Zeta

Tentativo di racconto di un mondo, e di una sottocultura percepita come affine, Zeta si sfalda in una narrazione poco centrata ed episodica, segnando una battuta di arresto per il cinema di Cosimo Alemà.

Intermittenze sonore

In una periferia romana, tra degrado, spaccio e povertà, Alex/Zeta, Gaia e Marco sono tre amici che sognano di riscattarsi dalla vita di strada. Per Alex, giovane rapper, il sogno sembra avverarsi quando un produttore discografico assiste a una sua esibizione e gli propone un contratto: il ragazzo si ritrova immediatamente catapultato in un giro vorticoso di soldi e notorietà, all’insegna degli eccessi. Un successo inebriante quanto effimero, che Alex si rivelerà incapace di gestire… [sinossi]

Non ha portato bene, il cambio di genere e registro, al cinema di Cosimo Alemà. Una decisa virata, per il regista romano, che in realtà rappresenta una sorta di ritorno all’estetica dei suoi inizi (quella del videoclip) oltre che un tentativo di descrivere un mondo (la sottocultura dell’hip hop, calata nel contesto delle borgate romane) per sua stessa ammissione percepito come affine. A dire il vero, la messa in scena di Alemà, il suo sguardo partecipe su una realtà che appare costantemente sospesa tra l’estasi e il baratro, restano gli elementi più interessanti di questo Zeta: la Roma naturalisticamente descritta dal Claudio Caligari di Non essere cattivo, resa iperrealistico scenario di una vicenda di supereroi in Lo chiamavano Jeeg Robot, e trasformata in luogo di morte, senza redenzione, in Suburra, è qui sfondo partecipe e pulsante di una vicenda di ascesa, caduta e riscatto, che si nutre appieno dei suoi umori. Le canzoni hip hop che compongono la colonna sonora ne dettano (purtroppo quasi esclusivamente) il mood; il cemento dei palazzi e prefabbricati della periferia della Capitale, alternato al lusso liquido e illusorio dei suoi quartieri bene, ne sono osservatori partecipi.

Tentativo di presa a modello di certo cinema statunitense (viene in mente l’ovvio paragone di 8 Miles, ma anche il recente, insipido We are your Friends), il film di Alemà si rivela palesemente mancante, con tutte le conseguenze negative del caso, di una buona sceneggiatura. Un problema non da poco, per un’opera che lo stesso regista (seguendo molto cinema italiano – anche indipendente – contemporaneo) ha dichiarato avere aspirazioni “generazionali”. Da sempre più dotato, e a suo agio, come metteur en scène che come narratore, Alemà inciampa qui in un progetto che è narrativo per antonomasia; seguendo un’evoluzione (visivamente scandita dall’indicazione dei mesi) che nelle intenzioni si propone essere, innanzitutto, resoconto di crescita e trasformazione. Un proposito esplicito, fin dall’introduzione di una voice over fastidiosa e mal gestita, che aggiunge al didascalismo di molte sequenze un’inopinata e sgradevole vena retorica. Difficile prendere sul serio i generici proclami di riscatto e perseguimento dei sogni di un protagonista (il giovane Diego Germini, in arte IZI) dalla discreta espressività, ma dalla dizione a dir poco incerta. Ma è la scrittura nelle sue linee generali, e in particolare quella dei dialoghi, a difettare in credibilità.

Percorso da uno sguardo attento sui luoghi e sulle storie in essi racchiusi, ma incapace di affondare il bisturi nella carne viva del racconto (e dei suoi protagonisti), Zeta si sfalda fin dai primi minuti in una narrazione slabbrata ed episodica, incerto sulla direzione da prendere e sul tono da adottare; a tratti involontariamente grottesco nei dialoghi, il film di Alemà sembra inoltre afflitto da evidenti problemi di casting. Se il già citato protagonista tenta come può di fare il suo, inciampando tuttavia nella resa dei registri più melò che la storia, per larghi tratti, richiede, le cose vanno peggio col perennemente imbronciato Jacopo Olmo Antinori, e con una legnosa Irene Vetere: interpreti fuori parte, ma anche palesemente a disagio con personaggi delineati in modo incerto, a tratti schizofrenico. Le continue oscillazioni di tono del racconto, le ingiustificate ellissi, la scarsa attenzione alla coerenza nella resa delle azioni dei personaggi (ne è un esempio quello interpretato dallo stesso Antinori, con l’inusitato e poco credibile “triangolo” a cui dà vita con gli altri due protagonisti) sono segno di un problema di scrittura che nasce, evidentemente, dalla stessa concezione del progetto.

Un po’ coming of age, un po’ racconto di un’amicizia nata sulla strada, un po’ melò e un po’ (molto poco) noir, il film di Alemà non riesce ad essere nessuna di queste cose, fallendo soprattutto nella costruzione di un climax; il catartico (e registicamente riuscito) confronto conclusivo manca di un’adeguata costruzione pregressa, andando anche a recuperare uno specifico tratto del protagonista di cui ci si era ormai dimenticati. Concepita come componente fondante (e co-partecipe) della vicenda, la musica si rivela spesso mero riempitivo, elemento dinamico atto a tappare i buchi (narrativi e di senso) che la sceneggiatura dissemina nel film.
Illuminato da una pregressa (ma ingiustificata) aura di cult, accompagnato da una strategia promozionale che ne evidenzia l’universo culturale di riferimento, ma anche i nomi coinvolti (i rapper Fedez e J-Ax, tra gli altri), Zeta si rivela una battuta di arresto per un cineasta il cui talento andrebbe più produttivamente indirizzato. La vicinanza percepita dal regista con gli ambienti che descrive, e il suo background nel videoclip, non sono stati (evidentemente) elementi sufficienti per creare un’opera coerente, e capace di camminare, a livello cinematografico, con le sue gambe.

Info
Il trailer di Zeta su Youtube.
La pagina Facebook di Zeta.
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