Ryuzo and The Seven Henchmen

Ryuzo and The Seven Henchmen

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Apertura del Festival del Cinema Africano, d’Asia e d’America Latina di Milano, Ryuzo and The Seven Henchmen segna un ritorno all’autentico spirito giullaresco e satirico di Takeshi Kitano ma rivela anche una intensa vena nostalgica.

Yakuza al tramonto

Ryuzo e i suoi sette compari sono anziani yakuza che vivono ormai una vita ordinaria da pensionati. Un giorno, Ryuzo rischia di cadere vittima di una truffa. Furioso contro questi giovani criminali che non si vergognano di derubare i vecchietti, decide rimettere insieme la banda di un tempo e dare loro una lezione. [sinossi]

In tanti si era rimasti delusi da Outrage e da Outrage Beyond, da un Takeshi Kitano che non sembrava più tanto convinto, stanco, tanto da realizzare una parodia, involontaria, di se stesso e dei suoi yakuza eiga. Non era più, insomma, il Kitano di una volta. Probabilmente lui stesso ne è stato consapevole e con questo nuovo film di gangster, Ryuzo and the Seven Henchmen presentato al FCAAAL di Milano, costruisce una parodia consapevole del suo cinema, e non solo. Nel raccontare di Ryuzo, yakuza in pensione, della vecchia scuola, che non ha mai rinnegato il suo passato malavitoso, che anzi ricorda con orgoglio, Beat Takeshi parla della senilità, sua, del suo cinema, di un genere ma anche di un cinema classico che non c’è più. Siamo dalle parti dei western crepuscolari e dei samurai al tramonto.

Ryuzo vive con la sua famiglia, borghese e benestante. Il figlio ha un buon lavoro in una florida società. I suoi parenti gli rimproverano di non aver mai voluto seppellire il suo passato, di non essersi mai fatto mettere delle protesi per le due dita amputate, dimostrazione visiva della sua appartenenza alla criminalità organizzata nipponica. Lui non si vergogna neanche dei vistosi tatuaggi che ha sul corpo e vive una vita seguendo i cliché del mondo passato, come già tanto cinema giapponese ci ha raccontato, tra scommesse di cavalli e pachinko. Ormai anche la Yakuza stessa non incute più timore, soppiantata da una nuova criminalità in doppiopetto, senza più onore e umanità. I vecchi mafiosi sono come lo scheletro del tunnel degli orrori che fa spaventare gli adulti ma non i bambini. È una nuova malavita di truffe alla Wanna Marchi, di imbonitori di depuratori per il lavandino o di futon, che non si fa problemi a raggirare i poveri anziani come Ryuzo, di gang di teppisti di strada e biker, di spacciatori. Una criminalità diffusa che si rivela come parte di un unico racket, occulta e meno appariscente, e con una contiguità con la finanza che risiede nei grandi palazzi, capace di malversazioni e di frodi. Un mondo degli affari di cui fa pienamente parte il figlio di Ryuzo, i cui rapporti di dignità con il padre vengono così a ribaltarsi.

Ryuzo insomma rimpiange una vita spericolata alla Steve McQueen guardando il poster del film Bullit in cui il mitico attore era un tenente della polizia che lottava contro una mafia potente e insidiosa. Kitano, che gioca a carte fin troppo scoperte per tutto il film, sfodera qui il suo asse. La nostalgia di cui è intriso il film è sui ricordi di cinema. Ryuzo stesso è interpretato da quel Tatsuya Fuji che fu protagonista di Ecco l’impero dei sensi, uno dei film più scandalosi di tutti i tempi, per il quale ebbe anche problemi giudiziari nella realtà. E la menomazione delle sue dita, spesso esibita e usata per gag da Kitano, può suonare anche come un malizioso e ironico richiamo all’altra celebre amputazione cui andava incontro nel film di Oshima. I flashback del passato criminale di Ryuzo e compagni sono in bianco e nero seppia e con i graffi tipici della pellicola, appunto ricordi di cinema.
Ryuzo decide così di organizzare una rimpatriata con altre vecchie glorie come lui, sette vecchi soci radunati tra vari ospizi, chi con bastone da passeggio, chi con girello e catetere, e di fondare un nuovo clan yakuza per far rinascere il vecchio codice d’onore e dare una lezione ai moderni potentati. Cominciando a chiedere, su una carrozzina, il pizzo ai commercianti. E il numero sette è chiaramente molto evocativo nel cinema giapponese e non solo. Sono gli stessi anziani criminali, davanti a una grigliata, a snocciolare tutta una serie di titoli di film, come modello per la loro pianificata azione di rivalsa. I sette samurai, Gangster Story, La tomba dell’onore e 13 Assassins (si presume entrambi nelle loro versioni originali), e 24 occhi di Keisuke Kinoshita, che non c’entra molto tanto è vero che lo citano con un titolo sbagliato.

Kitano, che si ritaglia il ruolo di detective, arriva nel paradosso di far rientrare questi membri della ‘hall of fame’ yakuza in un mondo nostalgico che comprende i fanatici nazionalisti sostenitori dell’Impero, i vecchi kamikaze scampati al loro destino per la fine della guerra, tutti radunati con l’hachimaki, la fascia in fronte giapponese, e sotto l’insegna della bandiera del Sole Nascente, quella con i raggi che si dipartono dal disco solare, simbolo di nazionalismo e imperialismo. Tutti coalizzati all’insegna di un’ideologia slow food, contro le multinazionali disumane colpevoli di spacciare il riso straniero per quello genuino giapponese. Si potrebbe pensare che Kitano sia ambiguamente dalla loro parte. In realtà riesce a creare un cortocircuito etico, facendoci stare dalla parte dei cattivi tradizionali, yakuza e fanatici nazionalisti, relativizzando la posizione etica dei cattivi moderni delle élite economiche. E soprattutto annegando tutto in uno sberleffo generalizzato, come il vecchio Beat Takeshi è capace di fare. E così i temi classici della cultura giapponese, la vendetta, il doppio suicidio, si mescolano con inseguimenti mozzafiato alla Friedkin, fatti però con l’autobus di linea, e con manifestazioni di protesta di transessuali.

Info
La scheda di Ryuzo and The Seven Henchmen sul sito del Festival del Cinema Africano, d’Asia e d’America Latina.

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