Il prestanome

Il prestanome

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Per la retrospettiva “Red Scare Black List”, dedicata al maccartismo, è stato riproposto al Bif&st 2016 Il prestanome con un Woody Allen ‘prestato’ al servizio di Martin Ritt per una coraggiosa tragicommedia tipicamente New Hollywood ed enormemente più progressista del recente L’ultima parola – La vera storia di Dalton Trumbo.

I fought McCarthy and McCarthy won

Al tempo del Maccartismo e della “caccia alle streghe” Howard Prince, squattrinato cassiere di un bar, accetta di fare da prestanome ad Alfred Miller, sceneggiatore caduto in disgrazia a causa di certe sue sospette “attività antiamericane”. Firmerà, d’ora in poi, i copioni dello scrittore e ne riceverà una percentuale sugli utili. Altri scrittori, epurati per lo stesso motivo, cominciano a usare il nome di Howard, che diventa, in breve tempo, ricco e famoso. Ma le cose pian piano si complicano… [sinossi]

Non di soli Mastroianni e Scola vivono gli omaggi della settima edizione del Bif&st. Ed è un bene, perché – al di là dell’importanza che deve avere per il pubblico la memoria storica del nostro cinema che fu – è sempre necessario anche guardare oltre i propri confini. Così, una retrospettiva di cui si è parlato poco come quella dedicata al maccartismo e intitolata “Red Scare Black List” rappresenta probabilmente una delle note più liete di questa settima edizione del festival pugliese. Della selezione facevano parte per l’appunto Il prestanome (1976) di Martin Ritt, Indiziato di reato (1991) di Irvin Winkler, The Majestic (2001) di Frank Darebont, Good Night and Good Luck (2005) di George Clooney, Red Hollywood (1996) di Thom Andersen e Noël Burch, The Hollywood Ten (1950) di John Berry (girato sostanzialmente in presa diretta, nella fase più acuta del maccartismo) e, infine, come omaggio a Dalton Trumbo, la sua unica meravigliosa regia, E Johnny prese il fucile (1971), e il recente L’ultima parola – La vera storia di Dalton Trumbo di Jay Roach. Ed è forse esercizio ozioso, quanto illuminante, provare a mettere a confronto – anche solo per un momento – quest’ultimo film con Il prestanome, per verificare come allora – negli anni Settanta – la consapevolezza, l’amarezza, l’auto-critica e la capacità di guardare con lucidità verso l’abisso della propria storia fossero qualità nettamente più sviluppate di oggi. D’altronde, erano quelli i tempi della New Hollywood, quando il cinema americano è stato capace di osare come mai, sia prima che dopo.

Ne Il prestanome, Woody Allen si ritrova a fare il protagonista senza dirigere il film né aver messo mano allo script, cosa alquanto inusuale nella sua carriera, eppure in questo caso perfettamente ‘giusta’. Sia Martin Ritt che lo sceneggiatore Walter Bernstein, come anche diversi membri del cast, erano finiti negli anni Cinquanta nella black list, come ci ricordano i titoli di coda, e perciò Allen fa qui letteralmente da prestanome: quale esponente del nuovo cinema autoriale americano, fortemente influenzato dall’Europa, dona infatti il suo volto e lo mette al servizio di quella vecchia generazione vittima della ‘caccia alle streghe’, dietro cui si celava non solo e non tanto la paura del comunismo, quanto un insopprimibile desiderio di conformismo eisenhoweriano. E dunque solo la New Hollywood, anti-conformista per antonomasia, poteva rendere giustizia a quell’oscura vicenda. In tal modo, tra l’altro, riallacciandosi a quella precisa fase storica, Allen compie uno dei gesti più altruisti di tutta la sua filmografia, mettendosi in scena in maniera auto-ironica come colui che lascia che siano gli altri a scrivere e a pensare per lui.

Svogliato cassiere di un bar e allibratore di dubbie doti, Howard Prince (Allen) viene avvicinato all’inizio del film da un suo amico sceneggiatore (ex compagno di scuola), che lo informa della situazione – è stato inserito nella lista nera – e gli chiede di fargli da prestanome, garantendogli una commissione sulla retribuzione degli script. Per amicizia, Prince vorrebbe farlo gratis, ma ben presto capisce che invece i soldi gli fanno comodo e si fa assoldare anche da altri sceneggiatori che non possono più firmare con il loro nome.
Howard Prince diventa ben presto uno scrittore acclamato, premiato, invidiato. Fa innamorare di sé una ragazza, che lavora al suo fianco in uno show televisivo, e stringe amicizia con un vecchio attore comico, che improvvisamente finisce per essere “blacklisted” anche lui.
Ed è nel rapporto con questi due personaggi che si modella e si avviluppa il dramma di Howard Prince: la donna che lo ama, lo ama in quanto scrittore e lo odierebbe se venisse a sapere la verità su di lui; mentre l’attore finito nel mirino della Commissione delle Attività Antiamericane, fa emergere invece il lato più patetico e tragico della faccenda. Del resto, al contrario di uno sceneggiatore, un attore è sempre costretto a metterci la faccia. Andrea Marcovicci è magnifica nei panni della ragazza innamorata di Prince/Allen, insicura ma decisa, timida e spigliata (un tipico ruolo femminile stratificato, come era consuetudine nella New Hollywood), ma Zero Mostel in quelli del vecchio attore è gigantesco, poggiandosi tra l’altro sull’autobiografismo, visto era stato davvero “blacklisted”. Guitto d’avanspettacolo, figlio del vaudeville e del varietà – e una sequenza in un teatro di provincia è forse la più commovente del film – Zero Mostel incarna l’Attore in maniera ontologica, incapace com’è di relazionarsi al mondo nella vita reale e sublime in scena, imbranato al cospetto dei membri della commissione e bigger than life davanti ai riflettori. In lui si riconosce l’eredità del fool shakespeariano, di Keaton e di Fatty Arbuckle, del dramma del comico e del clown.

In tutto questo, tenendo fede al suo ruolo di prestanome, Allen non gigioneggia e lascia che siano gli altri interpreti a rifulgere, scatenandosi solo nella parte finale, quando viene costretto anche lui a testimoniare. Ma è comunque solo grazie alla presenza di Allen che il côté realistico pienamente New Hollywood – la macchina da presa a mano spesso nascosta, la fotografia sporca, l’onnipresenza del sonoro fuori campo, il commento musicale ridotto al minimo – si sposa alla perfezione con degli inserti slapstick (come quando si deve trovare il modo di far riscrivere ai veri sceneggiatori una scena da ripensare sul momento), tipici del resto del primo Allen regista. L’afflato da film di denuncia si mischia perciò agevolmente con i toni del dramma, con il sentimento della paranoia – caratteristico dell’epoca – e con degli intermezzi surreali à la Allen prima maniera, in un equilibrio solo apparentemente precario che fa de Il prestanome anche una dimostrazione incontrovertibile di come l’attraversamento dei generi sia invenzione pluri-decennale.

Info
La scheda di Il prestanome sul sito del Bif&st 2016.
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