My Love, Don’t Cross That River
di Jin Mo-young
My Love, Don’t Cross That River è un documentario ancestrale e straziante, il racconto umanissimo e di disarmante tenerezza di un amore infinito, uno sguardo delicato e pudico sul momento del triste addio. Un film prezioso, accorato, a tratti sublime: vita che scorre sullo schermo. Un regalo intimo e devastante che plana dolcemente, in concorso, sulle montagne del 64esimo Trento Film Festival.
In salute e in malattia
Una coppia di coniugi vive fianco a fianco da 76 anni in una antica casa costruita duecento anni prima. Il vecchio Jo Byeong-man ha ormai 98 anni ma ha ancora sufficienti energie per trasportare fino a casa la legna per alimentare il camino. Forse il segreto della sua longevità sta nel non aver mai smesso di giocare insieme alla sua sposa: con la neve, con le foglie, con l’acqua. Sua moglie Kang Kye-yeol ha 93 anni e continua a cucinare tre pasti al giorno per suo marito. Entrambi indossano gli abiti tradizionali coreani, vanno al mercato ogni cinque giorni, organizzano pic nic con i vicini e si divertono a ballare. Ma giorno dopo giorno Byeong-man vede le sue energie scemare e fa sempre più fatica ad alzarsi dal letto. Kye-yeol rimane spesso assorta a fissare in silenzio il ruscello che scorre e si prepara all’ultimo saluto. [sinossi]
Si sono conosciuti giovanissimi, Byeong-man e Kye-yeol. Lui aveva 19 anni e tanti capelli, lei appena 14, era praticamente una bambina, timida e impaurita nelle sue forme appena accennate dinanzi all’altare. Era la fine degli anni ’30, il dominio coloniale giapponese sulla Corea stava assestando gli ultimi colpi di coda prima che le detonazioni di Hiroshima e Nagasaki sbriciolassero definitivamente i raggi del Sole imperiale, e il matrimonio fra gli adolescenti veniva normalmente combinato dai genitori e dai rigidi costumi della società. Ma mai, in un ricco ventaglio di consuetudini che vincono sull’amore, scelta riuscì a rivelarsi più felice. Quasi per caso, a sorpresa, i coniugi Jo Byeong-man e Kye-yeol avevano trovato nella scelta di vita che era stata loro imposta l’idillio del primo e unico amore, una gioia viva e contagiosa ancora vissuta, dopo settantasei anni di matrimonio e dodici figli, con l’intensità e con le coccole del primo giorno.
My Love, Don’t Cross That River, esordio al lungometraggio cinematografico dopo una carriera televisiva di oltre quindici anni del documentarista coreano Jin Mo-young, è uno sguardo puro e accorato sui sentimenti più profondi, è un racconto di vita prezioso e disarmante nella sua tenerezza, è il punto di sintesi sentimentale e poetica di un amore simbiotico, atavico, unico, epidermico, inossidabile. Ma è anche una finestra da cui guardare e vivere la senilità che avanza, l’eccessiva magrezza, la malattia, gli scherzi della prostata e delle vie respiratorie, il dolore dell’addio. My Love, Don’t Cross That River è quel fiume che scorre fra la vita e la morte, è quel passaggio doloroso e ancestrale: uniti finché morte non vi separi, e senza dubbio anche dopo. Dopo un successo commerciale senza precedenti in patria per un documentario indipendente, con alle spalle diversi premi in giro per il mondo e ora presentato in concorso al Trento Film Festival, il film di Jin si espande liquido sui confini slabbrati fra amore e morte, fra gioia e dolore, fra sorrisi e lacrime, fra ricordi e futuro, fra emozione e strazio, rivelandosi un documentario di cuore e lirica, sorta di sublime incontro fra l’intensità emotiva di Wang Bing e la poetica profonda e pudica del primo Kim Ki-duk, l’ideale anello di congiunzione fra l’amore intimo di Three Sisters e la portata simbolica ed emozionale di Birdcage Inn.
Sprazzi di gioia infinita riempiono lo schermo quando Byeong-man e Kye-yeol mangiano insieme la neve, quando improvvisano danze nel cortile, quando giocano come due ragazzini innamorati schizzandosi con l’acqua: le premure del marito, gli sguardi impagabili di una moglie felice e fedele, la cura di ogni giorno nel preparare i pasti e i complimenti quotidiani alla cuoca, l’intimità e l’intesa che si rinnovano quotidianamente da oltre tre quarti di secolo. Quella che Jin mostra nella prima parte è la semplice straordinarietà del vivere, è l’amore più puro, è la solidità di una vita passata fianco a fianco fino a sfiorire insieme, sempre tenendosi per mano. È il racconto dell’attesa del marito nell’aspettare con premura che la moglie – ben dopo il matrimonio – si sentisse pronta ad accoglierlo nel letto, è l’estremo rispetto reciproco, è la sconfinata tenerezza alla base del loro rapporto, ma è anche l’elemento della natura come eterno ritorno: nella vita in montagna di Byeong-man e Kye-yeol, fra la fatica nei campi arati e la legna da ardere trasportata sulla schiena dai boschi fin dentro il fuoco del camino, c’è tutta la giovinezza delle piante sempreverdi, c’è tutta la ciclicità della vita nei fiori e nei frutti delle piante, ma c’è anche il dolore dell’amato animale da seppellire.
