Fiore

Fiore di Claudio Giovannesi, alla Quinzaine des réalisateurs a Cannes, è un racconto intimo e universale sulla prigionia, e l’impossibilità di trovare un proprio posto al mondo.

Oltre le sbarre

Carcere minorile. Daphne, detenuta per rapina, si innamora di Josh, anche lui giovane rapinatore. In carcere i maschi e le femmine non si possono incontrare e l’amore è vietato: la relazione di Daphne e Josh vive solo di sguardi da una cella all’altra, brevi conversazioni attraverso le sbarre e lettere clandestine. Il carcere non è più solo privazione della libertà ma diventa anche mancanza d’amore. Fiore è il racconto del desiderio d’amore di una ragazza adolescente e della forza di un sentimento che infrange ogni legge… [sinossi]

La prima annotazione che viene naturale fare al termine della proiezione di Fiore (presentato alla Quinzaine des réalisateurs di Cannes, e in sala in Italia dal 25 maggio) è che si può parlare in modo legittimo di un cinema di Claudio Giovannesi. Giunto al terzo lungometraggio di finzione dopo La casa sulle nuvole e Alì ha gli occhi azzurri (ma la sua filmografia risulterebbe monca senza considerare i vari documentari ai quali ha lavorato), il trentottenne romano certifica una volta per tutte la propria poetica espressiva, che appare chiara fin dalle primissime sequenze, dove si vede Daphne, ancora minorenne, aspettare con un’amica l’arrivo dei treni della linea C della metropolitana di Roma: il loro obiettivo non è però quello di prendere la metro, ma di attendere l’occasione giusta per rapinare qualche ragazzo, armate di coltello. Lo stile è secco, nervoso, con la macchina a mano che pedina le ragazze in modo scorbutico e volutamente non armonioso. Daphne però non può rimanere a dormire a casa della compagna di sventura, con il padre di quest’ultima di ritorno, e così cerca di procacciarsi denaro avventurandosi in una rapina in solitaria. Ovviamente viene catturata, e mandata al carcere minorile.
Con l’ingresso della ragazza nel riformatorio Fiore entra di fatto nella fase centrale del suo racconto, che si protrarrà per la maggior parte del tempo: se si escludono infatti il già citato incipit e la conclusione, Giovannesi si rinchiude con la camera nelle anguste mura del carcere, e lì rimane insieme alla sua protagonista e alle altre detenute. Per la maggior parte del tempo non fa altro che seguirne la quotidianità, fatta di piccole e grandi liti, di proibizioni esulate (e di relative punizioni), di sogni e di speranze, in attesa che qualcuno venga a prendere queste ragazze per ricondurle alla vita libera, fuori dalla costrizione della prigione.

Non tutto appare convincente, nel percorso tracciato da Giovannesi e dalla sua troupe: se il lavoro sul campo – il film è frutto anche di un laboratorio organizzato dal regista nel carcere minorile di Roma – è a dir poco encomiabile, e trasporta Fiore in una dimensione a se stante, lontano dalle secche del cinema “di impegno” che ben poca gloria ha portato alla produzione italiana, la scelta di lavorare su una sceneggiatura così poco narrativa, a favore di singoli estratti di vita quotidiana alla lunga finisce per appesantire un’opera che dovrebbe al contrario fare della semplicità la propria stella polare. L’eccessiva insistenza su alcune situazioni – su tutte la ferrea disciplina pretesa da una delle responsabili della struttura, che minaccia la povera Daphne in continuazione di “fare rapporto” – non giova a Fiore, gravandolo di un aggravio retorico. La stessa regia, ancora basata sull’idea di pedinamento, si fa via via meno efficace. Là dove Fiore colpisce sempre il bersaglio, invece, è nella tessitura di personaggi credibili, vivi, appassiona(n)ti. Daphne Scoccia stupisce per la naturalezza, l’espressività e la presenza scenica, ma non da meno sono anche Josciua Algeri (il ragazzo di cui si innamora in carcere, Josh) e le altre detenute Gessica Giulianielli, Klea Marku e Francesca Risu: su tutti allarga le sue ali protettive il sempre eccellente Valerio Mastandrea, qui nella parte del padre della protagonista, a sua volta ancora in attesa di scontare una pena detentiva.
Questo amore che Giovannesi nutre per i suoi personaggi permette a Fiore di scartare in maniera sensibile nell’ultimo segmento del film, a partire dal permesso concesso a Daphne per assistere alla prima comunione del figlio della compagna del padre.
L’evasione – spirituale, sentimentale e anche effettiva – pompa sangue nelle vene di Fiore, che si muove in un crescendo continuo e inarrestabile, fino alla splendida sequenza che vede Josh e Daphne cercare di sfuggire a due ostinati poliziotti alla stazione dei treni. Viaggio impossibile, utopia di una fuga che prima o poi verrà ricomposta e sconfitta dalla società, Fiore è un inno all’adolescenza imbastardita, e al desiderio di tenerezza, amore, comprensione. Un inno alla velocità, sempre pronti a chiedersi che fretta ci fosse, come la Loretta Goggi di Maledetta primavera (Fiore è il secondo film visto sulla Croisette a utilizzare il brano, dopo Sieranevada di Cristi Puiu). Di fronte a un simile slancio vitale il consiglio è quello di non fermarsi a ciò che “non funziona”, ma di lasciarsi accompagnare da questa ragazza per vie impervie, e forse destinate alla sconfitta. Ma mai prone.

Info
Il trailer di Fiore.
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