Hime-Anole

Hime-Anole

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Film dalla doppia anima, Hime-Anole riesce a coniugare un’esilarante commedia amorosa con un agghiacciante e violento viaggio nel male e nella follia, ma soffre di qualche snodo narrativo troppo sempliciotto. Al Far East 2016.

Ho creato un mostro!

Okada lavora in un’impresa di pulizie. Goffo e imbranato, frustato da una vita piatta, un giorno accetta di aiutare il collega Ando a corteggiare la bella cameriera Yuka, che però si innamorerà a prima vista proprio di Okada. Nel bel mezzo del triangolo amoroso, piomba l’ombra di Morita, compagno di classe di Okada ai tempi del liceo e ora sinistro stalker che perseguita da tempo Yuka. Okada ricorda gli episodi di bullismo subìti da Morita ai tempi della scuola, e si chiede se possano avere avuto conseguenze sulla sua personalità. [sinossi]

Sebbene il Far East Film Festival, giunto quest’anno alla sua diciottesima edizione, si nutra da sempre di cinema popolare, non è raro che facciano capolino sullo schermo del Teatro Nuovo Giovanni da Udine prodotti decisamente autoriali, forti di idee alla base che riescono ad andare ben oltre l’adrenalina del genere, il disimpegno o la semplice spettacolarità mainstream, fornendo allo spettatore letture intime, storiche, politiche o sociali più o meno acute. In questo senso, Hime-Anole, opera nona del regista nipponico Keisuke Yoshida, incarna con le sue due anime perfettamente distinte una sorta di dichiarazione programmatica della kermesse friulana che lo ha presentato in prima mondiale pochi giorni prima della sua uscita nelle sale del Sol Levante: da una parte la commedia pop, irresistibilmente spassosa nel tracciare un improbabilissimo triangolo amoroso fra esilaranti personaggi goffi e impacciati; dall’altra l’horror-thriller d’autore più nero, con una discesa agli inferi della mente e all’origine del male che si traveste da slasher quando quello che sembrava uno stalker non particolarmente pericoloso, coltello alla mano, si rivela invece un efferato serial killer. I teneri e goffi lavavetri innamorati ai quali è impossibile non affezionarsi nel corso del primo tempo, si ritrovano nel secondo catapultati in una realtà delirante, costretti a combattere contro la malvagità di un uomo e quella che scoprono in loro stessi, fra fantasmi del passato che scalciano contro la porta fino a sconvolgere le vite e sangue che scorre e schizza in un crescendo pliniano di violenza atroce e ineluttabile. Il risultato è un un film volutamente disturbante, forse per molti respingente, ma in grado di limare il confine fra buoni e cattivi fino a far sentire quasi in colpa lo spettatore.

Quello proposto sullo schermo alla metà circa del lungometraggio è un viraggio in ritmo, tematiche e stile deciso e spiazzante, una suddivisione in due atti opposti sino ai limiti dell’impossibile, ulteriormente accentuata dai titoli di testa che appaiono dopo quasi un’ora, come a indicare la fine del gioco e l’inizio del film “vero”. La prima parte infatti, pur distinguendosi come una commedia esilarante e frizzante ben oltre la media del genere – si vedano i dialoghi ai limiti del surreale fra gli impacciati personaggi, l’amica bruttissima e decisamente troppo loquace di Yuka, l’irresistibile gag delle doppie urla di Ando e Yuka quando lei si dichiarerà a Okada, oppure quella che vede il goffo Okada costretto a leggere le istruzioni dei profilattici al momento del fatidico primo accesso al talamo – si rivela in sostanza nient’altro che il prologo della seconda, sulla quale si concentrano tutti gli sforzi concettuali ergendo lo stalker Morita, necessariamente flebile villain della prima parte, a protagonista indiscusso. Proprio in questo ribaltamento stanno gli intenti autoriali di Hime-Anole, tratto da un manga di Minoru Furuya, che nel suo passaggio dal cuore al coltello non si limita certo agli stilemi del film di genere o al cliché dell’assassino sanguinario e disumano, né tantomeno al semplice gioco della commistione fra due generi cinematografici apparentemente impossibili da far coesistere, ma al contrario trova il suo apice in un viaggio a ritroso nel passato dei personaggi, pronto a rivelare progressivamente come il truce protagonista sia in realtà egli stesso una vittima diventata carnefice, colpito ripetutamente dai bulli ai tempi della scuola e ora reso completamente folle e violento dalle sevizie subìte. Il personaggio di Morita è un assassino spietato eppure reso umanissimo dal proprio passato, capace di creare empatia nonostante gli orrori commessi. È un debole che, schiacciato ripetutamente dai più forti, ha portato una comprensibile reazione ben oltre i limiti della follia, costretto dalla vita a diventare un persecutore molto peggiore dei propri aguzzini: è stato creato un mostro, e Keisuke Yoshida ne mostra la genesi e gli effetti provocando e giocando con gli infiniti mezzi del cinema.

