Nemiche per la pelle

Nemiche per la pelle

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Con Nemiche per la pelle Luca Lucini firma una commedia bolsa, senza ritmo e idee, stanca propaggine di un modus operandi produttivo sempre più staccato dal contesto nel quale va a inserirsi.

Due vedove e un bambino

Che succederebbe se due nemiche giurate, due donne opposte per temperamento e stile di vita si ritrovassero a condividere la più incredibile delle eredità: il figlio del loro ex-marito avuto per giunta non si sa né dove né quando? Lucia e Fabiola si conoscono da anni, da anni e per anni si sono contese l’amore e l’affetto di Paolo, ex marito di Lucia e attuale marito di Fabiola: la morte del malcapitato e suddetto Paolo sembra segnare l’ultimo momento che saranno costrette a condividere, ma Paolo che con loro due di figli non ne aveva mai voluti, forse colto da un sentore di quanto sarebbe potuto accadergli, ha lasciato al suo amico e avvocato Stefano, nonché gestore delle finanze di Fabiola, una lettera in cui invita le due donne a prendersi cura congiuntamente del bambino, Paolo junior. Lucia e Fabiola, ambedue inadeguate alla maternità, animate inizialmente dall’antico astio e da mere questioni ereditarie, iniziano così un viaggio dentro se stesse e dentro questa maternità tardiva e inattesa. [sinossi]

Se il dibattito infinito e sfibrante sullo stato di salute del cinema italiano si riducesse al quesito sulla necessità di produrre un numero così elevato di titoli, la visione di Nemiche per la pelle fugherebbe all’istante qualsiasi dubbio. La storia delle acerrime nemiche Fabiola e Lucia, accomunate solo dall’amore per lo stesso uomo, morto di infarto, e costrette a prendersi cura del pargolo che quest’ultimo ha avuto da una relazione extraconiugale, per poi lasciarlo come eredità alle due donne, contiene fin dalle prime sequenze i difetti della peggiore commedia nostrana contemporanea: un impianto smaccatamente televisivo, totale mancanza di cattiveria, una scrittura schematica, frettolosa e priva di ritmo (sulla logica dell’intreccio il consiglio è quello di soprassedere), vizi e storture guardate con occhio in qualche modo complice prima ancora che bonario. Nemiche per la pelle certifica una volta di più le gravi deficienze in fase di sceneggiatura che affossano buona parte delle commedie italiane degli ultimi due decenni: dimenticando per strada le basi della struttura narrativa, Doriana Leondeff e Francesca Manieri (autrici anche del soggetto insieme a Margherita Buy) si affidano a situazioni improvvisate e scadenti discese nel nonsense – la resurrezione del cagnolino Gino, la comprensione dei dialetti cinesi da parte di un assistente sociale – e abbandonano quasi senza combattere lo studio dei personaggi.
Lucia e Fabiola, interpretate con ampio utilizzo dei birignao dalla Buy e da Claudia Gerini, rimangono per l’intera durata del film solo due tipi, uguali e contrapposti: la prima è una radical chic, appassionata di filosofia orientale e di animali, la seconda una cafona arricchita e razzista. L’alternativa e la capitalista, unite dalla totale devozione nei confronti di un uomo, del cui ricordo sono completamente succubi. Dopotutto sarà un altro uomo in fieri, erede genetico del primo, a rimetterle sulla “retta via”, perché di fronte ai bambini e alla famiglia le donne sono tutte uguali, guidate solo da un naturale istinto materno.

A questo irritante bignami di ovvietà, srotolate lungo un percorso che non sa che forma assumere (commedia di costume? Accumulo di gag? Forse addirittura avventura picaresca, come sembrerebbe insinuare la faticosa svolta del pre-finale, con tanto di suore arcigne e tentativo di rapimento del bambino), Nemiche per la pelle somma l’anonima regia di Luca Lucini, che conferma l’impressione di grave mediocrità già avvertita nei lavori precedenti – il “mocciano” Tre metri sopra il cielo, L’uomo perfetto, Oggi sposi e via discorrendo.
La messa in scena di Nemiche per la pelle manca del tutto di identità, e persegue l’unico scopo di imboccare la battuta ai personaggi nel modo più chiaro possibile; nulla di più (e migliore) di ciò che la piatta fiction televisiva propina ogni settimana agli spettatori. Anche per questo viene naturale chiedersi a quale fascia di pubblico dovrebbe rivolgersi un’operazione simile: in che modo il cinema dovrebbe guadagnare dalla riproposizione pedissequa di un già deteriore immaginario televisivo, per di più trascinato fino a superare l’ora e mezza di durata? Là dove i non troppi esempi di commedia di qualità mostrano un impianto cinematografico, a volte nonostante le ristrettezze del budget, Nemiche per la pelle soffre di una stanchezza generale, verrebbe da dire congenita, che va dalla messa in scena fino allo scarso feeling delle due protagoniste con il testo, incerto e assai poco divertente.
In un 2016 che ha spostato l’attenzione dalla commedia al “genere”, con le piacevoli sorprese date dal superomistico Lo chiamavano Jeeg Robot di Gabriele Mainetti e dal dramma sportivo di Matteo Rovere Veloce come il vento, Nemiche per la pelle conferma la tendenza, mai sopita, a una commedia abbarbicata senza verve a una classe alto-borghese e ritorta su se stessa. Uscire dal solco di una tradizione usurata di volti, nomi, situazioni e classi sociali non è più oramai una speranza, ma un’esigenza…

Info
Il trailer di Nemiche per la pelle.
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