Addio fratello crudele

Addio fratello crudele

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Da una tragedia post-elisabettiana di John Ford, Giuseppe Patroni Griffi in Addio fratello crudele tornava a dare voce e visibilità a rimossi socio-culturali dopo il grande successo di Metti, una sera a cena. Audace e provocatorio, malgrado le tante debolezze. In dvd per Minerva/Rarovideo e CG.

Mantova, epoca rinascimentale. Al ritorno dagli studi Giovanni cade follemente innamorato della sorellastra Annabella, che nel frattempo si è trasformata in una bellissima giovane. Tra i due divampa la passione, nascosta a tutti e vissuta con gioia e dolore. Quando la ragazza si scopre incinta, accetta di sposare Soranzo, uno dei suoi corteggiatori più assidui, per occultare lo scandalo… [sinossi]

Premessa. Sulle enormi differenze di coraggio creativo e produttivo tra il cinema italiano dei bei tempi andati e quello attuale si sono spesi milioni di parole, pezzi, studi, saggi, ed è un’indiscutibile verità. Oggigiorno nel nostro cinema tutto è spesso molto omologato, riconoscibile, prevedibile, nell’ottica di una diffusa neo-convenzione audiovisiva che non turbi troppo il pubblico, che lo conservi nelle sue certezze e non metta mai sotto scacco la sua placida serenità. Raramente, specie nelle ricche produzioni, i filmmaker di casa nostra si permettono temi scomodi o audacie espressive. Per cui spesso riscoprire opere dei nostri anni Sessanta e Settanta si riconverte in occasione per chiedersi anche come tutto questo all’epoca fosse possibile, e oggi no.
Addio fratello crudele (1971) di Giuseppe Patroni Griffi, riproposto adesso in dvd per Minerva/Rarovideo e CG, suscita a sua volta le medesime riflessioni, e mette in crisi un po’ le categorie interpretative di chi si trova a scrivere qualche riga per darne conto. A fine visione ci troviamo infatti in una condizione decisamente ambigua, tra la rinnovata sorpresa e vivo entusiasmo davanti a una perduta industria animata da produttori illuminati e coraggiosi, e la difficoltà a mandare tutti i salmi in gloria in nome di tale libertà espressiva ignota ai giorni nostri. Profonda nostalgia e qualche perplessità, si direbbe, perché magari non tutto è assolvibile e ricevibile in nome della sperimentazione e dell’anticonformismo, e la libertà espressiva non rimane comunque aliena alle cadute di tono e agli scivoloni.

Com’è ben noto, Patroni Griffi è una figura poliedrica che in larga parte del suo percorso si è dedicata al teatro, e anche nei suoi non numerosissimi cimenti cinematografici ha spesso preso le mosse da testi, pratiche e cornici teatrali. Addio fratello crudele viene subito dopo il grande successo di Metti, una sera a cena (1969), trasposizione di una pièce dello stesso Patroni Griffi, e a sua volta si profila come liberamente tratto da “Peccato che sia una sgualdrina”, tragedia post-elisabettiana di John Ford.
Un primo pregio dell’operazione di Patroni Griffi è l’atto di revisione, rilettura e appropriazione autoriale condotto sul testo originario, del quale si conserva il tessuto aulico dei dialoghi ma reinquadrando la fonte in un orizzonte realmente cinematografico e legando il discorso di Ford a una coerente riflessione personale.
Spesso nei film di Patroni Griffi si percorrono infatti i crinali della convenzione e repressione per forzare i confini del possibile e dare voce a sottotesti (o testi ben evidenti) di provocazione culturale. Dopo aver affrontato, uno tra i primi in Italia, il tema dell’omosessualità (Il mare, 1962) e il superamento molto sessantottino della coppia verso nuove forme di rapporti triangolari su sfondo bisessuale (Metti, una sera a cena), stavolta Patroni Griffi sceglie infatti il testo di John Ford nella sua qualità di canto archetipico di uno dei più proibiti e tormentosi tabù a tutte le latitudini, ovvero nientemenoché la passione incestuosa tra un fratello e una sorella.

