Tre passi nel delirio

Tre passi nel delirio

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Numero 100 della collana “Il piacere del cinema” a cura di Vieri Razzini, Tre passi nel delirio è un omaggio alla narrativa di Poe che inanella due episodi superficiali e trascurabili (di Vadim e Malle) prima di congedarsi con un piccolo capolavoro felliniano. In dvd per Teodora e CG.

Ispirato a tre racconti di Edgar Allan Poe. Vadim racconta le vicissitudini di una bellissima contessa crudele e capricciosa, turbata dalla morte di un cugino desiderato e dalla strana comparsa di un cavallo nero. Malle narra le peripezie di un soldato austriaco perseguitato dal suo doppio coscienzioso ogni volta che è sul punto di compiere un atto riprovevole. Fellini infine evoca un’atmosfera da incubo infernale per l’arrivo a Roma di un attore anglofono, chiamato per recitare in uno spaghetti-western dedicato alla figura di Gesù Cristo. In bilico sulla follia, l’attore è funestato da visioni di una bambina ambigua e inquietante che gioca con un pallone… [sinossi]

Il titolo conserva una sua aura mitica, un po’ per la sua scarsa visibilità, un po’ per l’operazione interessante a fondamento del film. In tal senso è stata una bella scelta aver dedicato il numero 100 de “Il piacere del cinema”, collana a cura di Vieri Razzini, a Tre passi nel delirio (1968), opera collettiva in cui Roger Vadim, Louis Malle e Federico Fellini furono chiamati a confrontarsi con l’universo creativo di Edgar Allan Poe. In pratica ai tre autori fu data l’occasione di trasporre e/o rielaborare uno dei racconti del celeberrimo scrittore all’interno di un cosiddetto “omnibus movie”. Per giungere alla terna effettiva di autori si passò attraverso varie soluzioni (in un primo momento doveva essere coinvolto tra gli altri anche Orson Welles, ed è tuttora conservata la sceneggiatura del suo episodio irrealizzato, scritta insieme a Oja Kodar); nella sua veste definitiva, Tre passi nel delirio appare soprattutto un’occasione produttiva, e meno un reale terreno di sfida e cimento con un mondo espressivo tanto stimolante come quello di Poe.

L’operazione produttiva di alto profilo è del resto ben evidente fin dalle premesse di cartellone. Ai coproduttori italo-francesi (Alberto Grimaldi per la PEA, per quanto riguarda la parte italiana) interessava per lo più confezionare un prodotto nobile ed elegante, ma anche robustamente rinforzato tramite la partecipazione di star internazionali, e se possibile accentuando le trattenute sensualità di Poe tramite una maggiore ed esplicita evidenza. Per cui, per dare corpo e voce ad angosce e inquietudini letterarie fu approntato un cast di grande fascino e bellezza (Jane Fonda, Alain Delon, Brigitte Bardot…), e l’interesse maggiore risultò la mostrazione della star in luogo di un più accurato lavoro sull’universo del mitico scrittore americano.
L’unico a conservarsi fedele a se stesso e a non cedere ai richiami dello star system fu Federico Fellini, che confezionò a detta di tutti (e con piena ragione) il migliore degli episodi assegnando il ruolo di protagonista a Terence Stamp, figura artistica più appartata rispetto al conclamato divismo degli attori convocati per gli altri segmenti narrativi.
La scaltrezza industriale al fondo dell’operazione è fortemente testimoniata dall’episodio di Roger Vadim. Nel volgere di poche settimane arrivarono infatti sugli schermi italiani sia Tre passi nel delirio sia Barbarella, trascinati dalla popolarità glamour della coppia Vadim-Fonda, e in tal senso un film sembra trasformarsi in traino dell’altro. A ben vedere, tra “Metzengerstein” (titolo dell’episodio di Vadim, tratto dal racconto omonimo di Poe) e Barbarella le similitudini sono numerose. Entrambi trovano sostanzialmente la propria ragion d’essere nell’esibizione di Jane Fonda in un orizzonte lisergico-orgiastico dai cromatismi pop, proiettato in un futuro lontanissimo o nel più remoto e fiabesco dei passati. Più di tutto sembra interessare a Vadim la mostrazione pubblica della mirabile consorte che aveva impalmato all’epoca, riproponendole addosso costumi succinti che sembrano reduci da un ricco carnevale. Ed è altrettanto curioso che l’immaginario di riferimento per siffatti costumi risulti pressoché identico sia per l’universo medievaleggiante del racconto di Poe, sia per le fantasmagorie neo-preistoriche della Barbarella venuta dai fumetti di Jean-Claude Forest. Anche in “Metzengerstein” Jane Fonda è calata in mezzo a irrefrenabili desideri sessuali, con l’aggravante della crudeltà e del capriccio. Lo spunto bizzarro e perturbante, in linea con lo spirito di Poe, arriva troppo tardi, sia pure ben supportato da un inquieto commento sonoro. E non è affatto banale l’evocazione di un universo psichico percorso da sensi di colpa ed espiazione, ragione di più per identificare in Poe uno stupefacente rilevatore di dimensione inconsce ante litteram. Tuttavia, se c’è qualche merito è da rintracciarsi nella forza del soggetto, troppo nobile e intelligente per finire completamente soffocato anche dalla più stolta delle regie. Per il resto Vadim si conferma infatti un eccelso metteur en scène di opulenze profilmiche, adagiate in un estenuato estetismo decisamente fine a se stesso e dal gusto un po’ “cheap”.

