Zona d’ombra

Zona d’ombra

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Troppo concentrato sul suo protagonista, Zona d’ombra dovrebbe raccontare gli interessi economici che governano il football americano anche a discapito della salute dei giocatori, ma non va mai affondo in nessuna direzione.

Parlo con la gente morta

Il dottor Bennet Omalu, immigrato negli Stati Uniti e diventato un brillante neuropatologo forense, compie un’importante scoperta nel campo della medicina. Ma nella sua ricerca della verità, il dottor Omalu entrerà in conflitto con una delle più potenti istituzioni del mondo, pagando un prezzo emotivo e personale molto alto.[sinossi]

Era il 1963 quando Dino Risi in “La nobile arte”, l’ultimo episodio de I mostri, metteva in scena con acume e stridente crudeltà l’amaro destino cui andava incontro un ex pugile professionista, ormai rintronato dai troppi colpi incassati. “E so’ contento”, ripeteva lo stralunato boxeur (Vittorio Gassmann) allo spregiudicato impresario (Ugo Tognazzi) pronto, pur di racimolare un po’ di denaro, a riportarlo sul ring, avviandolo così verso un destino di invalidità e demenza.
Le conseguenze di uno sport come il pugilato sono dunque cosa nota da tempo, sia dalle nostre parti che oltreoceano eppure, a quanto pare, per l’altrettanto violento, quanto a colpi inferti e subiti, football americano, che tra gli sport nazionali americani è il più popolare, il riconoscimento dei danni cerebrali subiti dai giocatori è cosa alquanto recente. Il primo a presentare una ricerca sul campo e ad effettuare la diagnosi di Encefalite Traumatica Cronica (CTE) è stato il Dott. Bennet Omalu, un tenace patologo forense di origine nigeriana, che ha avuto l’ardire di sfidare i cospicui interessi della National Football League (NFL) pur di vedere affermata la veridicità dei suoi studi, poi sancita nel 2002.

Tocca ora a Peter Landesman (già autore del maldestro Parkland) portare sul grande schermo con Zona d’ombra (Concussion) questa proverbiale vicenda di “Davide contro Golia” innestandola con una poco convinta messa in discussione del mito imperituro della “terra delle opportunità” (il Dott. Bennet per via delle sue scoperte ha subito duri attacchi personali e professionali e ha poi ottenuto la cittadinanza Usa solo nel 2015), utile però sostanzialmente a riconfermarne tutte le promesse di gloria.
Per non sbagliare, il prudente Landesman punta tutto sul suo plot basico e sull’opportuna star prescelta, quel Will Smith che già da qualche tempo appare interessato a inserire all’interno della sua filmografia, in gran parte dedicata al puro intrattenimento (risultano in preparazione Bad Boys 2 e 3) episodi più “pensosi” (pensiamo ai mucciniani La ricerca della felicità e Sette anime).
Selezionato come titolo d’apertura del Bif&st 2016 e nelle sale nostrane dal 21 aprile, Zona d’ombra è dunque un biopic in piena regola, completamente assorbito dalla sua parabola umana densa di senso civico, risultando però poco interessato a problematizzare davvero la questione che inquina lo sport, ovvero gli interessi economici della NFL. Anzi, a dirla tutta, per semplificare le cose, il football di Zona d’ombra è raffigurato (molto poco, tra l’altro) come una disciplina di squadra crudele e violenta, capace di mandare in corto circuito le menti di tanti giovani aitanti “bistecconi” made in Usa.

