Non c’è posto per lo sposo

Non c’è posto per lo sposo

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Arie di Guerra Fredda e maccartismo per una commedia solo apparentemente innocua. Non c’è posto per lo sposo di Douglas Sirk si rivela tagliente e sagace nello smascherare i tabù di tutta un’epoca. In dvd per Sinister e CG.

Alvah Morrell, soldato richiamato in servizio per la Guerra di Corea, si sposa in segreto con l’amata Lee a Las Vegas, ma non riesce a consumare poiché la prima notte di nozze è colto da varicella. Passa un anno, e tornato a casa Alvah scopre che la sua dimora è stata invasa dai parenti della moglie, in primis dalla dispotica suocera. Alvah e Lee non riescono a trovare una vera intimità, mentre il datore di lavoro di Lee, sostenuto dalla di lei madre, continua a corteggiarla… [sinossi]

La commedia ai tempi del maccartismo. È curioso come varie forme di controllo e nazionalismo si incrocino sullo sfondo falsamente neutrale di una commedia sentimentale anni Cinquanta. Non c’è posto per lo sposo vede la luce infatti nel 1952, in uno dei periodi più isterici di paranoia anticomunista al di là dell’Atlantico. Guerra Fredda, Guerra (caldissima) di Corea, e il senatore Joseph McCarthy che lavora alacremente: a questo, nell’adattamento italiano vanno ad assommarsi pratiche dure a morire nel nostro contesto cinematografico anche dopo l’archiviazione dell’epoca fascista. Così, il buon Alvah protagonista del film si vede ribattezzato sullo schermo come Alvaro (con effetti sbellichevoli, invero) e la sua dolce metà Lee riaddomesticata come Lia.
Ossessioni identitarie che s’incrociano tra Stati Uniti e Italia per ragioni antitetiche: mentre da un lato il tessuto del racconto adombra con intelligenza il sentimento di attacco al cuore delle istituzioni statunitensi che tormentava quegli anni, dall’altro la nuova Italia ricomincia a importare cinema americano senza però liberarsi di tali arbitrari e ridicoli adattamenti che erano nati proprio per nazionalizzare quanto più possibile il cinema d’importazione, con particolare diffidenza esattamente per il cinema a stelle a strisce. Tentativi estremi di aggrapparsi a se stessi, si direbbe, in epoche di temutissimi furti alla propria identità.

Non c’è posto per lo sposo, appartenente ai numerosi film realizzati per la Universal da Douglas Sirk, è percorso dai venti del sospetto anticomunista per diretto riferimento narrativo e per trattenuta reminiscenza. Protagonista è infatti un soldato richiamato alle armi per la guerra di Corea, primo frutto internazionale della Guerra Fredda e prima grande occasione per soffiare in patria sul terrore rosso.
Sia pure per vie brillanti, il film di Sirk racconta il disorientamento di un soldato al ritorno alla propria dimora, invasa dai parenti della sposa con la quale non riesce a condividere la minima intimità. Il povero Alvah è inviso alla suocera, che vorrebbe per la figlia Lee un futuro meno incerto e fondato con maggiore convinzione sui sacri pilastri del Sogno Americano (marito facoltoso, sicurezza economica, prestigio sociale). Alvah è invece contento della sua vigna e dei suoi modesti proventi, e ciò solleva nella suocera più di un dubbio sul suo reale patriottismo. Più di tutto, nelle parole della suocera ricorrono espliciti richiami al riarmo difensivo e alla partecipazione collettiva per la gloria della patria tramite lavoro e dedizione, e non a caso il cementificio dove Lee è impiegata lavora per il governo. Basta poco insomma per attirare su Alvah sospetti antipatriottici, e più in generale Non c’è posto per lo sposo è percorso da cima a fondo da schiaccianti sentimenti di corporativismo capitalistico.