Perché della vita, parallelamente ai sorrisi, fanno parte anche le lacrime, dal ricordo doloroso e ancestrale dei sei figli persi durante il lungo cammino e ai quali la madre ancora compra – in apici emotivi e poetici sublimi e devastanti – i pigiami per l’aldilà, fino a una seconda parte di film che si addentra nei colpi di tosse notturni sempre più profondi di Mo-young, nella malattia che avanza inesorabile nelle sue membra vecchie di 98 anni, nella preparazione rituale alla morte, nei vestiti bruciati perché l’anima possa ritrovarli al di là del fiume, nello strazio di un addio per il quale non si è mai pronti.
My Love, Don’t Cross That River è infatti uno sguardo intimo e sincero sull’amore più puro, ma sono anche gli occhi lucidi e le grida disperate, quelle lacrimate dei figli superstiti durante le ultime visite al padre, quelle devastate e devastanti di una moglie rimasta sola a singhiozzare davanti al freddo mucchio di terra. E quelle, soprattutto, di un regista guidato dal cuore, da una sensibilità umana fuori dal comune e dalla missione stessa del cinema come (unico) veicolo per raccontare la vita e poter guardare all’immortalità anche nel momento della morte. Jin Mo-young non filma per pietà o per interesse, ma filma l’amore per amore, filma lo sconquasso emotivo per rappresentare il proprio sconquasso emotivo, filma il cuore facendo emergere il proprio cuore. Trovando un’opera intima, liminale, assolutamente straordinaria.
La macchina da presa di Jin è presente ma discreta, sempre vicina alle persone che sta mettendo a nudo ma al contempo attenta a non diventare invasiva, senza farsi alcun problema a svelare dolcemente la propria presenza – e di conseguenza la propria veridicità e la propria sincera emozione – con l’ombra del microfono su un abbraccio o con qualche passo ad allontanarsi quando si fa strada la discesa negli inferi della morte. Ma all’allontanamento fisico, con le fasi della malattia e della disperazione che iniziano a essere filmate attraverso gli stipiti delle porte e senza più fiatare sul collo dei protagonisti, non corrisponde certo un allontanamento umano, anzi al contrario lo sguardo del regista sta ben attento a non farsi mai né freddo né tantomeno ricattatorio o morboso, svelando parte della sua profonda umanità filantropica proprio negli spazi lasciati all’intimità dei protagonisti. Ma sempre continuando a mostrare la realtà, senza mai smettere fino alla fine, come per restituire alla splendida coppia, negli abiti curiali del ricordo tangibile e immortale del cinema, parte di ciò che loro hanno donato, con le proprie vite, al film e a chi lo ha girato compiendo con loro parte del cammino.
In questo senso, al di là della viva umanità e dell’inevitabile coinvolgimento emotivo, My Love, Don’t Cross That River mostra fra le righe anche una ben precisa coscienza politica. Ultimamente si vede infatti sempre più spesso, nella produzione sudcoreana, una tensione alla critica sociale che parte dall’impostazione eccessivamente rigida e competitiva della società per mettere in scena nei vari ambiti, o più semplicemente mostrare nella non fiction, una riflessione più o meno acuta sulla natura spersonalizzante e straniante di una simile impostazione culturale. Il lavoro di Jin Mo-young compie invece in questo senso un percorso opposto, portando sullo schermo il sentimento più puro, l’amore che finalmente vince sul raziocinio e sulle rigidità sociali, il cuore riportato alla sua posizione centrale nel fisico e nella vita degli uomini. Lanciandosi nel particolare, nella quotidianità e nella sincerità più sconfinata, My Love, Don’t Cross That River compie quindi un volo planare sulla vita, un atto di resistenza che si libera delle sovrastrutture del generale e della retorica, rivelando come spesso possa essere molto più lucido e profondo uno sguardo velato dalle lacrime rispetto a una fredda riflessione preparata a tavolino.
Forte di apici emotivi supportati da una poetica straziante e sublime, si vedano i sei cuccioli partoriti dalla cagnetta a ricordare alla coppia i sei figli perduti, My Love, Don’t Cross That River di Jin Mo-young è un film di cui si sentiva il bisogno, un atto d’amore e di rispetto, un sentito omaggio del cinema alla vita e alla realtà dei sentimenti. Un documentario al contempo delicato e potente, pronto a sgusciare sotto pelle e devastare lo spettatore con la grazia dei suoi tempi, dilatati e riflessivi, e con il suo profondo trasporto. Rimangono le lacrime in riva al fiume, rimane la neve che copre i campi come una coltre mortifera, rimangono i ricordi, rimane l’amore idilliaco e disperato. Rimangono quei vestiti bruciati perché Byeong-man possa indossarli dall’altra parte del fiume, rimangono i sei pigiami lanciati nello stesso rogo perché il padre possa portare i vestiti ai figli che non ci sono più e che finalmente, dopo anni di lacrime mai esaurite, sta raggiungendo. Per amarli, ancora una volta e per sempre, così come ha amato, ricambiato, per tutta la vita. Fino all’ultimo respiro.
Info
La scheda di My love, don’t cross that river sul sito del Trento Film Festival
Il trailer di My Love, don’t cross that river su Vimeo.
- Genere: documentario
- Titolo originale: My Love, Don't Cross That River
- Paese/Anno: Corea del Sud | 2014
- Regia: Jin Mo-young
- Fotografia: Jin Mo-young
- Montaggio: Hyun Jin-sik
- Interpreti: Jo Byeong-man, Kang Kye-yeol
- Colonna sonora: Jeong Min-woo
- Produzione: Argus Film
- Durata: 85'

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