L’ultima spiaggia

L’ultima spiaggia

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Con L’ultima spiaggia Thanos Anastopoulos e Davide Del Degan firmano un documentario bizzarro e diseguale, con molti spunti di riflessione ma al quale forse gioverebbe una sforbiciata…

Mari e muri

L’ultima spiaggia racconta la vita che pullula attorno a una spiaggia molto popolare di Trieste, nel nord-est italiano, dove ancora oggi un muro separa gli uomini dalle donne. Un film sulle frontiere, le identità e la discriminazione. Una tragicommedia sulla natua umana. [sinossi]

L’ultima spiaggia è quella del Pedocin, come viene chiamata dagli abitanti di Trieste (ma è nota anche come Lanterna): un bagno comunale che, ancora nel 2016, divide l’ingresso in base al sesso. Gli uomini da una parte e le donne dall’altra, una pratica che nel resto d’Italia è scomparsa da decenni, ma che a Trieste resiste con una naturalezza sorprendente. In un’epoca in cui va di moda erigere muri un po’ ovunque un caso del genere rischia di non fare più neanche notizia. Anche per questo, forse, l’italiano Davide Del Degan e il greco Thanos Anastopoulos – a quest’ultimo si deve l’ottimo I kori, che passò alla Berlinale nel 2013 – hanno scelto di ambientare il loro L’ultima spiaggia interamente all’interno dello stabilimento. Quale metafora migliore, in fin dei conti, di un luogo in cui la divisione è regolata, strutturata e accettata da tutti senza neanche porsi il problema?
Presentato un po’ a sorpresa a Cannes tra le Séances spéciales (dove i due registi condividono lo spazio con autori del calibro di Rithy Panh, Mahamat-Saleh Haroun, Albert Serra e Paul Vecchiali), L’ultima spiaggia sembra destinato ad animare una volta di più il dibattito, spesso sterile, sul cosiddetto “cinema del reale”. Il motivo è molto semplice: pur muovendosi nel solco di un film come Sacro GRA di Gianfranco Rosi, che nel 2013 sbancò il Lido portandosi a casa il Leone d’Oro della Mostra, L’ultima spiaggia rivendica il fatto di non essere per niente costruito, né strutturato in fase di scrittura. Là dove Rosi interveniva direttamente sulla realtà, volgendola in alcune occasioni a proprio favore, Del Degan e Anastopoulos affermano che ogni singolo scambio di battute presente nel loro film è stato ripreso sul momento, senza “alterare” in alcun modo il corso degli eventi.

Se ciò sia vero o meno non dovrebbe essere materia per chissà quali dibattiti, anche perché in nessuno dei casi L’ultima spiaggia vedrebbe i pregi aumentare o i difetti ridimensionarsi. Costruito su una struttura libera, ondivaga ed episodica, L’ultima spiaggia si alimenta di situazione in situazione, di dialogo in dialogo, di personaggio in personaggio: c’è chi va ogni giorno in spiaggia per dar da mangiare a una gattina, chi canticchia in coro le canzoni della dominazione austro-ungarica, chi discute del nazismo e del comunismo, chi ancora dà notizia del decesso di un altro dei bagnanti abituali. Inevitabile che in questo interessante guazzabuglio umano, ora bizzarro ora melanconico, ci siano passaggi più ispirati e sequenze al contrario tirate eccessivamente per le lunghe, o addirittura completamente inessenziali.
Come il Raccordo Anulare raccontato da Rosi, anche la spiaggia di Trieste ospita un microcosmo a sé stante, fauna che è oramai radicata nel luogo e vi appartiene; per quanto lo spettatore non ne sia immediatamente edotto, ne L’ultima spiaggia si assiste a un continuo, incessante rituale, forma di socialità meccanica, quasi sclerotizzata dal tempo.
È comunque lì, fra i bagnanti del Pedocin, che i due registi dimostrano di poter cogliere appieno il senso della loro stessa operazione, senza sbavature retoriche o scivoloni eccessivi: meno coeso e riuscito appare invece l’utilizzo del materiale di repertorio, in troppe occasioni quasi sovrimpresso a un organismo cinematografico che non ne avrebbe bisogno per raggiungere l’obiettivo. C’è poi da dire che il giudizio non può che rimanere in qualche misura sospeso: a quanto viene riferito da fonti accreditate, il montaggio (e il minutaggio monstre che sfonda le due ore di durata) ultimato per Cannes non è quello definitivo, e Anastopoulos e Del Degan sarebbero pronti a limare il film, sforbiciando qua e là. Una scelta che potrebbe solo giovare al film, proprio per la sua natura volutamente frammentaria; l’esempio dei fratelli De Serio, che solo pochi mesi fa hanno rimesso mano a I ricordi del fiume eliminando più di quaranta minuti rispetto alla versione presentata a Venezia a settembre, è con ogni probabilità quello da seguire.

Info
L’ultima spiaggia sul sito del Festival di Cannes.
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