” Floyd e Jodi, sorella di Mitch, non li prendono rispettivamente sotto la loro protezione. La storia prosegue per una notte intera dove si avvicendano amori e riflessioni… [sinossi]
It’s like the every-other-decade theory:
The ’50s were boring, the ’60s rocked,
and the ’70s, oh God, they obviously suck, right?
Maybe the ’80s will be radical.
I figure we’ll be in our twenties…
Hey, it can’t get any worse.
Da La vita è un sogno

Dazed and Confused è il brano che chiude il lato A del primo LP dei Led Zeppelin; Jimmy Page, dopo averlo già riarrangiato per gli Yardbirds, lo rubacchiò al cantautore folk Jake Holmes, trasformandolo in uno dei classici più noti degli Zeppelin, grazie all’apertura data dal basso di John Paul Jones e all’utilizzo di Page dell’archetto di violino sulla chitarra. Dazed and Confused si installa nell’immaginario rocker a cavallo tra gli anni Sessanta e Settanta, e fatica a lasciarlo. Si deve con ogni probabilità in gran parte proprio al mancato immaginario rock dello spettatore medio italiano lo slittamento di senso nella traduzione dell’opera terza (ma la prima a essere distribuita nella penisola) di Richard Linklater; messi da parte Page, Led Zeppelin e assoli di chitarra, l’adattamento sposta tutto dalle parti de La vita è un sogno, che rimanda al dramma teologico di Pedro Calderón de la Barca, ma sa anche tanto degli oziosi quesiti pseudo-filosofici di Gigi Marzullo.
Eppure l’infedeltà della traduzione riesce, forse inconsapevolmente, a mantenere un’aderenza con il film: se infatti i giovani protagonisti vivono un’età dazed and confused, “stordita e confusa”, il rapporto di Linklater con la crescita trova spesso un punto di contatto con l’aspetto onirico della vita. Un passaggio cruciale non solo nel programmatico Waking Life, viaggio nei meandri del cosiddetto “sogno lucido” che prese parte al concorso della Mostra di Venezia nel 2001: il punto di svolta di Prima dell’alba è la notte passata al Prater di Vienna, e anche in Everybody Wants Some (di prossima uscita in Italia) ci si addormenta beatamente nell’ingresso nella vita adulta. Anche Wiley Wiggins, carattere tra i principali de La vita è un sogno, alla fine del film si addormenta: il lungo ultimo giorno di scuola è terminato, il sonno/sogno porterà con sé l’estate da matricola.
Si articola come una continua progressione di snodi esistenziali, La vita è un sogno: c’è chi sta finendo il liceo, chi deve decidere se continuare o meno a far parte della squadra di football (accettando le regole dettate dall’allenatore per quel che concerne droghe e sesso), chi si lascia alle spalle le medie pensando di essere diventato un uomo.

Linklater, all’epoca delle riprese poco più che trentenne, rielabora lo schema corale del precedente Slacker (rimasto vergognosamente inedito in Italia, un destino toccato anche a It’s Impossible to Learn to Plow by Reading Books, Tape e Bernie) e lo modella su un classico del teen-movie statunitense come American Graffiti di George Lucas.
L’ultima notte di “libertà” descritta da Lucas si trasforma però nella prima notte di “libertà”, una differenza che sarebbe sminuente considerare superficiale. Sebbene entrambi i registi non disdegnino una prospettiva generazionale (si vedrà in seguito in che modo), Lucas affida al vagabondare privo di meta delle automobili per le strade di Modesto, California, un valore metaforico che a Linklater non sembra interessare più di tanto. Il futuro di Ron Howard, Richard Dreyfuss, Paul Le Mat e Charles Martin Smith è già segnato in calce nell’anno scelto per l’ambientazione: nel 1962 per loro c’è la giungla vietnamita, la mediocrità di un boom solo economico, le pulsioni forse suicide delle corse clandestine. C’è il mito di un ribellismo soffocato prima di nascere – e a Modesto i fremiti sessantottini sembrano ancora sopiti –, ma senza alcun lascito nel presente.
È un lapidario commento sui titoli di coda, mentre scivolano fantasmatiche le note di All Summer Long dei Beach Boys – ectoplasma che arriva dal futuro, visto che verrà incisa solo nel 1964 –, a certificare il fallimento della generazione pre-contestazione. Lì dove lo sguardo di Lucas si fa consolatorio e melanconico, Linklater ne La vita è un sogno coglie la totale transitorietà di ciò che sta raccontando. Non esiste nulla di definitivo nell’adolescenza, e i primi a esserne consapevoli sono proprio i ragazzi. “Se dovessi riferirmi a questi come ai migliori anni della mia vita, ricordatemi di suicidarmi”, sentenzia Randy Floyd, soprannominato Pink dagli amici, e gli fa eco, in un altro momento del film, Cynthia quando si lancia nella riflessione sulla “teoria delle decadi” che apre come citazione questo articolo.

