Un posto sicuro

Un posto sicuro

di

L’affastellarsi di realtà e teatro, drammi personali e collettivi, rapporto padre-figlio e un’esornativa storia d’amore fanno più volte perdere l’equilibrio a Un posto sicuro di Francesco Ghiaccio, dove rifulge però il talento di Giorgio Colangeli. Nella sezione ItaliaFilmFest al Bif&st 2016.

D’amore e d’amianto

Luca non ha mai avuto il coraggio di tentare davvero la carriera d’attore, e sbarca il lunario facendo il clown in feste private. Quando scopre che suo padre Eduardo, che non vede da una vita, ex-operaio dell’Eternit di Casale Monferrato, sta morendo di tumore, si trasferisce da lui per accudirlo. Dovrà ricostruire il rapporto col padre e, insieme, anche la sua vocazione attoriale. Ma soprattutto dovrà fare i conti con una ferita ancora aperta per l’intera comunità locale. [sinossi]

Un tempo gli attori li seppellivano in territorio sconsacrato. Chissà allora dove avrebbero messo, i nostri antenati, gli animatori, versione degradata dei guitti erranti. Non se lo chiede Luca (Marco D’Amore) il protagonista di Un posto sicuro di Francesco Ghiaccio, che ora fa il clown in feste private, ma di certo rimpiange i tempi in cui calcava il palcoscenico, colmo di speranze e di sani, giovanili entusiasmi. O magari non se lo chiede perché forse sa che il futuro, a Casale Monferrato, un tempo sede di una fabbrica dell’Eternit, dove fino alla fine degli anni 80 si lavorava l’amianto, in molti sono già passati a miglior vita dopo essersi ammalati di tumore, e altri vivono nella paura di seguire il medesimo destino.

Presentato al Bif&st 2016 nella sezione ItaliaFilmFest – Opere prime e seconde in concorso, Un posto sicuro è soprattutto un film sulle speranze infrante, a partire da quelle di coloro che, affidandosi alle certezze economiche dell’ambito “posto fisso”, hanno lavorato per anni in fabbrica, senza sapere che le sostanze che maneggiavano li avrebbero presto o tardi uccisi, insieme magari ai familiari entrati in contatto con le polveri che si portavano a casa ogni sera.
Per il suo film d’esordio Francesco Ghiaccio sceglie dunque un tema ponderoso, ma vi affianca anche sottotracce allogene di diversa natura: c’è la storia d’amore tra l’attore mancato Luca e l’altoborghese Raffaella (Matilde Gioli), il rapporto tutto da ricostruire tra il ragazzo e il padre ex operaio, ora malato terminale (Giorgio Colangeli), poi c’è il teatro, luogo deputato a una sorta di esorcismo dei drammi personali e collettivi (Luca metterà in scena il dramma di un operaio dell’Eternit), ci sono i morti con le loro storie e i superstiti che le raccontano, poi anche delle interessanti, ma purtroppo scarse, immagini di repertorio. L’equilibrio tra tutte queste “nature” di Un posto sicuro è affascinante quanto labile, e Francesco Ghiaccio fatica a tenere il filo dei suoi plurimi discorsi. Questo accade soprattutto nella prima parte del film, dove seguiamo le vicende di Luca che, ora truccato da clown e con una vistosa giacca di paillettes, si va ad esibire alla festa di laurea della bella Raffaella, poi viene chiamato dall’ospedale e apprende della malattia del padre, poi si ubriaca, poi indossa nuovamente trucco e giacca glitterata per uscire a bere in strada, infine fa la spesa per il padre e prova a comunicare con lui.

