Tutti gli uomini di Victoria

Tutti gli uomini di Victoria

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Secondo lungometraggio di Justine Triet, già autrice di La bataille de Solférino, Tutti gli uomini di Victoria è un film meno riuscito del precedente, in cerca di una – impossibile – classicità prendendo a modello la commedia americana. Film d’apertura della Semaine de la Critique.

La mia droga si chiama me stessa.

Avvocato penalista, Victoria Spick si trova a dover fare i conti con la costante confusione tra la sua vita professionale e quella sentimentale, in un crescendo di disastri che fatica a tenere sotto controllo. [sinossi]

Vedendo Tutti gli uomini di Victoria, film d’apertura della Semaine de la Critique a Cannes 2016 e secondo lungometraggio della francese Justine Triet, vien da ripensare a Massimo Troisi e al suo Scusate il ritardo, non per una qualche affinità elettiva e/o di trama, quanto perché il regista e attore napoletano aveva individuato un problema comune a molti colleghi: il film più difficile da fare per un cineasta non è il primo, è il secondo.
Justine Triet aveva esordito qualche anno fa con La bataille de Solférino, film sorprendente e geniale, dove la solita ronde sentimentale alla francese veniva calata in un contesto eccezionale, il giorno delle elezioni presidenziali transalpine, trasformandosi così in una sorta di happening dove la scrittura dei personaggi si alimentava con l’improvvisazione che arrivava dall’evento auto-imposto (anche in considerazione del fatto che, durante la preparazione del film, la Triet non poteva sapere chi sarebbe diventato il nuovo presidente).
Adesso in Tutti gli uomini di Victoria la Triet rinuncia all'”eventificazione” della sua scrittura, finendo per perdere buona parte del fascino e finendo per normalizzare il suo cinema.

La vicenda di Victoria diventa allora la storia di una donna di mezza età, un avvocato penalista, che si trova costretta a confrontarsi con vecchi amanti, ex mariti e nuovi pretendenti, ha due figlie e una serie di problemi a lavoro, provocati proprio dai suoi uomini. Come già accadeva in La bataille de Solférino, in Victoria si mischia in maniera quasi inscindibile il pubblico e il privato – anzi, più precisamente, il fatto privato viene portato in pubblica piazza -, così come si lavora sul tentativo, a tratti disperato, della protagonista di tenere sotto controllo la sua esistenza. È sempre un problema di negoziazione per Justine Triet, in politica come nella vita sentimentale, e ogni piccolo passo è il frutto di un compromesso lungamente meditato. Solo che se in La bataille di Solférino tutto il discorso funzionava magnificamente, perché si era costretti a una negoziazione concitata, folle, isterica e soprattutto imprevedibile, che faceva entrare lo spettatore in una commedia dell’assurdo, qui i toni si fanno più pacati, il ritmo si dilata, come per un costante surplace, e la pubblica piazza diventa il tribunale, dove Victoria difende l’ex marito e, nel contempo, viene processata per la sua condotta. E, non solo il ritmo delle negoziazioni viene regolarizzato dal fatto che nei loro dialoghi i personaggi quasi si conformano ai tempi della legge e non si parlano addosso, ma è anche vero che il tribunale è un locus cinematografico così usurato che ci vuole ben altro che una particolare ricostruzione della sua scenografia o una bislacca inventiva rispetto alla natura dei testimoni (un cane e una scimmia) per suscitare vero interesse e per spiazzare le attese dello spettatore.

D’altronde il tribunale continua a farci pensare alla norma cui sembra volersi racchiudere Justine Triet e al suo impossibile tentativo di classicità. La Triet non nasconde di essersi ispirata direttamente alla commedia americana del passato, alla Howard Hawks, deprivandola però del ritmo e dell’inventiva e quindi quasi annullandola. Eppure a tratti questo depauperamento porta a una sorta di astrazione, di dilatazione emotiva, quasi ipnotica. Una disposizione d’animo che viene tra l’altro allusa a più riprese nel riferimento alla droga: una chiromante dice alla protagonista che nella vita di lei vede solo droga, e ha ragione, nonostante i tentativi di Victoria di negare questa evidenza. Dunque, più che nelle sequenze in tribunale, più che nel tentativo di inseguire la norma, è in questi momenti di sospensione, di perdita di lucidità, di confusione sulla propria vita e sul genere in cui si è calati, che Tutti gli uomini di Victoria si dota a tratti di una sua personale visione del mondo. Ma a questo punto è inevitabile attendere di vedere il terzo film per capire meglio l’identità del cinema della Triet.

Info
La scheda di Tutti gli uomini di Victoria sul sito della Semaine de la Critique.
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