Se nella prima parte infatti, seppur virato al demenziale e con risultati non paragonabili in acume, viene spesso in mente per linguaggio filmico Hong Sangsoo e la leggerezza spietata dei suoi dialoghi che scandagliano il cuore, nella seconda è piuttosto la “Trilogia della Vendetta” di Park Chan-wook il principale testo di riferimento per Yoshida, ma con un occhio (per tornare in Giappone dopo gli aneliti coreani) al Sion Sono di Cold Fish o al Takashi Miike di Lesson of the Evil nella rappresentazione della discesa agli inferi dell’uomo comune e nel misterioso e malvagio serial killer. C’è però un altro paragone che ci piacerebbe mettere sul piatto, per quanto più azzardato: quello con Kiyoshi Kurosawa, al cui cinema spesso cupo e sanguinario anela quasi tutta la seconda parte di Hime-Anole. Ed è in particolare curioso come Creepy, ultimo parto creativo di Kurosawa già fuori concorso alla Berlinale e riproposto fra pochi giorni anche qui a Udine, seppure sia impossibile da considerarsi una fonte di ispirazione per Yoshida vista l’uscita quasi contemporanea dei due film, parta da premesse e ambientazioni molto simili nel suo scandagliare l’ossessione, l’omicidio e la follia. Ma laddove i titoli e i registi citati risultano ai limiti dell’inattaccabile, Hime-Anole cede invece parzialmente il passo, incappando in alcuni snodi di trama grossolani e raffazzonati (il fatto che tutte le vittime cadano pedissequamente nei tranelli orditi da Morita senza mai armarsi o chiamare la polizia diventa alla lunga un problema, come pure la totale incompetenza dei poliziotti quando si imbattono per puro caso nel killer) e in un finale che convince per quanto riguarda la regressione all’infanzia, ma molto meno nelle cause che la comportano.

Sarebbe tuttavia ingeneroso attaccare questo film per via delle sue piccole imperfezioni, legate alla trama ben più che ai contenuti, dimenticandone invece gli ottimi spunti, il coraggio e la libertà nell’accumulare linguaggi cinematografici così diversi, il suo senso compiuto nell’umanizzare e giustificare l’assassino ricordandoci che nessuno è esente da colpe, che la sua follia è anche la nostra, che tutti noi potremmo essere vittime e carnefici, anche in contemporanea. Il mostro è infatti nato sì dai suoi persecutori, ma anche da chi ha tradito un’amicizia e dal silenzio codardo di chi sapeva e non ha fatto nulla, dimenticando nel momento del bisogno quei sereni momenti da bambini davanti ai videogiochi. Hime-Anole è una dichiarata staffetta fra la risata e il sangue, fra la tenerezza e la violenza più brutale, fra l’amore e la morte. Ma è anche un film che dimostra come gli elementi opposti, il yin e lo yang, non possano stare troppo lontani l’uno dall’altro. La compenetrazione fra eros e thanatos trova il proprio punto zenitale nella sequenza forse più interessante del film, lo splendido montaggio alternato fra un omicidio compiuto da Morita e la scena di sesso fra Okada e Yuka. I due protagonisti compiono gli stessi movimenti, emettono gli stessi gemiti, hanno lo stesso sudore che scorre sulla pelle e la stessa espressione ora concentrata e ora soddisfatta che si dipinge sul volto. Si tratta di una sequenza eretica, provocatoria, lucidamente folle come solo il cinema giapponese sa essere, ma di certo non gratuita nella sua testimonianza di come una suddivisione fra buoni e cattivi non possa esistere: siamo tutti uguali, attori e al contempo spettatori di una vita che può sfuggire al controllo e prendere il sopravvento in qualunque momento. Del resto, solo l’amore può vincere la morte e la follia: si può essere timidi e impacciati lavavetri oppure efferati assassini, alla base delle nostre piccole follie, che sia ribollente di passione o infranto, c’è sempre il cuore.

Info
Il trailer di Hime-Anole.
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