Lo Stato contro Fritz Bauer

Lo Stato contro Fritz Bauer

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Tra divulgazione e intrattenimento, Lo Stato contro Fritz Bauer punta tutto sulla resa di una figura mossa da un’etica intransigente e priva di compromessi, pur rivelando qualche limite nella sua costruzione narrativa.

L’etica della memoria

Francoforte sul Meno, 1957. Il procuratore generale Fritz Bauer, attivo nella caccia ai criminali nazisti, viene a sapere che l’ex colonnello delle SS Adolf Eichmann si nasconderebbe in Argentina. Bauer inizia così una complessa tessitura per assicurare Eichmann alla giustizia tedesca, diffidando delle istituzioni del suo paese e arrivando anche a chiedere l’aiuto del Mossad, il servizio segreto israeliano… [sinossi]

È abbastanza curiosa l’uscita in sala, nel giro di tre mesi, di tre opere incentrate sugli anni immediatamente successivi all’Olocausto, e sulla resa dei conti delle vittime con alcuni dei suoi protagonisti principali. Stessa macro-tematica, ma diverso contesto produttivo e diversi approcci: se The Eichmann Show, produzione britannica col marchio della BBC, indagava (dall’esterno) l’aspetto mediatico del processo intentato da Israele al criminale nazista, mente e braccio dello sterminio degli ebrei, e se Il labirinto del silenzio di Giulio Ricciarelli si concentrava sulla presa di coscienza, e sul confronto diretto con l’orrore, di un procuratore giovane e idealista, Lo stato contro Fritz Bauer sceglie un’ottica e una base di partenza diverse; prodotto in Germania, il film di Lars Kraume ricostruisce la caccia e la cattura di Eichmann, mettendo sotto la lente di ingrandimento una figura poco conosciuta quanto fondamentale per la storia di quegli anni. Il procuratore capo Bauer, già al centro della trama del film di Ricciarelli, giocò infatti un ruolo di primo piano nell’arresto di Eichmann in Argentina da parte del Mossad, superando le resistenze delle istituzioni tedesche (che contavano ancora diversi esponenti nazisti nei posti chiave) e rischiando l’accusa di alto tradimento. Un paradosso (l’ostinazione a perseguire giustizia che comporta il rischio del carcere, in un paese formalmente tornato democratico) che il film rende fulcro della sua struttura drammaturgica.

Il film di Kraume (nato a Chieti ma cresciuto a Francoforte, un background prevalentemente televisivo) punta le sue carte sull’aspetto divulgativo del suo soggetto, lasciando trasparire una sorta di sovrapposizione tra il punto di vista del regista e quello del suo protagonista. La sceneggiatura sposa infatti da subito l’ottica, ma anche l’attitudine, dell’intransigente procuratore (un notevole Burghart Klaussner), evidenziandone il progressivo isolamento, lo zelo quasi religioso, l’ostinazione totalizzante. Poco viene evidenziato della vita personale di Bauer, così come della sua suggerita omosessualità, ma si tratta evidentemente di una scelta: lo scopo dello script sembra essere quello di rendere giustizia a una figura che interpretò il suo ruolo con un atteggiamento scevro dai compromessi che la politica tedesca, già in quegli anni, iniziava ad intessere con la sua storia recente. Sia la scelta del materiale narrativo, nella ricostruzione di un’indagine piuttosto complessa, sia lo sviluppo della progressione drammatica, sembrano tesi ad evidenziare le peculiarità di una figura mossa da un’ossessione (morale, prima che politica) quasi annichilente. Le stesse scelte di messa in scena, col frequente uso dei campi lunghi e l’isolamento visivo, esibito, dell’interprete principale, sottolineano esplicitamente il carattere eroico (ma inevitabilmente malinconico) del personaggio.

Unitamente al suo carattere di indagine (quasi da biopic) su una vicenda personale tale da assumere un forte valore iconico, Lo stato contro Fritz Bauer ha anche un’importante componente che potremmo definire di genere: componente evidenziata dalla narrazione di un’indagine destinata a scontrarsi contro il perpetuo muro di gomma delle istituzioni, punteggiata da personaggi ambigui (il giornalista mercenario che conduce all’identificazione di Eichmann) e sottolineata da un cotè visivo che rimanda alle atmosfere dei thriller spionistici di qualche decennio fa. Proprio in quanto prodotto che ha l’esigenza di coniugare divulgazione ed intrattenimento, e nella coesistenza non sempre perfetta dei due registri, il film di Kraume mostra invero qualche limite: nella gestione eccessivamente statica dei tempi narrativi in tutta la sua prima parte, e in qualche meccanicismo nella ricostruzione dell’indagine nella frazione finale, il regista sembra sacrificare l’esigenza di un racconto fluido e scorrevole alla resa filmica di un personaggio ingombrante, seppur abilmente delineato. Lo stesso subplot che coinvolge il collega e amico di Bauer (il giovane magistrato col volto di Ronald Zehrfeld), integrato un po’ pretestuosamente nella trama, sembra funzionale unicamente alla sottolineatura del forte carattere “morale” dell’intero racconto.

Resta comunque, de Lo stato contro Fritz Bauer, una messa in scena elegante e visivamente accattivante (col giusto grado di cupezza nella resa degli esterni urbani), una struttura narrativa tutta al servizio del suo protagonista (che rivela un’aderenza quasi mimetica al ruolo, con un’attenzione determinante alla modulazione vocale – fortemente consigliata in questo senso la visione in lingua originale), oltre all’indubbio valore divulgativo dell’intera operazione: una ricostruzione che da una figura emblematica allarga il suo sguardo su peculiarità e contraddizioni di un’intera società, colta tra la vertigine della rinascita e la tentazione di non guardarsi indietro per fronteggiare i propri (ancor vividi e pericolosi) fantasmi.

Info
Il trailer di Lo Stato contro Fritz Bauer.
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