La ragazza senza nome

La ragazza senza nome

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Troppo sicuri della giustezza della loro indagine etica, i Dardenne con La ragazza senza nome dimenticano di oliare i meccanismi del racconto e scivolano nella maniera di se stessi. In concorso a Cannes 2016.

Io confesso

Giovane medico di famiglia, Jenny, nonostante le rimostranze del suo stagista, una sera rifiuta di aprire il portone del suo studio dal momento che l’orario delle visite è terminato. Ma la donna che aveva bussato alla sua porta viene ritrovata uccisa l’indomani, senza documenti in dosso, senza un’identità. [sinossi]

Bisogna controllare le emozioni. Si potrebbe anche riassumere così la poetica, improntata al rigore etico ed estetico dei fratelli Dardenne, campioni pluripremiati (due le palme d’Oro, per Rosetta nel 1999 e L’enfant nel 2005) del neo-neorealismo europeo. Questo monito appartiene però nello specifico alla protagonista del loro nuovo film in concorso a Cannes, La ragazza senza nome (La fille inconnue).
Jenny è un giovane medico di famiglia di Liegi che sa il fatto suo e in un unico pomeriggio, prima rimprovera il suo stagista Julien per un eccesso di empatia nei confronti di un paziente poi, quando suonano alla porta dello studio fuori orario, gli impone di non aprire. Il giorno dopo però la polizia bussa a quello stesso campanello: una donna priva di documenti è stata ritrovata assassinata a pochi metri da lì. Era stata proprio lei, come confermeranno le riprese della telecamera di sorveglianza, a richiedere asilo nello studio di Jenny. Appreso ciò, Julien si licenzia seduta stante, mentre Jenny, nel tentativo di espiare il suo senso di colpa, prima rifiuta un ambito impiego-promozione, poi inizia la sua personale indagine, per restituire alla morta l’identità.
La scintilla è scoccata, il pedinamento dardenniano può avere inizio e con esso tutto un florilegio di sensi di colpa personali e magari anche collettivi.

Con un plot che riecheggia un po’ Le onde del destino di Von Trier (senso di colpa e masochismo) un po’ La promessa dell’assassino di Cronenberg (quel desiderio di restituire un’identità a una ragazza assassinata), La ragazza senza nome procede senza sosta a ridosso della propria protagonista. Questa volta poi il dilemma etico in oggetto è acuito dalla professione di Jenny, peccato che i due registi non vadano a declinarlo fino in fondo, limitandosi a mettere in scena il disaccordo tra medico e stagista.
Come già accadeva nel film precedente, Due giorni, una notte, i Dardenne anche in La ragazza senza nome sguinzagliano la loro interprete (lì era Marion Cotillard, qui la star in ascesa Adèle Haenel) in una lunga indagine urbana, la seguono con macchina a mano, penetrano con lei negli appartamenti dei pazienti, la accompagnano a piedi e in macchina nel corso dei sopralluoghi nei bassifondi dove va a cercare le origini della ragazza morta. L’inchiesta tiene per un po’ con il fiato sospeso, ma a lungo andare la staticità di incontri e situazioni, la sostanziale freddezza con cui sono riportati, innesca una soffocante spirale di ripetizioni.
La ragazza senza nome sembra andare avanti dunque per accumulo e le sequenze che ci sottopone oltre ad assomigliarsi per stile e significato (il senso di colpa, sempre quello) dimostrano anche qualche ingenuità.

Pensiamo ad esempio all’interessante relazione che a un certo punto viene ad instaurarsi tra Jenny e un suo giovanissimo paziente che, essendo a conoscenza di qualche dettaglio sul delitto, inizia a somatizzare il senso di colpa attraverso dei dolori addominali. Questo rapporto non viene però portato avanti, Jenny riprende il suo cammino e si passa ad altro. Nemmeno il fatto che ad un certo punto la dottoressa trascuri i suoi pazienti pur di portare avanti le sue indagini viene poi sfruttato: di quella poveretta che l’ha chiamata per chiederle il metadone, e alla quale è stato risposto di vedersi più tardi, non ne sapremo mai nulla.
L’ossessione espiatoria di Jenny assume poi dei toni grotteschi – decisamente fuori luogo per una pellicola del genere – quando la donna decide non solo di andare a pagare un loculo per la ragazza assassinata, ma si presenta anche al cimitero con un mazzo di margherite di ingenti dimensioni.
Per non tacere poi di quell’idillio agreste in cui ci immerge il film quando Jenny va a cercare il suo ex stagista rifugiatosi in campagna, momento che finisce per assumere dei contorni un po’ naïf.

Alla solitamente brava Adèle Haenel (The Fighters – Addestramento di vita, L’homme qu’on aimait trop) tocca in sorte un ruolo ingrato, difficile ma per nulla sfaccettato, a muoverla è semplicemente una folle determinazione e la sua presenza in scena è costantemente richiesta. Quel bisogno di controllare le emozioni proclamato dal personaggio all’inizio, si traduce poi in un suo dialogare monocorde, che le vede utilizzare lo stesso tono di voce per curare i pazienti o rispondere a un’aggressione, per dire “congratulazioni” o “condoglianze”. A risollevare l’arte recitativa ci pensa però uno degli attori feticcio dei Dardenne, ovvero Olivier Gourmet, con un fugace ma incisivo exploit di aggressività.
Quando infine i fratelli Dardenne vanno a sciogliere gli ultimi nodi dell’indagine, scelgono coerentemente come ambientazione lo studio della dottoressa, là dove tutto era iniziato. Ma qualcosa non funziona in questa circolarità, appare infatti un po’ strano che improvvisamente i personaggi chiave della detection sentano tutti insieme il bisogno di andare a chiedere la redenzione dai propri peccati nello studio-confessionale della dottoressa.
Non sempre dunque basta, persino ai Dardenne, avere dalla propria il nobile intento di mettere in circolo il problema della responsabilità umana e civile, il meccanismo narrativo magari si innesca, ma la storia, come accade per La ragazza senza nome, procede a singhiozzo e tra pedinamenti e raggelati interni, camminate nel fango o nelle periferie, il talento autoriale si disperde.

Info
La pagina dedicata a La ragazza senza nome sul sito del Festival di Cannes.
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