I tempi felici verranno presto

I tempi felici verranno presto

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L’opera seconda di Alessandro Comodin, I tempi felici verranno presto, conferma la poetica del giovane autore, lontano dalla prassi e alla ricerca di una propria dimensione del racconto, che fonde umano e natura. Ma stavolta il meccanismo si fa più artefatto, depauperando il potenziale metaforico del film.

Tu devi essere il lupo

Tommaso e Arturo sono riusciti a fuggire e si rifugiano nella foresta. Alcuni anni più tardi, la stessa foresta è infestata dai lupi. La giovane Ariane trova uno strano buco: è forse la ragazza di cui si parla nelle antiche leggende della vallata? Perché Ariane si sia avventurata nel buco, resta un mistero. Questa storia ognuno la racconta a modo suo, ma tutti concordano nel dire che il lupo ha trovato Ariane… [sinossi]

I tempi felici verranno presto? Si potrebbe risolvere come una domanda verso il regista, o lo stesso sistema-cinema italiano, il titolo dell’opera seconda di Alessandro Comodin. A cinque anni di distanza da L’estate di Giacomo, con cui irruppe sulla scena italiana ed europea confermando l’eccellente stato di salute della produzione friulana (dall’estrema propaggine orientale della penisola arrivano infatti anche i vari Lorenzo Bianchini, carlo Zoratti, Matteo Oleotto, Ivan Gergolet, Alberto Fasulo e Davide Del Degan, presente a sua volta sulla Croisette in questo maggio 2016 con L’ultima spiaggia, in co-regia con il greco Thanos Anastopoulos), Comodin cerca di ripartire da dove aveva lasciato. I tempi felici verranno presto si apre su due ragazzi che camminano in un bosco, esattamente come i protagonisti del suo esordio: ma se Giacomo e Stefania si inerpicavano lungo il corso del Tagliamento per scoprire poco per volta pezzi non indifferenti di intimità, e ritrovarsi, Tommaso e Arturo sono in fuga (da cosa non è dato saperlo, né il perché: ma allo spettatore conviene abituarsi presto a una mancanza pressoché totale di risposte a qualsiasi interrogativo). Non che non ci sia qualcosa di spensierato anche nel loro incedere: in una casa abbandonata trovano un fucile, e fanno a gara a chi lo tiene in spalla. Se lo contendono, il fucile, ma non per possedere un’arma e usarla contro l’altro: solo per il gusto fanciullesco di baloccarsi con un oggetto, farlo proprio, gestirlo. Anche il modo in cui i due fanno la lotta, rotolandosi per terra, non possiede un granché di belluino, e la goffaggine istiga a uno sguardo benevolo, quasi complice. Ma il gioco distoglie i due ragazzi, che ora sono facili prede…
A ben vedere è tutto nella dicotomia preda/cacciatore che si estingue il senso più profondo de I tempi felici verranno presto: in un mondo feroce e crudele, non è la belva a dover preoccupare – e infatti i lupi che stanno “infestando” il bosco non è che facciano poi molta paura ai paesani – ma la società. Quella sì capace di ingabbiare sul serio, e senza fare sconti a nessuno.

Comodin, che nel precedente film si era mostrato mirabile nel muoversi su territori minimali, lavorando di sottrazione senza disperdere il valore reale e al contempo misterico di ciò che prendeva corpo sullo schermo, in questa sua nuova fatica sembra invece voler alzare (e non di poco) l’asticella delle ambizioni. Non ci sarebbe nulla di male, anzi, se questo non comportasse nel giovane regista friulano uno slittamento di senso del perché mettere in scena qualcosa. I tempi felici verranno presto, nel suo muoversi senza troppa armonia tra fiaba nera, leggende popolari e cruda realtà, agisce sempre e solo a un livello puramente cerebrale. Mentre L’estate di Giacomo era un’opera istintiva, quasi improvvisata nel suo doversi confrontare con due ragazzi, uno dei quali appena entrato in possesso di un udito che non aveva, I tempi felici verranno presto si organizza di metafora in metafora, interrogando lo spettatore con sequenze allusive e in gran parte criptiche, senza che si operi un riscatto sotto il profilo dell’immaginario.
Comodin sa come utilizzare la macchina da presa, ma I tempi felici verranno presto appare artefatto, programmatico, esperimento art-house depauperato di vita, e quindi a suo modo asettico. Non mancano momenti suggestivi – tra i quali lo stesso finale, con il film che cresce in maniera esponenziale nell’ultima parte – né si discute il coraggio di un giovane regista che preferisce muoversi sempre lontano dai territori più battuti e facili, ma è anche impossibile nascondere un briciolo di delusione. La speranza è che gli spunti più interessanti servano a Comodin da terreno fertile per continuare a percorrere sentieri impervi, ritrovando un gusto del racconto più immediato, e forse anche in fin dei conti più sincero.

Info
Una clip de I tempi felici verranno presto.
La scheda de I tempi felici verranno presto sul sito della Semaine de la critique.
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