Le confessioni

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Roberto Andò con Le confessioni prova a trasferire su scala globale il paradosso di Viva la libertà, ma stavolta il gioco non riesce e il suo film finisce per somigliare più allo Youth sorrentiniano che a una utopia politica.

Tutti a modo

Siamo in Germania, in un albergo di lusso, dove sta per riunirsi un G8 dei ministri dell’economia pronto ad adottare una manovra segreta che avrà conseguenze molto pesanti per alcuni paesi. Con gli uomini di governo, ci sono anche il direttore del Fondo Monetario Internazionale e tre ospiti: una celebre scrittrice di libri per bambini, una rock star e un monaco italiano. [sinossi]

Ben venga chi ha ancora voglia e forza di raccontare il contemporaneo con delle ambizioni, tentando di scardinare verità acquisite. In tal senso il precedente film di Roberto Andò, Viva la libertà, era riuscito a cogliere nel segno, poiché – nell’affidarsi a un doppio Servillo che ricalcava un po’ Veltroni un po’ Bersani – metteva surrealmente in fallo temporeggiamenti e meschinità di quel che restava della sinistra italiana. Ora, a tre anni da quel film, Andò con Le confessioni prova a lavorare sulla stessa intuizione, trasferendola su un piano globale. Mettendo infatti in scena nientemeno che un G8 di ministri dell’economia, affiancati dal presidente del Fondo Monetario Internazionale (interpretato da Daniel Auteuil), Andò punta al cuore stesso del grande inganno dei nostri tempi, che vede al potere una ristretta oligarchia completamente disinteressata del destino del restante 99% della popolazione mondiale.
E il grimaldello che viene usato in Le confessioni è incarnato ancora una volta da Servillo, stavolta nei panni di un monaco italiano, che è stato invitato al summit – come sorta di special guest – al pari di una nota scrittrice di libri per bambini e di un rocker alla Mick Jagger. I tre ‘corpi esterni’ sembra siano stati convocati dal presidente del FMI in persona, in vena forse di scherzi o di tardivi ripensamenti sul suo operato.

Così, complice la notte e una morte non meglio chiarita, si apre per il nostro monaco la possibilità di mettere in discussione le ferree convinzioni anti-democratiche dei partecipanti al summit; un lavorìo che viene presto coadiuvato dalla scrittrice per bambini (una ritrovata Connie Nielsen, ben poco convincente però, visto che cambia in modo troppo repentino le sue impressioni sul protagonista, prima fonte di sospetto, poi santo).
Il gioco che animava Viva la libertà stavolta però non funziona. Se infatti nel suo film precedente Andò aveva azionato una meccanica classica del comico (e del tragico), che è quella della sostituzione (basti pensare a Il grande dittatore, dove Charlot prendeva il posto di Hitler), qui Servillo – grazie alla sua ingenua saggezza di monaco pieno di dubbi e con ben poche certezze nella vita – dovrebbe far crollare, non si sa bene come, le coscienze dei potenti della terra.

È dunque prima di tutto su di un piano di credibilità complessiva che Le confessioni si inceppa: il monaco non potrà mai e poi mai riuscire a far vacillare le convinzioni di chi guida il nostro pianeta. Del resto, come ci insegnava la vedova di uno degli agenti della scorta di Falcone: “Ma tanto quelli non cambiano”. Parlava dei mafiosi, è vero, ma chi detiene il potere in modo così egotistico è ugualmente tetragono a qualsiasi stimolo esterno, e della bontà simil-gandhiana o simil-papa Francesco di un uomo in tonaca se ne fa un baffo. Solo sostituendosi a loro si può riuscire a fare qualcosa…
Un altro aspetto che lascia perplessi in Le confessioni è la misura ideologica del protagonista. La scelta di farne un monaco di clausura poteva aprire a interessanti soluzioni, a partire dall’escamotage di mettere in scena un personaggio non abituato a comunicare con il resto del mondo. Nella pratica però Servillo va avanti ad aforismi stucchevoli che hanno la stessa profondità dei biglietti che si trovano nei biscotti della fortuna cinesi, e in più il suo atteggiamento socratico – il sapere di non sapere – non attecchisce a causa di una eccessiva banalità dei suoi assunti e delle sue riflessioni (“Io non ho ancora capito che tipo di monaco è lei”, gli dice qualcuno; “Nemmeno io”, risponde Servillo; e a quel punto Andò si scopre anche sul versante del ridicolo involontario). Se Andò voleva farne un personaggio davvero chapliniano – e il finale sembra andare chiaramente in questa direzione – allora avrebbe dovuto lavorare anche su qualcos’altro, sul corpo attoriale ad esempio (mentre il personaggio del monaco è solo “testa”), su dei comportamenti eccentrici o surreali, e invece niente di questo avviene ne Le confessioni, che finisce per essere un finto noir in cui i personaggi – che restano delle figurine ben lontane dal venire stratificate – si parlano addosso per quasi tutto il tempo. Questo almeno quando non si lasciano andare all’attesa fine a se stessa, chiusi e isolati nel grande resort in riva al mare.

Va a finire che quello che poteva sembrare un esperimento memore del Todo modo di Elio Petri si trasforma in una involontaria emulazione dello Youth sorrentiniano. Lo sguardo incerto verso il futuro, sia quello prossimo che quello che riguarderà i posteri, diventa un surplace verso il nulla, compiaciuto del suo essere vacuo (come in Sorrentino) e non tragicamente consapevole della rovina e della catastrofe che ci attende (come in Petri). Andò non fa uso dell’arma del grottesco, né cerca di essere iconoclasta nel suo voler ribaltare le prospettive, e allora finisce per sposare in pieno l’edulcorazione emotiva di Sorrentino, dove anche se il mondo sta per finire magari ci si può fare una nuotata con la mente apparentemente sgombra, e in realtà ottenebrata e accecata dalla propria mancanza di lucidità e di sofferenza rispetto all’esistente.
È un peccato che accada tutto questo in Le confessioni, perché – come si diceva all’inizio – è sempre necessario poter guardare in faccia le contraddizioni dell’esistente. Ma l’ambizione, da sola, non basta mai…

Info
Il trailer di Le confessioni su Youtube.
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