I racconti della luna pallida d’agosto

I racconti della luna pallida d’agosto

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Cannes riscopre uno dei massimi capolavori del cinema giapponese e mondiale, e l’opera forse più conosciuta di Kenji Mizoguchi: I racconti della luna pallida d’agosto.

Brame, ossessioni e fantasmi

Giappone, fine del XVI secolo: il vasaio Genjurō e suo fratello Tobei, vivono con le loro mogli Miyagi e Ohama in un villaggio della regione di Omi; Genjurō, convinto di poter guadagnare molti soldi vendendo la propria merce nella città vicina, si reca nella contea di Omizo insieme a Tobei, che si unisce a lui col solo scopo di poter diventare un samurai tra le rimostranze della moglie. Ritornati a casa con un bel guadagno, i due lavorano duramente per poter fare ancora più denaro; Tobei sempre più ossessionato dall’ambizione di diventare samurai ha bisogno dei soldi per comprare un’armatura e una lancia mentre Genjurō preso dall’avidità cerca in una sola notte di cuocere una partita di vasellame insieme al fratello. [sinossi]

“Leggende ancora vive nella memoria di tutti sono l’argomento di questo film girato con uno stile nuovo”; con questa annotazione di regia lo spettatore de I racconti della luna pallida d’agosto entra in contatto con il meraviglioso, penetrando in un mondo a se stante, brutale e crudele come quello in cui vive ma anche misterico. Non furono in pochi, nel Giappone del 1953, ad accusare Kenji Mizoguchi di aver diretto, con I racconti della luna pallida d’agosto, un film a uso e consumo dello sguardo occidentale, in grado di cogliere nell’estatica bellezza delle immagini un retrogusto “esotico”, lontano dalla quotidianità. La materia è in effetti da affrontare con una certa cura, anche perché Ugetsu monogatari è un film di fantasmi, e le incursioni nel fantastico di Mizoguchi non sono proprio all’ordine del giorno… Il Giappone del 1953 era una terra in completo sommovimento, ancora raggelato dallo spettro delle due bombe atomiche sganciate su Hiroshima e Nagasaki, da poco liberatosi – almeno ufficialmente – dal giogo delle truppe statunitensi e alla ricerca di una propria identità “democratica”, ora che Hirohito aveva sancito la natura non divina dell’imperatore, spingendo alcuni addirittura a compiere il seppuku e prendendo una volta per tutte le distanze dall’egemonia militare che aveva retto la terra di Yamato con un regime in odore di fascismo per tutti gli anni Trenta, fino alla fine della Seconda Guerra Mondiale. Da un punto di vista strettamente cinematografico, poi, il Giappone si era appena aperto al resto del mondo, grazie al trionfo veneziano di Rashomon di Akira Kurosawa.
In quegli anni la Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica divenne una sorta di seconda patria per i registi giapponesi – tradizione mai venuta meno, se si eccettuano gli ultimi anni della gestione Barbera –; Mizoguchi vi portò Vita di O-Haru, donna galante e l’anno dopo proprio I racconti della luna pallida d’agosto, che tornò a casa con un Leone d’Argento.

A distanza di più di sessant’anni da quei giorni, mentre il film viene riproposto in una versione restaurata all’interno della selezione di Cannes Classics, è impossibile non evidenziare alcuni tratti essenziali in grado di cogliere l’importanza capitale di quest’opera di Mizoguchi sia all’interno della filmografia del regista che per quel che concerne l’intera storia della Settima Arte. Riconosciuto da subito come uno dei grandi capolavori del cinema, tanto negli Stati Uniti quanto in Europa (e nello stesso Giappone, nonostante alcune resistenze cui si faceva cenno dianzi), I racconti della luna pallida d’agosto rappresenta ancora oggi una delle visioni irrinunciabili per ogni cinefilo degno di questo nome. Racchiuso all’interno di una regia di rara compostezza formale ed eleganza, mai attirata dal superfluo ma in grado di restituire attraverso limpidi carrelli laterali e piani sequenza – comunque meno elaborati e “lunghi” di altre opere di Mizoguchi – un vero e proprio senso di meraviglia, si cela un racconto morale dolorosissimo, in cui l’avidità e la brama di possesso sono il motore dell’esistenza stessa nonché le responsabili della sua distruzione. Mizoguchi non rinuncia ad alcuni dei punti essenziali della sua poetica espressiva (si prenda ad esempio il modo in cui vengono descritti i personaggi femminili, siano essi demoni tentatori o mogli abbandonate a un destino tutt’altro che rassicurante) e utilizza la macchina da presa non come un mezzo per “riprendere” la vita, ma come un luogo di accesso alla vita ricreata sullo schermo. Non una macchina/occhio, dunque, ma una macchina/soglia, elemento di passaggio che dona la possibilità allo spettatore di entrare e non solo di guardare.

Da questo punto di vista acquistano un valore quintessenziale i due movimenti di macchina che aprono e chiudono il film, panoramiche atte a svelare la “verità” senza mai permettersi stacchi, in un continuum che è il senso stesso, per Mizoguchi, del cinema. In particolar modo il finale, dal ritorno a casa di Genjurō fino alla presa di coscienza sulla vera natura della moglie e al gesto del figlioletto Gen’ichi di porre del cibo sulla tomba della madre, sembra svelare con una naturalezza annichilente il senso del cinema e della narrazione per Mizoguchi: quella macchina da presa che letteralmente svela allo spettatore (e anche a Genjurō) la presenza in casa di Miyagi – o meglio, del suo fantasma – ridando luce e pienezza a un luogo fino a quel momento mostrato come spoglio e inospitale, già morto, produce considerevoli sussulti al cuore a ogni nuova visione.
E se il “nuovo stile” a cui fa riferimento la citazione iniziale è forse da attribuire anche alla volontà di non assecondare solo necessità realiste, tanto nella storia quanto nella sua realizzazione (la nebbia ottundente che avvolge l’imbarcazione che risale il fiume è con ogni probabilità l’immagine più suggestiva ed evidente), I racconti della luna pallida d’agosto è in tutto e per tutto un film di rottura, all’interno della filmografia di Mizoguchi: il tema dello svilimento del desiderio e dell’impossibilità di appagarlo, spesso legato alla brama di denaro, troverà ancora maggiore consistenza e forza nei successivi Gyon bayashi e soprattutto La strada della vergogna, che concluderà la carriera di Mizoguchi ad appena cinquantotto anni, nel 1956. Al di là di queste speculazioni e riflessioni, I racconti della luna pallida d’agosto resta un puro piacere estatico per lo sguardo, cinema di una tale potenza espressiva da non poter essere racchiuso solo nel fuggevole battito di palpebre degli occhi, ma in grado di penetrare nel fondo delle emozioni umane, e di guidarle, carezzandole e ferendole.

Info
Il trailer de I racconti della luna pallida d’agosto.
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