In un’ottica vettoriale potremmo dire che Patroni Griffi spinge di film in film una coerente sfida alle convenzioni rilanciando ogni volta la posta in gioco, in nome di una legittimazione della passione che vada al di là dei confini dei corpi e delle regole sociali scritte e non scritte. Al fondo è evidente il tumultuoso desiderio di allinearsi alla sollevazione culturale che sul finire degli anni Sessanta iniziava ad adoperarsi per dare voce e visibilità a tutte quelle forme di affettività rimosse dagli asfittici orizzonti della convenzione, in primis all’omosessualità. Dietro al disperato esordio del film “Perché come tutti non posso avere l’oggetto del mio amore?”, enunciato dal Giovanni protagonista già preda della passione sfrenata per la sorella Annabella, si libera in realtà il grido strozzato di tutti coloro che, oppressi dalle benpensanti convenzioni, sono costretti a nascondere il proprio amore in società. Per cui la scelta di riesumare al cinema l’antico testo di John Ford si rivela innanzitutto come un atto politico in linea con le tendenze della controcultura d’epoca, per dire a chiare lettere “Guardate, ciò per cui ci battiamo oggi l’aveva già capito un drammaturgo inglese del Seicento. Quell’antico dolore è anche il nostro”.
Per buona parte le premesse espressive di Addio fratello crudele sono ben allineate all’appena precedente Metti, una sera a cena, sebbene in superficie i due film si distanzino nettamente (commedia brillante e contemporanea da un lato, tragedia post-elisabettiana dall’altro). Ritroviamo di nuovo un cast d’attori internazionale, lo stesso montatore, il mitico Franco “Kim” Arcalli, lo stesso contributo musicale di Ennio Morricone, e ancora la medesima commistione di forme d’arte diverse messe in cooperazione.
In Addio fratello crudele Patroni Griffi contamina infatti la filologia di costumi (realizzati da Gabriella Pescucci) e la ricchezza caravaggesca della fotografia di Vittorio Storaro con le scenografie sperimentali dello scultore Mario Ceroli, basate su composizioni lignee, che danno estrema evidenza alla fonte teatrale (spesso i personaggi si muovono in una sorta di palcoscenico all’interno del film, evocando una singolare mise en abyme cinema/teatro).

In qualche modo ravvisiamo insomma tracce di arte concettuale incastonate in un contesto di cinema più o meno accessibile, esattamente come succedeva anche in Metti, una sera a cena, opera al crocevia di provocazioni antiborghesi rilette pure per un grande pubblico. Tuttavia nel suo insieme Addio fratello crudele appare anche assai depotenziato rispetto al suo predecessore. La prima differenza che salta agli occhi è il montaggio stranamente poco inventivo di Arcalli, che in Metti, una sera a cena si era scatenato in una delle sue rapsodie più lisergiche. In più, stavolta l’urgenza provocatoria trova spesso forme assai meno felici, a cominciare dal bizzarro debito teatrale che Patroni Griffi riconosce alla fonte affidando il doppiaggio di attori non eccelsi (Oliver Tobias, Fabio Testi) a voci di grandi istrioni (Corrado Pani, e anche se non accreditata giureremmo che la voce di Tobias appartiene a Giancarlo Giannini), quasi a voler separare con atto estremo le due componenti dell’arte cinematografica: il visivo affidato ai decadenti estetismi di corpi affascinanti, l’audio a consolidate o future star del teatro (e cinema) italiano.
Forse la diacronia gioca a sfavore del film, fatto sta che ad oggi sentire Corrado Pani declamare sul volto di Fabio Testi lascia un po’ sconcertati, e ancor di più riconoscere la voce di Mariangela Melato nelle battute del personaggio di Angela Luce. Ma ancor più goffe e inefficaci risultano certe soluzioni mirate alla riflessione e provocazione, una su tutte il montaggio alternato di due cavalli in reale accoppiamento con la sequenza del corteggiamento più intenso di Testi nei confronti di Charlotte Rampling. E altrettanto poco riusciti e coesi appaiono certi richiami alla guerra che sanno tanto di intellettualismo d’epoca, affidato a sequenze pure suggestive come la cavalcata in mezzo alle bandiere e il successivo rifugio nelle macchine belliche (a opera ancora di Mario Ceroli). Per cui il dubbio che enunciavamo in apertura si riconferma tormentoso: si può passar sopra a scivoloni generosi, quando risultano comunque inscritti in un contesto espressivo ormai perduto nel nostro cinema?

Perché da un lato oggigiorno nel cinema riccamente prodotto e destinato a una buona visibilità (come lo era Addio fratello crudele a suo tempo) nessuno si sognerebbe di girare un film così apertamente polemico sotto il profilo culturale, così come nessuno girerebbe una sequenza come quella dei cavalli di cui sopra, facendo uso del montaggio alternato con altrettanto fiero coraggio. O magari qualcuno la girerebbe pure, ma qual è il produttore che non ne chiederebbe l’immediata eliminazione dal montaggio definitivo? Forse, la risposta, se c’è una risposta, è semplice: sempre meglio il coraggio. In tal senso Addio fratello crudele si conferma frutto di una tipica frammentarietà, di un approccio al cinema non omogeneo e soggetto pure a difetti, imperfezioni e debolezze, ma vivo di suggestioni artistiche le più diverse. In un contesto visivo che pure spesso non disdegna i calligrafismi, troviamo al contempo tracce di erudizione e arte concettuale, dalla macchina da presa che ruota di novanta gradi alle memorie di iconografia classica (la morte di Giovanni riecheggia l’immagine di San Sebastiano, non a caso icona omosessuale che di lì a pochi anni troverà una coerente consacrazione cinematografica in Sebastiane, 1976, di Derek Jarman). Cimenti e arditezze che non sempre risultano riuscitissime e che risentono della distanza temporale, ma insomma, ce ne fossero.

Extra: intervista a Vittorio Storaro (35′) e libretto informativo.
Info
La scheda di Addio fratello crudele sul sito di CG Entertainment.
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