Francesco Ghiaccio si concentra sui primi piani, gioca con i cambi di fuoco, pedina il suo personaggio con la macchina a mano, temporeggia con i riflessi luminescenti della giacca di paillettes. Un posto sicuro tarda dunque a decollare, si presenta a lungo come un tranche de vie decadente, mentre ha una storia piuttosto seria e urgente da raccontare. La scintilla è il primo vero alterco tra padre e figlio, una sorta di rissa da saloon, quasi western se ne consideriamo gli sviluppi (nel genere americano per eccellenza segna di norma l’inizio di una grande amicizia): i due strattonano le buste della spesa dicendosi qualche cattiveria, poi arriva anche un paterno, sonoro sganassone. Ora il film (e il rapporto padre-figlio) può iniziare, anche se, va detto, è già scorsa via un’ora di metraggio.
Ecco allora che Colangeli ci regala un notevole pezzo di bravura attoriale, mentre di fronte ai cancelli oramai serrati racconta ad un attonito D’Amore, della sua vita in fabbrica, delle menzogne incassate dai superiori circa la pericolosità delle sostanze ivi trattate, dei colleghi che si sono ammalati prima di lui, di una vita familiare non sempre serena. Anche D’Amore si galvanizza, e il suo personaggio riscopre la passione – ora rinfocolata dal senso di denuncia – per il teatro, iniziando a lavorare su una pièce che racconta il lavoro in fabbrica. Poi ci sono i volti, reali o fittizi poco importa (tra questi c’è anche una fugace apparizione di Tonino De Bernardi) di coloro che si incontrano per raccontasi com’era la vita in fabbrica o come sono morti i loro amici, colleghi, familiari. Si tratta di interessanti barlumi di verità, che unitamente alle foto d’epoca, alle manifestazioni e fiaccolate, sospingono Un posto sicuro verso la tradizione del cinema civile nostrano, seppur ibridato con i già citati intermezzi teatrali.
L’amalgama nel complesso non è del tutto riuscito, e qualche ingranaggio non funziona a dovere, o improvvisamente smette di azionarsi, come accade ad esempio con la storia d’amore, che nasce improvvisa, priva di solide basi, e resta in superficie, relegando Matilde Gioli, al ruolo della “bella e devota crocerossina”.

Anche Ghiaccio a tratti si innamora troppo facilmente di qualche immagine ad effetto (le inquadrature dedicate alla giacca di paillettes di cui sopra), mentre gli intermezzi teatrali non riescono sempre a colpire nel segno: bella la metafora e l’utilizzo drammaturgico della pallina da ping pong, futile una sortita notturna di Luca nel teatrino dismesso, realisticamente improbabile il suo rapido restauro.
Ad un certo punto poi c’è anche un’indagine svolta da Luca sull’Eternit, con tanto di ritagli di giornale appesi al muro di casa, che poi prenderanno fuoco, secondo una iconografia presa in prestito dal cinema di genere, quasi fosse in corso una caccia al serial killer (e di fatto l’amianto è un assassino seriale). Probabilmente invece, avrebbe giovato al film un po’ più fiducia nella Storia, nella Realtà, anche in quella dei corpi e dei volti degli attori, che quando riescono ad esprimersi senza sovrastrutture, Colangeli in testa, sono perfettamente in grado di puntare dritto al nostro stomaco. C’è tanto, troppo materiale dunque in Un posto sicuro, che si affastella dissipando le sue stesse potenzialità. Ed è un peccato, perché il film di cose importanti da dire ne ha, non era necessario cercarne altrove.

Info
La pagina dedicata a Un posto sicuro sul sito del Bif&st 2016.
  • un-posto-sicuro-2015-francesco-ghiaccio-01.jpg
  • un-posto-sicuro-2015-francesco-ghiaccio-02.jpg
  • un-posto-sicuro-2015-francesco-ghiaccio-03.jpg
  • un-posto-sicuro-2015-francesco-ghiaccio-04.jpg
  • un-posto-sicuro-2015-francesco-ghiaccio-05.jpg
  • un-posto-sicuro-2015-francesco-ghiaccio-06.jpg
  • un-posto-sicuro-2015-francesco-ghiaccio-07.jpg
  • un-posto-sicuro-2015-francesco-ghiaccio-08.jpg
  • un-posto-sicuro-2015-francesco-ghiaccio-09.jpg
  • un-posto-sicuro-2015-francesco-ghiaccio-10.jpg

Articoli correlati

  • Festival

    Bif&st 2016

    Otto giorni di anteprime internazionali, esordi italiani, mostre, convegni e omaggi, tra cui quelli a Ettore Scola, Marcello Mastroianni e Cecilia Mangini: è di scena a Bari dal 2 al 9 aprile il Bif&st 2016.

COMMENTI FACEBOOK

Commenti

Lascia un commento