Mister Chocolat

Mister Chocolat

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Mister Chocolat racconta la storia di Rafael Padilla, primo clown di colore nel circo francese, a cavallo tra Ottocento e Novecento; un racconto programmatico e a ben vedere conservatore, senza una reale forza.

Con le migliori intenzioni

Rafael Padilla, nome d’arte Chocolat, nacque a Cuba intorno al 1860. Dal circo al teatro, dall’anonimato alla fama, il film racconta il suo incredibile destino di primo artista nero in Francia a calcare la scena di un teatro e, con il clown Foottit, a creare un duo comico di successo tra un artista bianco e uno di colore divenuto poi popolare nella Parigi della Belle époque, fino a quando questioni legate al denaro, al gioco d’azzardo e alla discriminazione razziale compromisero l’amicizia e la carriera di Chocolat. Il film racconta la struggente storia vera di un’amicizia unica e profonda in un’epoca di pregiudizi e discriminazioni. [sinossi]

In Mister Chocolat si dissolve tutto negli ultimi secondi prima dei titoli di coda: le scritte che scorrono sullo schermo nero per educare il pubblico sulla sorte di Rafael Padilla in arte Chocolat e le brevi immagini d’epoca che lo raffigurano accanto al suo compagno di ventura, il “clown bianco” George Foottit. Il cinema borghese, dopo aver romanzato la storia, si sente in dovere di certificarne la verità agli occhi del pubblico. Perché Chocolat visse realmente, e realmente morì in miseria a neanche cinquant’anni, mentre la Grande Guerra imperversava in Europa, consolidando confini geografici e culturali.
Padilla, schiavo in fuga da Cuba appena adolescente diventato attrazione da circo nelle vesti di selvaggio da educare, rappresentò un caso nella Francia democratica ma-non-troppo della Belle époque, in cui spinta verso le arti e crudele imperialismo cercavano una deforme ed effimera unione. In quella Francia contro le cui fondamenta ringhiò l’imberbe Arthur Rimbaud di Démocratie [1], l’uomo non bianco era una bestia esotica, preda conquistata e domata grazie allo spirito coloniale. Anche per questo l’affermazione di Padilla nella parte dell’“Augusto nero” Chocolat fu salutata come una novità senza precedenti: un negro uomo copertina? Impensabile, eppure vero.

In Mister Chocolat questo aspetto della vicenda (la fama sempre crescente del clown che, da circense itinerante, diventa una delle stelle più luminose della costellazione parigina) viene lasciato in secondo piano, come la questione legata ai contratti di Padilla, sempre firmati a nome di Foottit con i proventi suddivisi in modo diseguale. Roschdy Zem, alla quarta regia ma davanti alla macchina da presa da quasi trenta anni, descrive una Francia ingiusta e razzista, ma come se si trattasse di un fenomeno sociale figlio dei tempi, e non di una specifica conseguenza di un sistema imperialista e capitalista, che ammanta il colonialismo di folli pretese progressiste per celarne la natura bieca e profittatrice.
Dimenticando per strada il conflitto di classe – sfumato in un paio di dialoghi e nella figura appena accennata dell’intellettuale haitiano che instilla in Padilla l’idea della protesta politica – Mister Chocolat si riduce a essere solo ed esclusivamente un film biografico: del proprio genere di riferimento rispetta ogni regola, dall’amore abbandonato al proprio destino una volta raggiunto il successo all’incapacità di gestire lo stesso, sperperando denaro nell’alcol e nel gioco d’azzardo. Questa coperta protettiva dalla realtà, tenuta a debita distanza attraverso l’artificio del genere e di una tradizione da dramma d’antan che non ha appigli nella contemporaneità, cozza con l’ambizione di ergersi a conservatore della memoria e del vero. Ma proprio la riscoperta della vita e dell’arte di Rafael Padilla, avvenuta solo negli ultimi anni, va a evidenziare la pecca più grave di Mister Chocolat: narrare della rivoluzione di due clown in scena, introdotta proprio da Foottit e Chocolat (altro elemento smarrito nel corso del film, e considerato secondario) senza aprire gli occhi sull’oggi, in una Francia che porta su di sé i segni tragici del fallimento di un’idea di integrazione fallace e basata sul concetto di accettazione dello standard da parte dell’altro, è una scelta che solleva ben più di un legittimo dubbio. Farlo mettendo in scena un cinema borghese, imbolsito e retorico, è una colpa ancora più grave. Se poi si aggiunge uno sguardo pietoso, colmo di sensi di colpa repressi, affidato alle mani di un afrodiscendente come Zem, Mister Chocolat assume contorni quasi grotteschi.

Certo, resta l’accorata interpretazione di Omar Sy (seconda generazione francese di origini senegalesi e mauritane, ben distante dall’origine caraibica di Padilla; dettaglio secondario, ma che rafforza l’impressione di un prodotto studiato a tavolino e non troppo interessato alla pur sbandierata verità), sempre più rivolto a una riedizione d’Oltralpe di ciò che Eddie Murphy rappresentò negli anni Ottanta per Hollywood, ma non incide sulle sorti di un progetto prevedibile, fin troppo misurato, conservatore nella forma e forse anche nella sostanza. Cinema per platee socialdemocratiche, pronte a commuoversi e indignarsi, lavandosi la coscienza prima di tornare alla vita di tutti i giorni.
Nel ragionare su Padilla/Chocolat e su tutti i figli delle colonie considerati pari solo sulla carta, ben altra lucidità e coraggio mostrò nel 1916 Giuseppe Ungaretti con In memoria, poesia composta dal fronte e dedicata all’amico Moammed Sceab, maghrebino trapiantato in Francia e morto suicida con il nome di Marcel. Per comprendere cosa comportano termini come ricordo e verità basta rileggerla…

Si chiamava
Moammed Sceab
Discendente
di emiri di nomadi
suicida
perché non aveva più
Patria
Amò la Francia
e mutò nome
Fu Marcel
ma non era Francese
e non sapeva più
vivere
nella tenda dei suoi
dove si ascolta la cantilena
del Corano
gustando un caffè.
E non sapeva
sciogliere
il canto
del suo abbandono
L’ho accompagnato
insieme alla padrona dell’albergo
dove abitavamo
a Parigi
dal numero 5 della rue des Carmes
appassito vicolo in discesa.
Riposa
nel camposanto d’Ivry
sobborgo che pare
sempre
in una giornata
di una
decomposta fiera
E forse io solo
so ancora
che visse.
Note
1. Nel 1873 Rimbaud scrive ciò: “Le drapeau va au paysage immonde, et notre patois étouffe le tambour. Aux centres nous alimenterons la plus cynique prostitution. Nous massacrerons les révoltes logiques. Aux pays poivrés et détrempés ! – au service des plus monstrueuses exploitations industrielles ou militaires. Au revoir ici, n’importe où. Conscrits du bon vouloir, nous aurons la philosophie féroce ; ignorants pour la science, roués pour le confort ; la crevaison pour le monde qui va. C’est la vraie marche. En avant, route !”.
Questa la traduzione: “La bandiera va verso il paesaggio immondo, e il nostro gergo soffoca il tamburo. Nei centri alimenteremo la più cinica prostituzione. Massacreremo le rivolte logiche. Nei paesi impepati e infradiciati! – al servizio dei più mostruosi sfruttamenti industriali o militari. Arrivederci qui, in un posto qualunque. Coscritti di buona volontà, avremo la filosofia feroce; ignoranti per la scienza, furbi per le comodità; crepare per il mondo che avanza. È la vera marcia. Avanti, marsc!”
Info
Il trailer di Mister Chocolat.
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