Adieu Bonaparte

Adieu Bonaparte

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Film di attualità stringente, anche per le sue contraddizioni politiche, Adieu Bonaparte segnava nel 1985 l’atto d’inizio per Youssef Chahine delle co-produzioni tra Francia ed Egitto. Ripresentato a Cannes Classics in una eccellente versione restaurata.

Nelle vie calde la temperatura si alzerà

Avida di gloria, nel 1798 la flotta francese, guidata da Bonaparte, invade l’Egitto. Uno dei suoi generali, Caffarelli, scopre la civilizzazione egiziana e si lega a due fratelli, Aly e Yehia. Nel frattempo la resistenza all’invasore si organizza. [sinossi]

Co-finanziato all’epoca dai Ministeri della Cultura francesi ed egiziani, fischiato in concorso nel 1985 proprio qui al Festival di Cannes (con tanti giornalisti transalpini che accusarono lo Stato di aver dato dei soldi verso chi mostrava sentimenti anti-francesi), Adieu Bonaparte torna trentun anni dopo sulla Croisette, selezionato in Cannes Classics e restaurato per l’occasione, come parte di un progetto più ampio promosso dalla Cinémathèque Français che ha in programma di restaurare tutti i film del cineasta egiziano Youssef Chahine e di dedicargli una retrospettiva integrale nel 2018, quando saranno passati dieci anni dalla sua scomparsa.
E, in quel 1985, come primo atto di co-produzione franco-egiziana – seguiranno poi la stessa formula tutti i film successivi di Chahine, fino all’ultimo, Le chaos (2007) – si sceglieva di venire subito al dunque, con il progetto più ambizioso possibile: mettere in scena la campagna d’Egitto di Napoleone Bonaparte, quando nel 1798 allontanò momentaneamente i turchi dal paese, cercò di limitare il potere degli inglesi e si installò con il suo esercito e con i suoi studiosi, dalle cui ricerche nacque il concetto della moderna egittologia.

Dunque Adieu Bonaparte si pone già nella sua storia produttiva e nel suo concepimento tematico come un groviglio inestricabile e auto-riflessivo. I francesi invadono ma portano anche la loro cultura e, soprattutto, aiutano i locali a ritrovare la propria (e a riscoprirla e re-inventarla); mentre gli egiziani sono sospettosi nei confronti degli europei, ostili e perlopiù chiusi. E due personaggi mischiano ulteriormente il discorso: il generale di origine italiana Caffarelli (interpretato da un gigantesco Michel Piccoli) e un giovane poeta egiziano, che conosce la cultura francese ancor meglio dei francesi stessi. È qui che il discorso politico di Chahine si fa inevitabilmente ambiguo: il giovane poeta ama la lingua di Corneille e dunque non può non amare un po’ anche la Francia, il generale ama (anche come desiderio sessuale) i ragazzi egiziani che vede apparire davanti a sé, perché ama la vita in una concezione ampia che va ben al di là della rigidità militaresca. Vi sono perciò degli innocenti, sia da un lato che dall’altro, anche se l’innocenza del Caffarelli/Piccoli è una riconquista che passa attraverso la corruzione e la degradazione, e forse anche per questo è ancora più cinematografica. Chahine allora che, con questo film finì per scontentare tutti, risolve l’ambiguità politica – i francesi non andrebbero condannati in toto, senza se e senza ma, per la loro conquista coloniale? – scegliendo di non risolverla e di superarla con l’amore per la vita e per il cinema.

L’eccesso di messa in scena di Adieu Bonaparte, che è dotato di un purissimo gusto per lo spettacolo, finisce infatti per trasfigurare ogni discorso e per mostrarsi, anche dal punto di vista estetico, come un insuperato esempio di carnalità nordafricana unita al decadentismo europeo. Al momento dello sbarco dei francesi, l’illuminismo infatti per Chahine è già bello che finito (oppure finisce nell’atto stesso dello sbarco), le ricerche storiche arrancano, mentre Napoleone – il grande condottiero (interpretato da Patrice Chéreau) – è una marionetta nelle mani di non si sa bene chi, che ondeggia letteralmente come un fuscello e quelle poche volte che si esprime verbalmente deve prepararsi a lungo i discorsi, mandando a memoria le parole come un bambino delle elementari.
Adieu Bonaparte è un film strabordante, continuamente sopra le righe, urlato e probabilmente anche molto compiaciuto della sua magnificenza e della sua decadenza visiva, della sua ‘corporeità’ invadente, che mischia tutto senza rinunciare a nulla. Da un lato ci si ritrova lo straniamento brecthiano nel modo di recitare di Chéreau e di Piccoli (nei suoi continui scarti di tono recitativo, nelle boccacce e nei versi gutturali, che a momenti fanno venire in mente La grande abbuffata), dall’altro siamo immersi nel romanticismo alla Mille e una notte nei versi che declama il giovane poeta a una ragazza, dall’altro ancora ci ritroviamo nell’ambito del perfetto racconto nazional-popolare d’ambientazione storica (basti pensare alle brevi e geniali sequenze dedicate al confronto tra il panettiere egiziano e quelli francesi, che vorrebbero imporre il loro modo di impastare).

È un film di corpi Adieu Bonaparte, un film che mette a confronto i corpi giovani e sensuali degli egiziani con quelli incancreniti e corrotti dei francesi. E, ancora una volta, è in tal senso decisivo il personaggio di Piccoli, cui evidentemente Chahine si identifica (creando ulteriori giochi di mise en abyme) e cui necessariamente lo spettatore è portato a identificarsi. Caffarelli/Piccoli arriva in Egitto già senza una gamba, dotato di un arto in legno che lo situa immediatamente nel campo dell’impotenza e del rimpianto verso corpi giovani e intatti. Più in là perderà persino un braccio – ed è accaduto veramente al generale Caffarelli – fino a raggiungere una sorta di immobilità coatta, da dove poter ancora una volta ammirare i suoi giovani amici arabi. Caffarelli ama la vita perché l’ha persa, ama la purezza perché è corrotto, e dunque incarna in maniera tremendamente esatta la nostra condizione attuale di europei. Una condizione sempre più attuale e sempre più vicina alla catastrofe.

Info
La scheda di Adieu Bonaparte sul sito del Festival di Cannes.
Il sito della casa di produzione di Youssef Chahine, la Misr International Films.
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