Three Stories of Love

Three Stories of Love

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Three stories of love naviga a vista in un mosaico di personaggi e nella loro cupa depressione per mettere in scena la faccia più nera del Giappone post-Fukushima: un sottobosco di povertà e di ingiustizie, una popolazione in cerca spasmodica d’amore per rialzarsi. Buono l’affondo emotivo, meno quello politico. Al Far East 2016.

M’ama, non m’ama

Sull’asfalto della metropoli, sotto i ponti e nelle periferie urbane, tre “personaggi in cerca d’amore” sono impegnati in una lotta quotidiana. Tre storie che raccontano la passione nelle sue declinazioni più universali e dolorose (un uomo distrutto dall’assassinio della moglie, un avvocato gay che ama non riamato, una casalinga trascurata dal marito). [sinossi]

Ben prima delle storie d’amore del titolo, quello che mette in scena Three Stories of Love, ritorno dietro alla macchina da presa di Ryosuke Hashiguchi giunto al Far East di Udine, è la faccia più cupa e depressa del Giappone di oggi. Un Giappone nel quale le scorie sociali del post-Fukushima si sono sommate alla crescente crisi economica, confluendo nelle politiche destrorse di Shinzō Abe, nello sviluppo della microcriminalità, nelle crescenti ingiustizie sociali verso i ceti più deboli della popolazione, nella povertà sempre più diffusa di fronte all’indifferenza delle istituzioni, nelle situazioni di piccola e grande tragedia quotidiana in una forsennata lotta per la normalità. Scatenando la reazione di quel mondo artistico storicamente volto a sinistra, con un nuovo e deciso approdo al cinema politico nelle sue forme più disparate. Dalle multiformi conseguenze – compreso un disastro nucleare – dell’atroce tsunami del 2011, è nata una vera e propria nuova stagione cinematografica che tenta di riscoprire, con risultati più o meno apprezzabili, gli antichi fasti di Nagisa Oshima e Koji Wakamatsu. Una stagione inaugurata quasi immediatamente dopo la tragedia dal Sion Sono di Himizu e soprattutto del successivo The Land of Hope, per poi giungere (giusto per rimanere agli ultimi due anni) al necessario ritorno del “grande vecchio” Masao Adachi con lo splendido Artist of Fasting, ancora a Sion Sono con il “tarkovskiano” The Whispering Star, all’introspettivo Makoto Shinozaki di Sharing, al fantascientifico Koji Fukada di Sayonara, fino alla fluviale Momoko Ando di 0,5mm, visto lo scorso anno sempre al Far East e termine di paragone più azzeccato per questo Three Stories of Love. Tutti e due i film, infatti, al netto degli aspetti contenutistici e concettuali che sono differenti, calibrano il proprio tiro su una personale rilettura del concetto stesso di pietas: quella, sincera e irrefrenabile, della protagonista del film della Ando; quella di cui vanno spasmodicamente alla ricerca per tutti i (troppi) 140 minuti del film, generalmente senza trovarla, i personaggi tristi, inetti e sconfitti costruiti da Hashiguchi.

Ma laddove il viaggio senza cartina delle sorelle Ando portava come risultato di 0,5mm un mosaico di anziani personaggi in grado di ricalcare tutte le anime sconfitte del Sol Levante, facendo emergere con potenza i paradossi della società e suggerendone letture piuttosto complesse, Hashiguchi si limita, in questo ideale e ancor più malinconico controcampo che ne è Three Stories of Love, a una denuncia (a tratti molto efficace, va detto) delle storture più evidenti, che finisce però per scialacquare parte della propria verve politica in conclusioni tutto sommato sterili, come incapace di scegliere una direzione nella non poca carne al fuoco e di affondare il colpo. Non è semplice, del resto, tracciare un bilancio della sincera e pura negli intenti, ma a tratti confusa, portata politica di un film come Three Stories of Love, in altalena fra ottime intuizioni – su tutte la sequenza in cui viene concessa un’offensiva copertura sanitaria per una sola settimana al più straziante fra i protagonisti, ma anche la cena fra barboni e sconfitti che grigliano pesce sotto i ponti del fiume, passando per esempi non banali di instabilità lavorativa e dello spietato egoismo che dilaga in una società esigente spesso oltre i limiti del fagocitante – e qualche caduta nei cliché della retorica, fra cui spicca l’inutile sovrastruttura di un’incursione nel mondo della droga che quasi stona con il lavoro di sottrazione e con lo stile (non solo visivo) minimale del film. Come pure risulta in tal senso problematico un intero personaggio, il protagonista di una delle tre storie indipendenti che compongono, in un montaggio alternato senza particolari strattoni, l’intreccio e la sostanza del film: l’avvocato omosessuale, inserito per dimostrare come anche i ricchi possano piangere di un amore non ricambiato, finisce nei fatti per tradire l’afflato sottoproletario che permea l’intero lungometraggio, rivelandosi sì funzionale allo studio delle delusioni amorose, ma in definitiva un elemento castrante per le velleità politiche.

Compie però anche un altro tipo di lavoro, Three Stories of Love, un lavoro di introspezione psicologica e di mappatura dei dolori più intimi dei protagonisti. E in questo, il film di Hashiguchi va perfettamente a segno, mettendo in scena anime straziate e strazianti, personaggi sinceri e profondamente umani nel loro (soprav)vivere distrutti da un passato tragico, da un presente opprimente, da un futuro drammaticamente incerto. Quello che viene mostrato sullo schermo è l’amore irrimediabilmente perduto, l’amore ormai mancante, l’amore tragicamente non ricambiato: la stessa amarezza, la stessa disillusione, la stessa disperazione di personaggi talmente depressi e distrutti dalla vita da non riuscire nemmeno a farla finita. Chi ha perso in un colpo solo la moglie uccisa per caso per strada, il lavoro, i risparmi e la salute, e ora si trascina nei bassifondi fra scatti d’ira, crisi di pianto, occupazioni saltuarie sottopagate, lattine di birra e psicofarmaci; chi vive l’esistenza sciatta di un matrimonio ormai privo di passione (emblematica la scena di sesso amaro e meccanico con un marito immobile e svogliato) e sogna una vita nuova; chi si ritrova in lacrime al telefono a dichiarare il proprio impossibile amore omosessuale a un vecchio amico etero. Hashiguchi confeziona tutto questo con un efficace stile riflessivo eppure ellittico, uno stile fatto di pianisequenza non di rado fissi e di incastri efficaci fra filoni narrativi e contenutistici potenzialmente indipendenti, fatto di lunghi monologhi ora sensati e lucidi e ora puramente emozionali e laceranti, fatto di vicinanza e di partecipazione, in grado di creare empatia e di, almeno a tratti, emozionare sinceramente lo spettatore trascinandolo nello stesso gorgo dei protagonisti e del Giappone. Il suo sguardo è indagatore ma mai voyeuristico, elimina le distanze – come accentuato dall’unica zoomata – senza mai diventare invasivo, mette in scena inetti e sconfitti d’ogni risma ed estrazione senza mai giudicarli, e anzi rispettandoli profondamente e offrendo loro, quantomeno nella finzione cinematografica, quella stessa pietas che il Giappone pare non offrire più. Una pietà che i protagonisti, più ancora dell’amore, vanno cercando in lungo e in largo come ultima possibile ancora di salvezza, speranza a cui aggrapparsi con tutte le forze per poter continuare a vivere.

Info
Il trailer di Three Stories of Love.
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