Già, la “teoria delle decadi”: a Linklater basta un dialogo ironico, senza alcun peso specifico, per lanciare un mattone sullo stomaco dello spettatore. Cynthia immagina gli anni Ottanta come un periodo radicale (anche nel senso politico del termine), ignorando lo sfacelo reaganiano che si abbatterà sulla nazione.
Attraverso uno studio sintetico ma accurato delle tipologie di personaggi (i secchioni liberal, gli atleti, il fattone, le cheerleader, il bullo, i nullafacenti) Linklater ordisce un diagramma credibile dei giovani statunitensi degli anni Settanta, ma allo stesso tempo fotografa un momento come quello dell’adolescenza, universale e sempre uguale a se stesso. La scelta del 1976 è senza dubbio legata all’autobiografia del regista, all’epoca dei fatti narrati texano sedicenne, ma acquista un valore simbolico non indifferente: mentre il Vietnam si avvia verso la storica riunificazione, gli Stati Uniti si preparano alle elezioni presidenziali, che in novembre Jimmy Carter vincerà di un soffio, unico mandato democratico tra il 1968 e il 1992. Ma, soprattutto, il 4 luglio del 1976, gli Stati Uniti festeggiano il bicentenario della loro fondazione: mentre l’italoamericano Rocky Balboa si prepara all’incontro con Apollo Creed, Randy e i suoi amici si organizzano per la vera priorità dell’estate, il concerto degli Aerosmith – e la loro Sweet Emotions apre la ricca colonna sonora, che spazia dal Bob Dylan di Hurricane ad Alice Cooper, passando per Lynyrd Skynyrd, Deep Purple e Black Sabbath. Gli Stati Uniti de La vita è un sogno sono una nazione pasciuta ma insoddisfatta, che non sa davvero cosa pretendere, persa tra disillusione (“Okay guys, one more thing, this summer when you’re being inundated with all this American bicentennial Fourth Of July brouhaha, don’t forget what you’re celebrating, and that’s the fact that a bunch of slave-owning, aristocratic, white males didn’t want to pay their taxes”, ricorda la giovane professoressa Ginny Stroud ai suoi studenti, proprio mentre l’ultima campanella dell’anno sta squillando) e cinismo, e abbarbicata a rituali vuoti, replicati solo per poter trovare ancora un senso compiuto all’essere comunità.
Come spesso capita nel cinema di Linklater, anche La vita è un sogno è un film di gruppo, che analizza differenze e similitudini, scontri e rappacificazioni. Un bildungsroman infinito, dal quale si deve uscire con il superamento di alcune prove inevitabili – “fumo, fica e birra”, semplificherebbe il Buff/Steve Zahn dell’ottimo Suburbia, che Linklater dirigerà nel 1998 su testo di Eric Bogosian – e con la consapevolezza, una volta di più, che nessuna regola nella vita può essere davvero seguita alla lettera, senza sconfinare in campi sconosciuti. In sogni infiniti, dai quali ci si sveglia adulti, e forse sconfitti. Per questo il bullo Fred O’Bannion si fa bocciare ogni anno, per questo il venticinquenne David Wooderson preferisce continuare a frequentare i ragazzi (e soprattutto le ragazze) del liceo.

Opera di una maturità sorprendente, che coniuga una mestizia screziata di dolcezza ai cliché del teen-movie, riprendendoli non solo da American Graffiti ma ancor più soprattutto da Fast Times at Ridgemont High, diretto nel 1982 da Amy Heckerling su sceneggiatura di Cameron Crowe, La vita è un sogno è la stella polare del cinema di Linklater, e qui il regista di Austin torna ciclicamente a bagnare le proprie vesti, come testimonia il già citato Everybody Wants Some, che può esserne considerato a pieno merito un sequel. Diretto con uno stile semplice ma di rara efficacia, in cui i tratti peculiari del cinema statunitense si mescolano con uno sguardo che sembra già intinto nella poetica di Eric Rohmer, La vita è un sogno è un piccolo gioiello da (ri)scoprire, senza paura di ritrovarsi sui titoli di coda storditi e confusi. Sognanti.

Info
La vita è un sogno, il trailer.
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