La pazza gioia
di Paolo Virzì
Paolo Virzì torna alla regia con La pazza gioia, raccontando un’amicizia tra donne, diverse per estrazione sociale ma legate dall’incapacità di relazionarsi con il mondo che le circonda. Alla Quinzaine des réalisateurs di Cannes e in sala.
Senza fine?
Beatrice Morandini Valdirana è una chiacchierona istrionica, sedicente contessa e a suo dire in intimità coi potenti della Terra. Donatella Morelli è una giovane donna tatuata, fragile e silenziosa, che custodisce un doloroso segreto. Sono tutte e due ospiti di una comunità terapeutica per donne con disturbi mentali, entrambi classificate come socialmente pericolose. Il film racconta la loro imprevedibile amicizia, che porterà ad una fuga strampalata e toccante, alla ricerca di un po’ di felicità in quel manicomio a cielo aperto che è il mondo dei sani… [sinossi]
Il senso di un sodalizio artistico lo si comprende anche nei momenti in cui la collaborazione si interrompe o viene meno. Così, se è doveroso rimarcare che La pazza gioia è un film di Paolo Virzì, è altrettanto evidente come il film non sia stato scritto stavolta anche da Francesco Bruni, impegnato nella sua terza fatica da regista, Tutto quel che vuoi (sarà pronto per la prossima Mostra di Venezia?). Virzì ha così lavorato allo script insieme a Francesca Archibugi, dando in qualche modo un seguito a Il nome del figlio, prodotto dal regista di Ovosodo attraverso la Motorino Amaranto.
Non sono poche i punti fermi delle storie narrate finora dalla Archibugi presenti ne La pazza gioia, a partire dalla casa di cura psichiatrica gestita con metodi tutt’altro che repressivi che riporta alla mente il reparto di neuropsichiatria infantile del policlinico Umberto I nel quale opera Sergio Castellitto ne Il grande cocomero.
L’incontro tra le poetiche dei due registi non è del tutto armonioso, e le fratture si evidenziano qui e lì durante il racconto, concentrandosi soprattutto nella descrizione di Villa Biondi e della fauna che vi soggiorna, ospite coatta; tra la carnascialesca e vitale visione corale di Virzì e il bozzetto e l’artificio più naturale nella Archibugi rischia di crearsi un vuoto, voragine pronta a risucchiare le due protagoniste.
Per quanto possa sembrare paradossale, a fronte di una struttura narrativa tanto episodica La pazza gioia appare un’opera eccessivamente programmatica, interessata a inserirsi in un tracciato predefinito senza alcuna intenzione di proporre guizzi o eversioni dalla prassi.
Il canovaccio, dopotutto, è uno dei più canonici per quel che riguarda le storie “al femminile”: la fuga come prima presa di coscienza, l’abbandono dell’apatia quotidiana a favore dell’ignoto e dell’inaspettato. Dell’avventura. Se questo schema solitamente si applica alla borghesia, per definizione insoddisfatta nella società dei consumi, Virzì è accorto e preferisce scivolare su terreni a lui più congeniali. In realtà il personaggio interpretato da Valeria Bruni Tedeschi apparterrebbe in ogni caso a una classe privilegiata (forse persino nobile, a quanto afferma lei stessa), ma il suo precipuo interesse, come quello di Micaela Ramazzotti, sta nel disagio psicologico che la pervade.
L’aspetto più interessante de La pazza gioia risiede proprio nella problematica “di classe” delle due donne: Donatella/Ramazzotti è una sottoproletaria, con una famiglia inesistente, incapace di trovare soluzioni alla propria condizione, mentre Beatrice/Bruni Tedeschi è cresciuta nell’ozio e nel lusso, sperperandoli per un grande amore (a dir poco truffaldino). Di fronte alla società sono però entrambe “pazze”, allo stesso modo e con le medesime probabilità di guarire.
Come spesso gli capita Virzì dimostra il meglio di sé quando riesce a dare slancio alla propria spontaneità registica, scardinando un racconto troppo prevedibile e slabbrato, disperso in una vicenda picaresca che accumula situazioni e incontri non sempre convincenti. Rispetto ad alcuni dei titoli principali della sua carriera (Ovosodo, Baci e abbracci, Tutta la vita davanti, Il capitale umano) La pazza gioia perde in più di un’occasione la dimensione di insieme, sfaldandosi in piccoli bozzetti e arcipelaghi emotivi altalenanti, ma riesce a trovare un riscatto in poche, mirabili sequenze: il primo incontro tra le due donne, quello tra la Ramazzotti e il padre (un Marco Messeri dimesso al punto giusto). Gli aspetti più prevedibili e banali – anche la scelta della colonna sonora si dimostra “facile”, sia per quel che riguarda il tormentone Senza fine di Gino Paoli, motore anche narrativo, che la preghiera laica Ave Maria di Fabrizio De André – trovano così una pur parziale compensazione, e La pazza gioia riesce persino a commuovere, senza troppi ricatti sentimentali.
Info
Il trailer de La pazza gioia.
- Genere: drammatico
- Titolo originale: La pazza gioia
- Paese/Anno: Francia, Italia | 2016
- Regia: Paolo Virzì
- Sceneggiatura: Francesca Archibugi, Paolo Virzì
- Fotografia: Vladan Radovic
- Montaggio: Cecilia Zanuso
- Interpreti: Anna Galiena, Bob Messini, Marco Messeri, Micaela Ramazzotti, Stefano Scherini, Tommaso Ragno, Valentina Carnelutti, Valeria Bruni Tedeschi
- Produzione: Lotus Production, Manny Films, Motorino Amaranto, Rai Cinema
- Distribuzione: 01 Distribution
- Durata: 116'
- Data di uscita: 17/05/2016








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