Pericle il nero

Pericle il nero

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Noir d’atmosfera e neorealismo fenomenologico all’europea si fondono in Pericle il nero di Stefano Mordini, adattamento del romanzo di Ferrandino improntato al rigore e alla rarefazione. In Un certain regard a Cannes 2016.

Indigeno d’Europa

Pericle Scalzone, detto Il nero, di lavoro “fa il culo alla gente” per conto di Don Luigi, boss camorrista emigrato in Belgio. Durante una spedizione punitiva, Pericle commette un grave errore. Scatta perciò la sua condanna a morte. In una rocambolesca fuga che lo porterà fino in Francia, Pericle incontra Anastasia, che lo accoglie senza giudicarlo e gli mostra la possibilità di una nuova esistenza… [sinossi]

Non c’è niente da fare, il cinema di genere è il grande rimosso della cinematografia italiana contemporanea, e forse anche di buona parte di quella europea. Evocato in convegni e tavole rotonde, vagheggiato dai produttori, bramato da registi e interpreti, ma assente per lo più degli schermi. Tutti ne parlano, nessuno lo fa. E quando questo avviene, siamo nell’ambito spesso della bizzarria o, tutt’al più del “caso”, più o meno fortunato dal punto di vista degli incassi. Dalle nostre parti negli ultimi anni abbiamo avuto per esempio, sul versante del poliziesco (per quanto “sui generis”) Là-bas, Take Five e Song ‘e Napule, mentre l’horror si è ritirato a vita privata, diventando appannaggio di un cinema indipendente sempre più difficile da rintracciare, anche per gli appassionati.
Non essendoci d’altronde un’industria, il genere in quanto tale di fatto non esiste, ci sono solo degli autori, che a volte si cimentano col genere.
Appartiene a questa casistica anche Pericle il nero di Stefano Mordini (Provincia meccanica, Acciaio), rappresentante nostrano in Selezione Ufficiale a Cannes 2016, nella sezione Un certain regard. Era da tempo che circolavano progetti di adattamento del romanzo di Giuseppe Ferrandino (edito da Adelphi); ci aveva pensato Patierno, scegliendosi come protagonista Pietro Taricone, poi tristemente passato a miglior vita, e ci aveva lavorato anche Abel Ferrara, che aveva proposto invece per il ruolo di protagonista Riccardo Scamarcio. Ed è ora proprio quest’ultimo non solo ad interpretare, ma anche a produrre il film con la sua (ma condivisa con Valeria Golino e Viola Sestrieri) Buena Onda, affiancata dalla belga Les Films du Fleuve dei fratelli Dardenne (al loro secondo incontro con Scamarcio, dopo La prima linea) e dalla francese Les Productions du tresor.

Dati i presupposti, non c’è dunque da stupirsi del fatto che Pericle il nero sia un gangster movie fenomenologico senza azione, perfettamente rispondente, nel bene e nel male, ai dettami del cinema europeo d’autore. Non siamo certo dalle parti dell’action poliziesco dell’oliata coppia Collet-Serra – Liam Neeson (Unknown e successivi), ed è inutile invocare un ritorno in grande spolvero di Marchal (36 Quai des Orfèvres), Mordini preferisce rinunciare ad ogni virtuosismo stilistico e affidarsi alle atmosfere che con cura costruisce, puntando sempre uno stile “frontale”, dove quello che si vede è quello che è (un po’ come il nostro Pericle). Coerentemente poi, tutto si risolve in due scene di dialogo, utili a rivelarci dei segreti nascosti nel passato del protagonista. Dialoghi dunque, niente flashback né coup de théâtre, bando poi agli psicologismi e ad ogni gioco citazionista più o meno colto sul genere che, con buona pace dei paesi co-produttori e delle loro auguste tradizioni, non si avvicina nemmeno un po’ né al poliziottesco né al polar.
Piuttosto, possiamo dire che in Pericle il nero, il noir va ad abbracciare il sempreverde neorealismo europeo e il risultato è rigoroso, impeccabile, ma non entusiasmante.
Il problema forse è proprio la co-produzione europea, che ha dato modo al film di esistere, ma lo ha anche allontanato dalle proprie radici, trasformando la Napoli del romanzo nella di certo meno pittoresca Liegi, il basso del boss della mala in una villa dall’ampia vetrata e Pescara (approdo del protagonista cartaceo in fuga) in Calais. Insomma, il progetto è chiaro e i compiti ben suddivisi: l’Italia offre libro, regista, buona parte del cast, il Belgio dei Dardenne la plumbea Liegi, la Francia della Les Productions du tresor il lungomare di Calais.
È proprio qui infatti che Pericle Scalzone, uno che per vivere “fa il culo alla gente” (sì, letteralmente) per conto del boss Don Luigino, si rifugia quando commette un tragico errore e si ritrova ad essere braccato dal suo stesso padrone. Ed è sempre nella brumosa Calais, che Pericle conosce Anastasia (Marina Foïs) ed esperisce per la prima volta gli agi e il tepore di una vita domestica mai avuta, né desiderata.

La sceneggiatura, firmata da Mordini con Valia Santella e Francesca Marciano, conserva, tramutandoli in voice over, alcuni dei momenti migliori della prosa in prima persona del romanzo di Ferrandino, la cui innegabile forza risiede proprio nell’essere il costante “stream of consiousness” di un povero diavolo, un personaggio sospeso tra l’uomo qualunque e il minus habens, in grado di condurre il lettore in luoghi e situazioni che mai altrimenti avrebbe frequentato. Pericle non ha nulla del classicom”idiota”, self made man americano, piuttosto è un, molto più europeo, uomo senza qualità. Il suo flusso di coscienza non è come quello del Benjamin di L’urlo e il furore, né come il Forrest Gump di Zemeckis, e quel suo essere sul crinale tra normalità e stupidità, distante dal benessere borghese ma facile alla sua seduzione, sono qualità che ne fanno un personaggio magnetico e imprevedibile, bravo in niente, capace di tutto.

Peccato dunque che Pericle abbia perso il suo milieu originario, l’appartenenza etnica partenopea incrementava la tensione e il fascino di questa storia, dove fondamentalmente non accade nulla e dunque volti e ambientazioni sono centrali.
Ma pazienza, Pericle il nero è un film europeo, non ci resta che gioire della rinnovata possibilità di co-produzione tra il nostro paese e la zona francofona. E poi il bello di questo film di superficie, così studiato e rigoroso, è che la sua programmatica, sobria eleganza va a rimbalzare sulla superficie elastica del corpo attoriale. La presenza scenica di Scamarcio, con quella camminata studiata, i tic del volto, è infatti il vero quid del film di Mordini, l’attrazione offerta al nostro sguardo e al nostro frustrato desiderio di azione. I dettagli della co-produzione andavano forse negoziati ed orchestrati con maggiore accortezza, ma di certo Scamarcio quanto a talento attoriale già da tempo non ha più nulla da dimostrare.

Info
La scheda di Pericle il nero sul sito del Festival di Cannes.
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