Stonewall

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Sospeso tra impegno civile e romanzo popolare, Roland Emmerich con Stonewall racconta le origini del movimento per i diritti degli omosessuali, con un romanticismo tragico e sovversivo.

Via, via la polizia!

Ci sono momenti che segnano la Storia, senza i quali i diritti che oggi sembrano scontati semplicemente non esisterebbero: la marcia di Selma, le suffragette fino ad arrivare ai moti di Stonewall. Stonewall è la storia di chi ha combattuto per rivendicare il diritto degli omosessuali a non essere considerati dei criminali, segnando un momento e un passaggio che resteranno indelebili… [sinossi]

Ipertrofico proprio come i suoi blockbuster, pervaso di un romanticismo tragico e sovversivo, innestato con un pizzico di nostalgia e dell’usuale, sapida ironia (con buona pace di chi continua a prendere sul serio il gustosissimo Independence Day), Stonewall segna un ritorno sulle scene in grande spolvero per il ruspante, ma a suo modo sempre sofisticato Roland Emmerich.
Con il suo secondo film di impianto “serioso”, a cinque anni di distanza dall’indagine shakespeariana di Anonymous, il regista di origini teutoniche, ma il cui talento è stato ben presto inglobato dalla scaltra industria del sogni hollywoodiana, sceglie di romanzare un evento storico poco noto persino agli americani, almeno fino a quando il Presidente Obama non lo ha citato proprio nel suo discorso di insediamento, affiancandolo a battaglie per i diritti civili più “blasonate” quali la marcia di Selma (per i diritti degli afroamericani) o la dichiarazione di Seneca Falls (per l’uguaglianza delle donne).

Avvenuti in un’afosa notte estiva del giugno del 1969, nell’allora malfamato Greenwich Village, gli scontri di Stonewall hanno infatti segnato l’inizio delle lotte per i diritti degli omosessuali e vengono oggi celebrati annualmente nelle numerose parate cittadine dei “Gay Pride”. Per tutti quelli che ancora sollevano dubbi e sopracciglia di fronte a queste manifestazioni, Emmerich si preoccupa dunque di aggiornare i loro sussidiari, favorendogli oltretutto lo studio grazie alle sue ben note doti narrative e spettacolari, affabulatorie e immersive.
L’idea alla base di Stonewall è in tal senso impeccabile: il nostro protagonista, Danny Winters (incarnato dal Jeremy Irvine di War Horse), è una novella Dorothy Gale de Il mago di Oz, e finisce trasportato dal tornado della rivelazione della sua identità sessuale dalla natìa cittadina dell’Indiana (poco importa che non sia davvero il polveroso Kansas di Dorothy) alla newyorkese Christopher Street, una strada che non è esattamente lastricata d’oro, tutt’altro, ma dove di certo incontrerà una certa varietà di personaggi (una comunità gay che vive ai limiti della soglia di povertà) e altrettante, complicate avventure.

Questa similitudine con il romanzo per ragazzi di L. Frank Baum (Il meraviglioso mago di Oz è il titolo per esteso) è più volte ribadita nel film di Emmerich e l’abile sceneggiatura firmata da Jon Robin Baitz non dimentica di incastonarla periodicamente all’interno delle vicende del film, fino ad arrivare ad affiancare le ragioni della sommossa civile al dolore diffuso – all’interno della comunità gay, ma non solo – per la morte prematura di Judy Garland (l’indimenticabile Dorothy del film diretto da Victor Fleming) avvenuta proprio a ridosso dei fatti di Stonewall.
Ben presto soprannominato Danny Boy per il suo look da bravo ragazzo americano (t-shirt bianca e blue jeans sono la sua divisa, via via sempre più logora con lo scorrere del film) il Danny Winters incarnato con candore e ingenuo stupore da Jeremy Irvine è dunque la nostra guida in un universo di emarginati vitali e tragici, che sbarcano il lunario facendo marchette e trascorrono le serate allo Stonewall, locale per omosessuali gestito dalla mafia e bersagliato dalle retate della polizia. L’intreccio di poteri forti (mafia e forze dell’ordine) è dunque servito e a questo si aggiunge il fatto che la legge in vigore negli States nel 1969 vietava di dare alcolici agli omosessuali, il che offriva alla malavita un’imperdibile occasione per lucrare sulla naturale sete di evasione della comunità gay, servendo loro cocktail diluiti in acqua stagnante. Inoltre, proprio allo Stonewall aveva installato la sua sede un certo Ed Murphy (un mefistofelico Ron Pearlman) pronto a selezionare carne fresca – se proveniente dalla campagna come Danny, meglio ancora – da servire a gay altolocati e naturalmente non dichiarati, dagli ambigui e talvolta assai violenti comportamenti.

