Stop

Stop

di

Presentato al Festival del Cinema Africano, Asia e America Latina di Milano, Stop, il nuovo film di Kim Ki-duk, ambientato nel Giappone post-Fukushima. Lo sguardo del regista sudcoreano su quel grande disastro diventa un’occasione di riflessione sui suoi temi, la violenza, la sopraffazione dell’uomo sull’uomo, quella dello Stato sugli individui. Ma Kim Ki-duk appare sempre più fiacco dietro la macchina da presa.

Nastro rosso a Tokyo

Miki e Sabu sono una giovane coppia esposta alle radiazioni di Fukushima e subito evacuata a Tokyo. Miki scopre di essere incinta. Cosa fare del bambino? Tenerlo con rischio di malformazioni o abortire? Miki e Sabu si allontanano sempre di più, ognuno affronta la situazione a modo suo, ognuno si perde nelle proprie ossessioni. [sinossi]

Amen, Pietà e ora Stop: già i titoli di alcuni degli ultimi film di Kim Ki-duk suonano come significativi e programmatici, quasi con involontaria (o volontaria?) autoironia, di uno sbandamento del suo cinema, come del resto perfettamente teorizzato in Arirang. Ora il regista sudcoreano è in trasferta in Giappone per occuparsi del trauma di Fukushima, scegliendo di raccontare il dramma di una coppia esposta alle radiazioni durante il disastro della centrale nucleare del 2011, e il loro travaglio nel decidere se tenere o meno il figlio che lei porta in grembo.
L’inizio del film segue quanto già il cinema giapponese ha detto e raccontato, in particolare le scosse e la successiva evacuazione ricordano The Land of Hope di Sion Sono (pur essendo questo ambientato in realtà in una situazione traslata rispetto a quella di Fukushima), in particolare per la figurazione di una separazione arbitraria e fasulla, il nastro biancorosso di pericolo che vorrebbe sigillare e delimitare la zona contaminata: dentro ci sono operatori in tuta bianca e maschera ma i poliziotti che si trovano appena fuori, adiacenti al nastro, non indossano alcuna protezione. Vi è poi una riflessione sull’ambiguità delle immagini, sul fatto che anche all’oggettivazione di una ripresa fotografica (quindi anche cinematografica) possa sfuggire qualcosa, in questo caso la radiazione, nel suo essere invisibile. Il marito che continua a fare fotografie alla natura per mostrare come questa non sia cambiata, nel tentativo disperato di convincere la moglie e autoconvincersi dell’innocuità dei postumi del disastro. Ma il film scivola presto nell’inquietudine del parto, dell’incubo di un figlio mostruoso, di un “Rosemary’s baby”.

Se possiamo considerare Arirang come lo spartiacque tra il primo e il secondo cinema del regista sudcoreano, forse Stop rappresenta il film che più ne segue il modello. Kim Ki-duk, in quell’opera, in uno stato di follia autodistruttiva, tornava nelle location di tutti i suoi film precedenti dove si metteva a sparare all’impazzata, come a fare tabula rasa di tutto il suo cinema fino ad allora, urlando “Stop Kim Ki-duk!”. E “Stop” è ora il titolo di questo film. Anche qui un tour di richiami al suo cinema del passato, la natura, il lago e il tempio (da Primavera, estate, autunno, inverno… e ancora primavera), le stanze, le case decrepite e abbandonate (da Ferro 3 e Arirang) della zona contaminata.
Come il regista in Arirang abbiamo ora Sabu e il suo amico che, novelli Don Chisciotte e Sancho Panza, si scagliano contro il sistema energetico, individuato come responsabile del disastro, che è un po’ come scagliarsi contro se stessi, in quanto consumatori. Un modello sociale e industriale fortemente energivoro, dissipativo come quello del Giappone e dei paesi industrializzati, che risponde a desideri di benessere e opulenza delle proprie popolazioni. Questo è l’obiettivo dei due novelli giustizieri e il discorso di Kim Ki-duk diventa una satira sul Giappone, senza comunque traccia di campanilismo, tra due popoli, quello coreano e quello giapponese, storicamente in contrasto, visto che anche sul proprio paese il regista non è mai stato tenero.
Da colpire quindi i simboli stessi del paese del Sol levante, i quartieri di Tokyo illuminati al neon e scintillanti come alberi di Natale – Shibuya, Shinjuku –, la Tokyo Tower e la rete ferroviaria che rappresenta il sistema linfatico del paese e da sempre simbolo della sua modernità. Ma anche nella vita privata il nazionalismo ha un peso. Nell’incredulità rispetto al fatto che una situazione come quella di Chernobyl possa avvenire in un contesto tanto più avanzato: “Siamo in Giappone, siamo diversi”, dice all’inizio il protagonista. E nella stessa crisi di coppia dove il maschilismo e l’antifemminismo che emergono si colorano di tinte patriottiche. Sabu che si oppone all’aborto il quanto si sente comproprietario del nascituro, vuole una prole “per il bene della nazione”. Stop riprende così quello che è il tema dell’ultimo Kim Ki-duk, la follia come conseguenza della violenza, come autodifesa, subita e soprattutto di quella violenza perpetrata dallo Stato, che si trasmette a livello individuale. Il marito che lega e imbavaglia la moglie, il bullismo dei bambini nei confronti del compagno di scuola più debole.

