La tartaruga rossa

La tartaruga rossa

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Presentato al Festival di Cannes nella sezione Un Certain Regard, La tartaruga rossa (La tortue rouge) di Michaël Dudok de Wit è l’ennesimo miracolo artistico e produttivo dello Studio Ghibli, in coproduzione con le francesi Prima Linea Productions, Why Not Production e Wild Bunch. Nei ruoli chiave di produttore e produttore artistico ritroviamo Toshio Suzuki e Isao Takahata, da sempre legato alla cultura e all’animazione transalpina.

Una nuova vita

Un naufrago lotta contro il mare in tempesta, resistendo strenuamente a montagne d’acqua che lo trascinano fino a una piccola isola. Una vegetazione lussureggiante, piccole tartarughe, granchi, uccelli e il naufrago: l’isola è deserta e l’uomo cerca di organizzarsi per sopravvivere e per tornare alla civiltà. La prima zattera che riesce a costruire affonda poco dopo la partenza, distrutta da strani colpi che vengono dal mare. Stessa sorte per la seconda, più grande e resistente, che l’uomo aveva ricostruito. Alla terza zattera… [sinossi]

Bisogna tornare al 2004 per risalire ai primi vagiti de La tartaruga rossa, aka La tortue rouge.
Michaël Dudok de Wit e Isao Takahata si incontrano per la prima volta nel 2004 al Festival di Hiroshima, poi nuovamente a Seoul. L’ammirazione è reciproca. Nel 2000 de Wit aveva realizzato lo splendido cortometraggio Father and Daughter, dai riflessi norštejniani, poi distribuito in Giappone proprio dallo Studio Ghibli – è grazie alla passione e all’impegno di Takahata se piccoli e grandi classici dell’animazione francese, europea e internazionale approdano nelle sale del Sol Levante.
Sospinto dallo Studio Ghibli, da Toshio Suzuki e da Takahata, de Wit inizia a ragionare sulla sua possibile opera prima, su una storia lunga, molto più lunga degli otto minuti di Father and Daughter o dei sei di The Monk and the Fish. Intrapreso nel 2007, il processo di scrittura è complesso e richiede l’intervento della regista e sceneggiatrice Pascale Ferran. Terminato l’animatique (ma per una pellicola priva di dialoghi potrebbe bastare la definizione di storyboard), entrano in gioco le tecniche e il talento degli animatori della Prima Linea Productions. Siamo nel 2013.

2013, anno cruciale.
Lo Studio Ghibli termina la lunga lavorazione di Si alza il vento e La storia della principessa splendente. Un ciclo termina, un nuovo ciclo si apre. I film di Hayao Miyazaki e Takahata, come La tartaruga rossa, ci raccontano della vita, della morte, degli addii. Dopo tanti anni passati a cercare gli eredi dei due fondatori dello Studio Ghibli, si è finalmente imboccata quella che è probabilmente l’unica strada percorribile: nessun erede, ma un nuovo Autore, un’altra storia, nuovi mondi da esplorare. L’opera prima di de Wit segna la fine e l’inizio – significativo il cambio di colore del celeberrimo logo ghibliano, con Totoro su sfondo rosso e non azzurro.

2016, Ghibli al Festival di Cannes.
La presenza de La tartaruga rossa al Festival di Cannes, nella sezione Un Certain Regard, conferma una serie di (evidenti) dinamiche. Relegato ai margini nel 2013, con La storia della principessa splendente nella sezione parallela (e quindi esterna) Quinzaine des Réalisateurs, lo Studio Ghibli entra nel Palais grazie alla coproduzione francese. Ma non in concorso, perché lo sguardo è ancora un po’ miope. Almeno in questo senso, la Mostra di Venezia continua a essere qualche passo avanti. È quasi superfluo sottolinearlo: a braccetto coi vari Jarmusch, Arnold e Assayas, La tartaruga rossa avrebbe impreziosito il Concorso.

2016, il miracolo, o forse no.
De Wit, Jean-Christophe Lie e gli animatori della Prima Linea lavorano sull’armoniosa coesistenza di mezzi, tecniche e stili differenti. L’artigianale carboncino, utilizzato per alcuni fondali, e la computer grafica necessaria per la zattera e la tartaruga si fondono perfettamente con le animazione realizzate con la Cintiq, che de Wit sceglie grazie alla Prima Linea (lo studio francese stava terminando la lavorazione di Loulou, l’incroyable secret).
De Wit e Ferran hanno modellato una storia dai contorni ghibliani, fedele allo spirito di Father and Daughter, di Norštejn, di Frédéric Back. Nell’essenzialità grafica e narrativa de La tartaruga rossa ritroviamo la medesima forza espressiva de L’homme qui plantait des arbres, de La storia della principessa splendente, degli esperimenti ghibliani The Night of Taneyamagahara di Kazuo Oga e Iblard jikan di Naohisa Inoue. Le movenze eleganti dei personaggi umani, ma anche l’afflato sentimentale e nostalgico, sembrano aggiornare graficamente e dilatare lo struggente Mermaid di Osamu Tezuka. Un fil rouge lega l’opera prima di de Wit ad alcune delle vette estetiche del cinema d’animazione, a un sentire comune, poetico, romantico persino nelle modalità produttive. Come La storia della principessa splendente, La tartaruga rossa è un azzardo, è animazione autoriale che sfida i mulini a vento.

Un miracolo, in un certo senso. La maestosità del mare in tempesta, dai toni grigi, infuriati; l’azzurro cristallino delle acque intorno all’isola; il verde smeraldo dell’onda anomala che appare nel sogno. E poi l’immersione del naufrago nella natura, nei paesaggi, nei campi lunghi; quelle tavole che da lontano potrebbero sembrare monocromatiche, ma che regalano infiniti dettagli, ricordandoci le certosine tele dei paesaggisti inglesi ma anche il lavoro di sottrazione e l’essenzialità delle opere degli artisti del Sol Levante sulla carta di riso – il pensiero corre al brevissimo Choju Jinbutsu Giga realizzato dallo Studio Ghibli, un omaggio all’arte antica, alla memoria, alle radici culturali e artistiche.

Il miracolo viene da lontano, dall’utopia resistente dello Studio Ghibli, dalla forza e dai numerosi talenti dell’animazione francese, dalla volontà di preservare l’arte e la sperimentazione nell’animazione contemporanea e futura.
La tartaruga rossa è pittura in movimento. Poesia in movimento.
È arte e tecnica, fin dalle fluide movenze del naufrago che riecheggiano il rotoscopio fleischeriano.
Ancora quel fil rouge. La tartaruga rossa è una storia che non ha un inizio e non ha una fine, è il ciclo della vita, il ciclo dell’arte e della creatività.
È l’arte a essere un miracolo.

Info
La scheda de La tartaruga rossa sul sito del Festival di Cannes.
Il trailer originale de La tartaruga rossa.
Il sito ufficiale de La tartaruga rossa.
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