C’è un po’ di tutto in Stonewall, dal racconto di formazione alla fiaba nera, a momenti di più dichiarato impegno civile, e a un certo punto Emmerich apre anche il suo film al poliziesco, introducendoci nel distretto di polizia dove, per cercare di incastrare il perfido Murphy, il detective di turno sottopone uno dei nostri beniamini a un interrogatorio in piena regola, purtroppo funestato da un intervento musicale in colonna sonora poco azzeccato.
Qualche ingenuità infatti funesta il sano spirito di denuncia di Stonewall, che si abbandona ad alcuni dialoghi un po’ didascalici (specie all’inizio) e, dopo tutta la cura dimostrata nel tratteggiare i vari personaggi e oliare gli snodi narrativi, cede proprio di fronte a quel primo lancio di pietre, affrettando la scintilla dopo averne lungamente predisposto la miccia, ma andando poi a recuperare tutto il suo spirito rivoluzionario e populista in una vampata di ribellione che vede la plebe scagliarsi contro le forze d’ordine, senza remore né sconto alcuno.
Anche la scelta di utilizzare come protagonista un Danny Boy con ciuffo biondo e faccia d’angelo appare a tratti come una concessione al grande pubblico, utile a introdurlo senza troppi scossoni in un universo che altrimenti difficilmente avrebbe approcciato. E se questa sensazione si fa a tratti troppo evidente è probabilmente perché il pur efficace Jeremy Irvine è decisamente offuscato dalla strabordante, trascinante interpretazione di Jonny Beauchamp nei panni del suo sodale Ray, mentore della vita di strada e vero nucleo catalizzatore del film. Eroina tragica e decadente, animata parimente di spirito di ribellione e senso di rassegnazione, Ray non è probabilmente Dorothy, ma direttamente Judy Garland, ovvero la star per eccellenza, con tutti i suoi dubbi, il suo sentimentalismo quasi ferino, la disillusione di chi non ha nulla da perdere e proprio per questo si presta alla lotta senza remore, con maggior impeto e convinzione.

Emmerich lavora di accumulo, con un occhio ai classici del passato, da cui riprende l’afflato narrativo e il coinvolgimento emotivo, mescola poi suggestioni allogene, costruisce con una certa fluidità un romanzo popolare sospeso tra realtà e manierismo, tra la scarna brutalità delle difficili condizioni di vita dei suoi personaggi e il sogno mai completamente estinto di una realtà altra, che sia sognata, futura o cinematografica poco importa. Si respirano in Stonewall echi del melodramma sirkiano (i flashback sul passato di Danny in Indiana), lo spirito tragico di Romeo e Giulietta (l’amore difficile, forse impossibile tra Danny e Ray) ma già in versione West Side Story, mentre la fotografia granulosa e volutamente sporca (opera di Markus Förderer) occhieggia a certo cinema dei tardi anni ’60, come ad esempio a Panico a Needle Park di Schatzberg, mentre il Cruising di William Friedkin è rievocato da una sequenza notturna che non si tira indietro nell’esibire tanto la pulsione di ricerca di incontri a sfondo sessuale da parte del côté omosessuale, quanto la violenza della polizia nel reprimerla.

Da cineasta colto e appassionato qual è, Emmerich non dimentica, nel raccontare la rivoluzione di Stonewall, di affrontare anche la questione “di classe” e lo fa principalmente attraverso il personaggio di Trevor (Jonathan Rhys-Meyers). È lui a raccogliere Danny dalla strada per introdurlo nei meeting pro-gay borghesi dove lo slogan è un poco esaltante “gay is good”, si promuove una “mimetizzazione” all’interno della società eterosessuale, mentre il coming out non è nemmeno considerato. Ma alla nostra Dorothy questa prospettiva borghese va decisamente un po’ stretta, molto meglio ripartire dalla strada per poter acquisire così una vera coscienza di genere e di classe insieme e, soprattutto, per potersi sporcare le mani provando l’ebrezza di lanciare il primo sasso contro le autorità. Trevor continuerà invece a fare la rivoluzione coi volantini e osserverà la rivolta dall’alto del suo grazioso appartamento.
Sarà anche perfettamente ambientato a Hollywood da tempo, ma Roland Emmerich resta una interessante figura di outsider/insider nel cinema mainstream americano e, non fosse altro che per ragioni di origini anagrafiche, di certo nel suo sussidiario scolastico lo studio della figura del conterraneo Karl Marx non deve essere certo mancato.

Info
L’account twitter ufficiale di Stonewall.
La pagina di Stonewall sul sito della Adler Entertainment.
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