Non dà esiti migliori nemmeno l’episodio di Louis Malle, che a sua volta trae la sua unica forza dalla fonte letteraria, evocante in questo caso una delle ossessioni più ricorrenti nella letteratura del mistero: il sosia, il doppio, lo sdoppiamento della personalità. In questo caso l’ingerenza produttiva risulta ancor più decisiva, visto che al fianco del protagonista Alain Delon ritroviamo in un ruolo tutto sommato marginale nientemenoché Brigitte Bardot con capigliatura imprevedibilmente bruna, assoldata con ogni evidenza solo per fare cartellone. Anche in questo caso l’universo narrativo costeggia crudeltà, senso di colpa e sadismo, concedendo alle due bellissime star una ghiottissima occasione di gossip e trasgressione d’epoca. In una delle sequenze più scopertamente piazzate per fare cassetta, Delon prende infatti a frustate la schiena nuda della Bardot. Rispetto all’episodio di Vadim, quello di Malle è altrettanto debole e inerte ma per ragioni diverse: laddove Vadim si rifugiava nel piacere decadente della mostrazione, Malle risponde infatti con un compitino esilissimo e corretto, di cortissimo fiato narrativo.

È necessaria insomma l’irruzione di “Toby Dammit” e dell’immaginario felliniano, fresco e scatenato come nei suoi capolavori più noti, per buttare all’aria le atmosfere calligrafiche e timidamente licenziose dei due episodi precedenti. Innanzitutto, rispetto agli altri due co-autori Fellini opera sul racconto prescelto un vero lavoro di appropriazione. O meglio, un soggetto scritto da Fellini va incontro a ispirazioni dello scrittore americano, trafugando da un racconto di Poe solo un paio di spunti (mentre una delle idee narrative più importanti del segmento felliniano mostra immediate somiglianze con Operazione paura, 1966, di Mario Bava, e il debito sembra sia stato anche riconosciuto). Non siamo di fronte insomma a una pura e semplice trasposizione, più o meno riuscita, bensì a uno sguardo d’autore che si dedica a una fonte letteraria per cercare in essa gemellaggi con la propria ispirazione.
In tal senso “Toby Dammit” si configura come una sorta di compendio del cinema felliniano pregresso e come sfondamento verso il futuro dell’autore. Da un lato, ritroviamo lo sguardo estraneo che scruta gli orizzonti dell’illusione e, nella fattispecie, gli orrori sempre più allucinati dello spettacolo romano (Lo sceicco bianco, La dolce vita, Otto e mezzo…); dall’altro, i colori e la sarabanda audiovisiva ricordano le spericolatezze di Giulietta degli spiriti mentre l’aria sempre più mortifera e decadente preannuncia opere successive come Il Casanova o Roma, che erediterà in pieno l’idea narrativa sottesa all’incipit di “Toby Dammit”.
Nei rutilanti colori ed eccessi espressivi dell’episodio è soprattutto la prima lunga sequenza (l’arrivo di Toby Dammit a Roma, la sua uscita in aeroporto e la successiva corsa in auto attraverso la città) a delinearsi come un piccolo capolavoro a se stante. Come sempre Fellini ricorre all’iperbole, alla dimensione allucinata, all’accavallarsi di voci e suoni, alle figure ingigantite e/o stilizzate nell’ottica di un’epifania fantasmagorica. Stavolta Fellini sceglie il giallo arancione come colore dominante per evocare una dimensione di incubo e inferno. Successivamente Toby è accompagnato in auto da un petulante assistente percorrendo un caos lisergico che ben preannuncia la famosa sequenza del raccordo anulare in Roma.
La natura di compendio felliniano è ben evidente nel motivo della bambina con la quale Toby Dammit desidera disperatamente comunicare. Solo che l’innocente ragazzina del finale di La dolce vita, unica tenue fonte di speranza in un paesaggio desolato e incarnazione di un irraggiungibile ideale (tema portante della filmografia felliniana), adesso in “Toby Dammit” si è trasformata in figura ambigua, in minacciosa manifestazione ultraterrena, tanto angelica quanto demoniaca. O, chissà, magari è solo frutto del fumo mentale di un attore sul baratro della follia (l’indecidibilità tra razionale e irrazionale è un leit-motiv di tutti e tre gli episodi, nonché di buona parte dell’universo di Poe). Così stavolta l’ostacolo da superare per mettersi in comunicazione non è più il rumore assordante del mare, bensì lo strapiombo di una strada interrotta. E Toby Dammit, manco a dirlo, si decapita nel tentativo, spinto da istinti autodistruttivi.

L’universo felliniano insomma s’incupisce, si fa più disperato, come dimostreranno molte delle sue opere anni Settanta. Non è più tempo di aspirare a ideali: è più probabile che quell’aspirazione si tramuti a sua volta in incubo, in inganno demoniaco. È superfluo aggiungere che nel suo svolgimento “Toby Dammit” è sicuramente il più stimolante, inventivo e pregnante dei tre segmenti. Certo ripercorre luoghi felliniani più che noti (basti pensare alla lunga sequenza della premiazione in cui sfilano mostri grotteschi uno dopo l’altro, collocati in un ambiente di raro squallore), ma mostra un approccio più profondo all’incontro con Edgar Allan Poe, sotto una luce veramente fertile e produttiva. Per cui Tre passi nel delirio va vissuto come una lunga preparazione all’esplosione felliniana. Due episodi senza troppi guizzi, in attesa di un’enorme impennata finale.

Extra: “Vieri Razzini su Toby Dammit” (8′ 52”), trailer originale.
Info
La scheda di Tre passi nel delirio sul sito di CG Entertainment.
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