Ecco dunque che il nostro pacato Dott. Bennett ci viene presentato come un accorto e umanissimo medico legale, dedito durante le autopsie a dialogare in maniera rassicurante con i suoi “pazienti”. Per loro non bada a spese, ed è pronto a pagare di tasca proprie le analisi più accurate. Non se ne parla poi di utilizzare gli stessi bisturi per tutti, meglio buttarli e acquistarne d nuovi, perché ci sono morti “buoni” e morti “cattivi” e la stessa lama non può intaccare magari prima le carni di un assassino e poi quelle di una brava persona. Bennett ha inoltre sul luogo di lavoro un mentore paterno sempre pronto a sostenerlo (il direttore del reparto di medicina legale) e un terribile oppositore, incarnato da un collega il cui astio nei suoi confronti non è mai realmente motivato, se non da un tifo coriaceo del perfido collega per il football americano. Tutto ha inizio infatti dall’accurata analisi del cervello di un ex giocatore dei Pittsburgh Steelers adoprata da Bennett, e dal cui esito verrà fuori un danneggiamento inimmaginabile delle cellule celebrali dell’ex campione deceduto. Sul tavolo dell’obitorio di Bennett arriveranno poi fatalmente altri ex giocatori, tutti passati a miglior vita dopo aver dato prova di notevoli disturbi psichici. Ecco allora che la verità scientifica inizia a corroborarsi, trasformandosi infine nella diagnosi di Encefalite Traumatica Cronica, coniata da Bennett.

Zona d’ombra sembra scorrere rapido e senza intoppi, il nostro eroe fa naturalmente vita ritirata, passa dall’obitorio alla chiesa di quartiere, ed è qui che gli viene proposta una compagnia domestica: una fanciulla appena immigrata dall’Africa e bisognosa di un luogo ove albergare. La donna diventerà sua moglie e lo sosterrà nella sua lotta, costi quel che costi. Ecco poi Bennett parlare con altri medici, anche interni alla Lega football, scontrarsi con i loro pareri, trovare alleati, poi parlare con la stampa. La sua ars oratoria è però nel complesso poco convincente e scarsamente sostenuta sia dai dialoghi, che risultano fiacchi e ripetitivi, che dalla regia di Landesman, altrettanto piatta e insignificante. Quanto a Will Smith, il suo parlare con un costante e spiccato accento africano è certamente frutto di intento di mimesi pressoché totale, ma dal momento che il personaggio in questione non è universalmente noto, questo approccio recitativo si rivela via via sempre più fallace, quando non risibile, e di certo monocorde. Insomma il pervicace perseguimento della mimesi porta l’attore fuori strada al punto che il suo personaggio non riesce a regalare neanche un istante di autenticità, né dunque di reale coinvolgimento emotivo.

Pudico e sostanzialmente privo di sorprese, Zona d’ombra ci risparmia con fin troppa premura i dettagli riguardanti il lavoro del protagonista, che pure dovrebbero essere fondamentali per entrare nel film. Delle autopsie infatti non vediamo quasi nulla, viene azionato un trapano, sventolata rapidamente una Tac, poi scorgiamo di sfuggita dei coltellacci insanguinati nel cestino delle immondizie. Qualunque serie Tv medical o poliziesca, da Dr. House a CSI, spiega le cose con maggiore chiarezza. Persino la retorica, in una storia come questa, che ben si prestava a svolazzi e impennate, non riesce mai ad essere roboante, al massimo diventa semplicistica: Dio ha creato il paradiso e solo un gradino sotto ha posizionato l’America, un luogo dove è possibile realizzare una versione migliore di se stessi o eventualmente scegliersene una fittizia.

Nonostante la storia che narra proponga sulla carta parecchi spunti di riflessione (la scienza, Dio, la patria, lo sport, la lotta per la verità), sembra dunque che Landesman con Zona d’ombra abbia voluto, a dispetto del titolo italiano del film, evitare chiaroscuri, ma così facendo ha tagliato via anche le possibilità drammatiche della vicenda, e la capacità di suscitare nello spettatore quello sdegno che caratterizza invece la migliore tradizione del cinema civile statunitense, di cui, ci si perdonerà il reiterato gioco di parole, qui non ce n’è nemmeno l’ombra.

Info
La pagina dedicata a Zone d’ombra sul sito del Bif&st.
Il sito ufficiale di Zona d’ombra.
La pagina Facebook ufficiale.
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