Stop funziona secondo un’insistita ed esibita inverosimiglianza. Il protagonista che arriva a fare da spola tra Tokyo e Fukushima, violando ogni volta la zona interdetta; la zona contaminata che improvvisamente si popola di animali; il marito che torna proprio nel momento in cui la moglie sta partorendo; l’abbattere il gigantesco traliccio dell’alta tensione con delle motoseghe da giardinaggio. Non sarebbero queste incongruenze macroscopiche di per sé a inficiare la riuscita del film, Kim Ki-duk è sempre stato sul filo dell’onirismo. Il problema è il non controllo delle stesse in una regia che sbanda diventando sempre più sgangherata.

Info
La scheda di Stop sul sito del Festival del Cinema Africano, d’Asia e d’America Latina.

Articoli correlati

  • Venezia 2014

    One on One

    di Torna al Lido, questa volta nelle Giornate degli Autori, Kim Ki-duk, per raccontare una storia di violenza, vendetta e critica sociale. In modo a dir poco confusionario.
  • Torino 2013

    Red Family

    di Un gruppo di spie viene infiltrato dal governo di Pyongyang nella vicina Corea del Sud. I quattro sono fatti passare per una famiglia qualsiasi, così da dare il meno possibile nell'occhio... Kim Ki-duk sceneggia e produce l'esordio alla regia di Lee Ju-hyoung. In concorso al TFF2013.
  • Venezia 2013

    Moebius

    di Una donna, consumata dall'odio nei confronti del marito per le sue continue infedeltà, vorrebbe vendicarsi su di lui, ma finisce per punire l'incolpevole figlio adolescente, evirandolo...
  • AltreVisioni

    Arirang RecensioneArirang

    di Sparito dai palcoscenici internazionali, Kim Ki-duk torna con una produzione a bassissimo costo, girata in digitale, con una grammatica cinematografica basilare e mezzi tecnici quasi di fortuna. Presentato al Festival di Cannes 2011.
  • Festival

    Festival del Cinema Africano, d’Asia e d’America Latina 2016

    Con il nuovo film di Takeshi Kitano, Ryuzo and the Seven Henchmen, si è inaugurata la 26esima edizione del Festival del Cinema Africano, d’Asia e America Latina – FCAAAL, in corso a Milano fino al 10 aprile.
  • Venezia 2016

    Il prigioniero coreano RecensioneIl prigioniero coreano

    di Kim Ki-duk torna al Lido di Venezia con Il prigioniero coreano, dramma dagli echi kafkiani sulle insanabili fratture tra nord e sud Corea, e sul concetto di "libertà". Un'opera non priva di difetti ma dominata da una sincerità disarmante, e da un'amarezza priva di confini.
  • Berlinale 2018

    Human, Space, Time and Human RecensioneHuman, Space, Time and Human

    di Presentato nella sezione Panorama della Berlinale, il ventitreesimo film di Kim Ki-duk "Human, Space, Time and Human" conferma l'involuzione del cineasta sudcoreano. Ambiziosa storia allegorica sull'umanità, e sulla sua tendenza a scivolare verso il Male.

2 Commenti

  1. boh 11/04/2016
    Rispondi

    in pratica i film se li gira da solo, senza troupe. forse per questo motivo la definite regia sgangherata?

    • Giampiero Raganelli 11/04/2016
      Rispondi

      Probabilmente è un effetto della sua raggiunta autarchia, la mia definizione di basa più che altro sull’incapacità di gestire situazioni estreme, incongruenze, bizzarrie della sceneggiatura

COMMENTI FACEBOOK

Commenti

Lascia un commento