Montedoro

Montedoro

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Con Montedoro Antonello Faretta dirige un film di fantasmi nella città-fantasma per eccellenza: Craco, nella provincia di Matera. Un film misterioso e affascinante.

La città deserta

Una donna americana di mezza età scopre inaspettatamente le sue vere origini solo dopo la morte dei genitori. Profondamente scossa, e in preda a una vera e propria crisi di identità, decide di mettersi in viaggio sperando di poter riabbracciare la madre naturale mai conosciuta. Si reca così in un piccolo e remoto paese dell’Italia del Sud, Montedoro. Al suo arrivo viene sorpresa da uno scenario apocalittico: il paese, adagiato su una maestosa collina, è completamente abbandonato e sembra non ci sia rimasto più nessuno. Grazie all’incontro casuale di alcune persone misteriose, quelle che non hanno mai voluto abbandonare Montedoro, la protagonista compirà un affascinante e magico viaggio nel tempo e nella memoria ricongiungendosi con gli spettri di un passato sconosciuto ma che le appartiene, è parte della sua saga familiare e di quella di un’antica e misteriosa comunità ormai estinta che rivivrà per un’ultima volta. [sinossi]

Montedoro, il paese arroccato su un monte dove chiede di essere portata da un tassista la sperduta protagonista del film di Antonello Faretta, altro non è che Craco, forse la più celebre delle città-fantasma italiane. Abbandonato dalla popolazione dopo una rovinosa frana all’inizio degli anni Sessanta, il centro abitato di Craco si è spostato a valle, lasciando intatte – più o meno – case, chiese, piazze, stalle, immote memorie di vita passata. Montedoro non è il primo film a sfruttare il panorama di Craco, se è vero che perfino Hollywood ci arrivò, con il paese a far da sfondo al suicidio di Giuda ne La passione di Cristo di Mel Gibson (ma il consiglio è quello di recuperare soprattutto i lavori di Luigi Di Gianni, sia i documentari che l’affascinante Il tempo dell’inizio, unico lungometraggio di finzione del regista partenopeo), eppure la prima impressione spettatoriale è quella di essersi imbattuti in un oggetto alieno, lontano da uno sguardo abitudinario, assopito nelle sue certezze.

Faretta non sfrutta il panorama semi-distrutto di Craco per poggiarvi sopra una storia fatta e finita, sceneggiata fino all’ultima battuta – e anzi, proprio i dialoghi più “scritti” a tratti sembrano stridere con il resto della messa in scena –, ma al contrario fa sì che la sua narrazione respiri in osmosi con la terra. Anche perché l’intreccio su cui si innesta Montedoro parte da un evento reale, e cerca di ricostruirlo in scena con una naturalezza che non si adegua ai canoni del documentario ma si rinnova inquadratura dopo inquadratura. Faretta trascrive in immagini la vita di Pia Marie Mann, crachese data in adozione dalla madre e vissuta dall’altra parte dell’oceano, in quell’America lontana diventata patria per molti esuli contadini del sud Italia, e la mescola al mito. Il mito ancestrale di chi vive quelle terre, e che descrisse anche De Martino nei suoi studi di antropologia culturale, ma anche il mito stesso del cinema, quell’occhio scrutatore/infantile che rimescola le carte, gioca con la visione e l’immaginario, (ri)crea lo sguardo e lo rinnova. Montedoro diventa così un film sul viaggio sdoppiato a metà: da un lato il doloroso ritorno a casa della protagonista, che si trova di fronte un paese disabitato e ancorato solo nella memoria, e dall’altro il viaggio attraverso l’immagine, che sfonda la superficie e si incanala in profondità. Un viaggio altrettanto struggente e misterico, che si articola per opposizioni – l’immagine della città in distruzione perpetua e quella di una vita che ricerca proprio nel passato la propria radice futura, come testimoniano i riti, le processioni, persino le incomprensibili indicazioni urlate da un pastore al proprio gregge di pecore – e rende Montedoro materia incandescente, viva, quasi pulsante.

Tenendosi sempre in bilico tra ricostruzione del vero, naturale propensione alla decostruzione e ricostruzione dell’immagine e necessità puramente finzionali, Faretta alza un canto alle anime disperse di Craco: non solo la protagonista, apolide alla ricerca di una propria dimora, ma anche gli abitanti costretti a vivere a distanza – poca, ma non fa differenza – dal luogo in cui sono nati, e al quale sentono di appartenere.
Per questo, in maniera quasi inevitabile, Montedoro appare come un film di fantasmi nella città-fantasma per eccellenza; l’immagine stessa, dopotutto, è un ectoplasma costretto a occupare solo per pochi istanti la retina, per poi svanire in dissolvenza. Come le immagini di repertorio recuperate da Faretta, o come la scelta – coraggiosa, ma per niente fine a se stessa – di girare il film in pellicola, altro fantasma in un’epoca votata al culto del digitale. Come qualsiasi opera inclassificabile – o iper-classificata – anche quella di Faretta corre il rischio di rivelarsi ostica a occhi non edotti, ma all’interno di ogni quadro si nasconde in realtà una sensibilità emotiva dirompente, il lascito di una memoria collettiva che deve essere perpetuata. Non c’è mai freddezza in Montedoro, né rigida postura intellettuale, ma una necessità quasi fisica di tornare a una fusione tra l’umano e il naturale, fosse anche una petraia o un muro eretto in attesa di crollare, collassando su se stesso. Per quanto con ogni probabilità vada incontro a una distribuzione episodica, Montedoro è un film prezioso, appassionato e di crudele sincerità, che inserisce l’umano nello spazio pretendendo che collidano, e accettandone ogni effetto senza timore.

Info
Il sito ufficiale di Montedoro.
Montedoro, il trailer su Vimeo.
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