Lui è tornato

Lui è tornato

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Fra commedia e mockumentary, la versione filmica di Lui è tornato è una buona trasposizione pop del romanzo, apertamente più feroce ma meno audace nel risultato.

Back For Bad

Nella Berlino di oggi ricompare all’improvviso Lui: Adolf Hitler in persona. Dopo una fase di difficile adattamento viene adottato da Sawatski, un aspirante filmmaker spiantato, che lo porta in giro per la Germania e in poco tempo lo trasforma in una star della tv. [sinossi]

La Storia conosce il ruolo di totem e tabù per la memoria collettiva e sa che per raccontare i grandi traumi dell’ultimo secolo non può prescindere dai simboli che li rappresentano. Nelle scuole d’Europa, quando si parla di regimi e totalitarismi si fa a partire dalle figure di Hitler, Stalin e Mussolini. Simboli non solo del periodo di cui sono stati leader, responsabili e principali mandanti di genocidi, privazioni di libertà e soppressioni della dignità umana. Simboli anche nel senso di icone: incarnazioni associabili a dei segni particolari e identificativi. Se per Mussolini questi sono la mascella larga e la testa rasata e per Stalin i baffi folti e la pipa, niente è più immediatamente figurativo ed esemplare del baffetto di Hitler.
Oggetto privilegiato di rappresentazioni e parodie (a partire da Chaplin, che ne fece l’idea centrale di Il grande dittatore), i baffetti sono anche l’obiettivo della copertina di Lui è tornato, libro best seller del 2012, che dà una rappresentazione stilizzata del Fuhrer, con il ciuffo corvino e il baffetto caratteristico formato dalle lettere del titolo. Un lavoro grafico che restituisce perfettamente la domanda alla base del primo romanzo di Timur Vermes: cosa rappresenta e soprattutto come si rappresenta Hitler oggi?
Domanda a cui sia il libro che il film che ne ha tratto David Wnendt rispondono partendo da un assunto paradossale (Hitler risorge, senza causa apparente, nella Berlino di oggi) e, appunto, caricaturale (tutti lo riconoscono per via dei baffi e della divisa militare), facendo di questo gioco fra logica razionale e surreale (nessuno può credere davvero che sia la stessa persona che si è tolta la vita in un bunker 70 anni prima) il vero assunto politico dell’operazione. Un messaggio che cerca di dire qualcosa di molto preciso: Hitler è sempre fra noi. Non la maschera con baffetto e riporto, facile da identificare e parodiare, ma il lato oscuro, autoritario e razzista che abita dentro di noi.

Il romanzo di Vermes lo dice in modo sottile, al confine fra satira e pamphlet politico, facendo tutti i riferimenti alla realtà ma attento a restare ben dentro il confine del paradosso. Il film di Wnendt lo dichiara invece a gran voce, e anziché muoversi per piccoli passi, misurando ogni passo con un piglio leggero e misurato, decide di buttarsi a corsa nel campo minato con lo slancio vivace del piglio pop e della commistione di generi e di toni. Laddove il romanzo si compone come un racconto in prima persona, che adotta un punto di vista unico ancorato a Hitler, il film evita le difficoltà di fare del Führer un personaggio approfondito e psicologizzato e si concentra sul personaggio di Sawatski, il filmmaker ingenuo e gentile, che diviene narratore principale e mandante di una traccia secondaria che attraversa la commedia romantica e il mockumentary. La prima serve ad alleggerire il tono e a fare da amalgama e polo d’attrazione giovanile rispetto agli altri elementi più scabri. La seconda a toccare con mano l’assunto socio-politico della storia. Wnendt getta la sua “reincarnazione” del Führer nella Berlino hipster e ipermediale, meta privilegiata dei flussi migratori continentali e non, e lo accompagna alla scoperta della Germania di oggi, fra malcontento sociale, insofferenza multiculturale e contraddizioni verso il proprio passato dittatoriale.

Ne viene fuori un’operazione per certi aspetti simile a quello che Sasha Baron Cohen aveva fatto con la popolazione americana in Borat. Con la differenza che il corpo estraneo finto-kazako diviene qui il fantasma “interiore” più ingombrante della cultura germanica. Sono questi momenti in “presa diretta” e le reazioni divertite e indignate, inquietanti e scomposte, che coinvolgono gente comune e veri politici del NPD che non nascondono simpatie neonaziste, il vero elemento originale e perturbante della trasposizione filmica. Una materia controversa e incandescente che Wnendt cerca di contenere dentro un linguaggio televisivo e di emulsionare dentro a una storia complessa, attenta a tutte le mode del contemporaneo: dai filmati virali agli spunti metacinematografici. Questa ambizione a dire tutto in modo esplicito e parlando a un pubblico più ampio possibile risulta alla fine meno audace e incisiva rispetto al tono ambiguo e arguto dell’io narrante del romanzo.

Lui è tornato – Film è in sostanza un’ottima trasposizione di Lui è tornato – Romanzo. Pizzica corde e sensibilità più scoperti rispetto a tante rappresentazioni dell’incarnazione del nazismo precedenti (dall’Hitler impersonato da Bruno Ganz in La caduta a quello di cartapesta del finale liberatorio e incendiario di Bastardi senza gloria di Tarantino). Ma il paradosso nel paradosso è che, pur essendo uno dei suoi tanti bersagli affrontato con ferocia, non mostra più mordente di una satira televisiva da prima serata.

Info
La pagina dedicata a Lui è tornato sul sito di Nexo Digital.
Il trailer di Lui è tornato su Youtube.
Il sito ufficiale di Lui è tornato.
La pagina Facebook di Lui è tornato.
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