Exil

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In Exil Rithy Panh continua a elaborare il lutto personale e universale di una nazione, la Cambogia, che ancora soffre le ferite della dittatura di Pol Pot. A Cannes tra le séances spéciales.

L’illacrimata sepoltura

L’esilio è un abbandono, una terrificante solitudine. Nell’esilio ci si perde, si soffre. Ma ci si può anche ritrovare. Tutto comincia con l’esilio, e nulla vale quanto lui. Exil è una meditazione sull’assenza; sulla solitudine interiore, geografica, politica. Exil è anche un chiarimento del ragazzo che fece parte della Kampuchea democratica, e dell’adulto che non accetta l’ingiustizia: quale rivoluzione vogliamo? Una rivoluzione per l’uomo e con l’uomo? Una rivoluzione a misura d’uomo, nel rispetto e nella comprensione? O un tentativo di distruzione in cui la falsa purezza ha molti discepoli, in Asia quanto in Occidente? [sinossi]

Potrà apparire brutale volgere la questione in quest’ottica, ma Rithy Panh può essere considerato in tutto e per tutto un regista “seriale”: da quando ha esordito alla regia, donando di fatto una visibilità artistica a una nazione come la Cambogia fino a quel momento del tutto estranea al proscenio internazionale, Panh ha utilizzato la macchina da presa per elaborare un lutto intimo e universale allo stesso tempo. Come già raccontato in lungo e in largo nelle opere precedenti (con l’apice emotivo raggiunto in particolar modo nel sublime L’image manquante, visto sempre qui a Cannes nel 2013), Panh perse l’intera famiglia nella Kampuchea democratica partorita dalla mente folle e criminale di Pol Pot; un passaggio breve temporalmente quanto tragico e devastante nei numeri, che parlano di almeno un milione e mezzo di morti, vittime di una visione a dir poco dogmatica del comunismo.
Panh è dunque l’unico sopravvissuto della sua stirpe, e uno dei non molti cambogiani in grado di sfuggire a un destino atroce. Come tutti i sopravvissuti di qualsiasi genocidio, vive la sua vita come un dono, e un peso. Ciò traspare in ogni suo film, che si tratti di rievocare le violenze perpetrate nella prigione di S-21 (S21: La macchina di morte dei Khmer Rossi, 2003) o di portare davanti alla camera il volto di colui che gestì quell’inferno (Duch, le maître des forges de l’enfer, 2011); perfino il film di finzione che trasse da un romanzo della Duras, Un barrage contre le Pacifique, si muoveva nella medesima direzione.

Exil, presentato tra le séances spéciales alla sessantanovesima edizione del Festival di Cannes, è dunque “solo” un altro tassello nella stratificata filmografia del regista cambogiano, che in questo caso affronta di petto uno degli aspetti più traumatici, quello dello sradicamento, della perdita di un’identità condivisa, di una cultura, di un modo di vivere e pensare. Panh riuscì a ottenere un salvacondotto e a lasciare la propria patria nel 1979, ad appena quindici anni. Il suo ritorno a casa, molti anni più tardi, è quello di un uomo in tutto e per tutto occidentale. Non c’è mai una reale ricongiunzione tra la Cambogia e Panh; c’è amore, tristezza e melanconia, ma nulla di più. Ci sono le foto della madre e dei fratelli e sorelle. Ci sono gli oggetti che migliaia di uomini e donne hanno lasciato come unica memoria: calzature, occhiali, i preziosissimi cucchiai di ferro con i quali poter girare le brodaglie che si riuscivano a improvvisare con qualche ortaggio, o magari qualche insetto. Ma non molto di più.
Il Panh di Exil abbandona il rigore e si lascia andare a un immaginario sfrenato, che mescola immagini di repertorio a sequenze girate ex novo (grazie all’attore Sang Nan che interpreta il ruolo del giovane Panh sullo schermo), video installazioni e creazioni da quinta teatrale, giochi digitali e analogici. Effetti. Effetti speciali per cercare di trovare un senso alla realtà. In questo accumulo di materiali si intravvede uno spaesamento, e Panh appare meno lucido che in altre occasioni. Resta la riflessione politica, doverosa e mai banale, nella quale un termine come purezza può svelare angolazioni tutt’altro che rassicuranti. Punto di passaggio ulteriore di un percorso condiviso tra regista e pubblico nel corso dei decenni, Exil non aggiunge molto alla poetica di Panh, ma rimane comunque la testimonianza di un lutto inestinguibile, e al quale appare una volta di più impossibile trovare un senso.

Info
La scheda di Exil sul sito del Festival di Cannes.
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