Come accade nel miglior cinema di contesti repressivi, il film di Sirk parla quindi soprattutto tra le righe, mettendo in crisi un intero sistema di valori tramite l’arma della commedia. Forse è forzare troppo la mano se tentiamo di ravvisare nella diagnosi sommaria a cui Alvah viene sottoposto in prefinale per dichiararlo pazzo, un immediato riferimento alle operazioni della commissione McCarthy, ma di certo vi ritroviamo i tipici meccanismi di distorsione tendenziosa della parola per giungere a uno scopo, per sancire una condanna che è già pregiudiziale nelle premesse dell’indagine. Ogni parola o atto di Alvah sono piegati a una lettura preconcetta, ciò che accade esattamente nei processi sommari di una società isterica e autarchica. Per cui, se non si tratta di uno sberleffo diretto al temibile senatore e ai suoi metodi, di sicuro Sirk dà conto di abiti mentali paranoidi, determinati da una società che tenta di richiudersi su se stessa alla minima eccezione alla regola. Del resto Sirk è sempre stato maestro di sottintesi culturali, capace di evocare, in un ambiguo terreno tra intuito e consapevolezza, enormi interdetti e tabù (com’è ben noto, i suoi melodrammi più famosi sono percorsi da inquiete venature psichiche). E anche in questa occasione non si risparmia qualche audacia, visto che il tema portante del racconto è da rintracciarsi nella frustrazione sessuale, nel matrimonio non consumato e nella procrastinazione del desiderio.
A suo modo Non c’è posto per lo sposo appare quindi un attacco satirico a strutture di pensiero dominanti, animate più di tutto dal desiderio collettivo, indotto dai poteri forti, di edificare un indistruttibile baluardo di produttività e dedizione contro qualsiasi minaccia esterna al “migliore dei mondi possibili”. Alvah è invece chiamato a rappresentare i veri valori americani, quelli a poco a poco dimenticati dall’impazzimento generale nella rincorsa al progresso e al profitto. È affezionato alla sua terra e non intende lasciarla attraversare dalla ferrovia, incarna insomma lo spirito più puro del pioniere colonizzatore di matrice contadina, nutrito di quell’individualismo che sopra ogni cosa intende difendere i propri diritti. Materia narrativa decisamente audace per anni in cui bastava uno starnuto per essere accusati di attività antiamericana, specie nel cinema.

Per camuffare le proprie virulenze Non c’è posto per lo sposo ricorre agli strumenti della commedia sentimentale, ma non anodina o edulcorata. In ciò è riconoscibile la mano di Douglas Sirk, capace di dare sostanza a un intreccio sostanzialmente esile tramite scelte stilistiche in favore di indiavolati ritmi narrativi. Ai dialoghi scoppiettanti, quasi da screwball, fanno da sostegno scelte visive di evidente raffinatezza, a cominciare dalle frequenti disinquadrature e punti di vista “wellesiani” per enfatizzare la progressiva mancanza di spazio vitale per Alvah all’interno della propria casa. A ciò si aggiungono movimenti di macchina e attacchi di montaggio mirati alla catena geometrica di eventi (basti pensare alla sequenza di Alvah e Lee in cerca di una stanza dove appartarsi, dipanata in un susseguirsi di porte che si aprono su spazi occupati da qualche parente). Sirk rifiuta insomma il principio della trasparenza americana, frequente nella commedia d’epoca, e opera scelte estremamente funzionali al mood del film, con qualche reminiscenza dall’espressionismo europeo. Così una prevedibile commedia sulle beghe sentimentali di un bellimbusto in divisa (tema ricorrente nel cinema americano anni Cinquanta e ruolo perfetto per Tony Curtis) si trasforma in un ribollente contesto di interdetti incrociati, individuali e sociali.

Il dvd presenta un lungo reinserimento in lingua originale con sottotitoli, che a sua volta solleva qualche interrogativo culturale riguardo all’Italia del tempo. Una delle due sequenze reinserite vede infatti Tony Curtis ubriaco aggirarsi per l’appartamento che un amico gli ha prestato. È una sequenza che non aggiunge moltissimo al film e che non lascia interpretazioni univoche riguardo alla sua eliminazione nella prima versione distribuita nel nostro paese. Premesso che il territorio dei tagli italiani d’epoca effettuati su film stranieri evoca spesso un universo dominato da decisioni imperscrutabili, in questo caso si può però ipotizzare che non fosse percepita come decorosa la mostrazione di un soldato in stato di ubriachezza. Del resto, appartiene proprio a quegli anni la genesi tormentatissima di Totò e Carolina (1952-55) di Mario Monicelli, sottoposto a un lungo martirio censorio per aver affidato a Totò, attore comico, il ruolo di un agente della polizia, per di più affezionato alla figura di una ragazza madre. Chi serviva lo stato, insomma, non doveva essere nemmeno sfiorato dalle insidie destabilizzanti di uno sguardo cinematografico dissacrante. Tabù, interdetti socio-culturali, e commedie che li mettono in crisi e li smascherano. In America, in Italia. A ciascuno il suo tabù.

Extra: galleria fotografica.
Info
La scheda di Non c’è posto per lo sposo sul sito della CG Entertainment.
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