Colonia

Colonia riesuma una pagina buia e poco nota della tragica storia cilena, ma perde per strada spessore e profondità abbandonandosi tempestivamente a una sciatta predominanza dell’elemento melodrammatico, che estingue ogni complessità e fa il pieno di stucchevole retorica.

Il Mélo che disinnesca la Storia

Cile, 1973. Il fotografo e attivista tedesco Daniel, sostenitore di Salvator Allende, è arrestato insieme alla fidanzata Lena, hostess della Lufthansa, durante il golpe di Pinochet: la coppia verrà presto separata e la ragazza scoprirà che Daniel, finito nelle grinfie della polizia segreta di Pinochet, si trova nella terrificante Colonia Dignidad, un misterioso luogo in cui vengono perpetrati torture e abusi… [sinossi]

Il colpo di Stato in Cile dell’13 settembre 1973 sancì l’inizio dell’era Pinochet ed è da tale snodo decisivo che muove il film del regista tedesco Florian Gallenberger, premio Oscar nel 2001 per il miglior cortometraggio con Quiero ser, al fine di raccontare una delle pagine più buie della storia problematica e tormentata del paese sudamericano. Daniel e Lena, innamorati e separati con la forza a seguito di un’ondata repressiva che investe in prima persona il primo, sono il fulcro sentimentale di un’operazione che porta su di sé tutte le zavorre tipiche di una co-produzione internazionale ammantata d’impegno civile e di calligrafismo storico all’acqua di rose, tragicamente dimentica di quelli che dovrebbero essere i propri obiettivi e bersagli reali.

Il modestissimo Colonia, nelle nostre sale a fine maggio e in precedenza nei festival di Toronto e Berlino, è infatti un prodotto sintomatico di una certa inadeguatezza diffusa nel raccontare certe apocalissi umanitarie, con un nome e un cognome certificati ma spesso impuniti, senza incappare in una retorica controproducente, nelle paludi del bozzettismo e in delle semplificazioni mélo di grana grossissima, messe lì a mo’ di goffo e mesto salvacondotto. Fin dalle prime sequenze Colonia tradisce in modo inequivocabile il suo taglio bolso e inamidato, il suo approccio ripulito di qualsiasi complessità e in dei conti disinnescato anche sul fronte della denuncia. Nient’altro che un film letterale e contenutista, che ha avuto sì il merito di spostare il focus sulle vergogne della setta religiosa nota come Colonia Dignidad ma che dal punto di vista formale non va oltre il pressappochismo inerte e desolante di un rotocalco in permesso premio nelle pieghe della Storia.

Colonia Dignidad, sede di un’oscura congrega religiosa presieduta dal tedesco Paul Schäfer, pastore evangelico che negli anni di Pinochet si intrattenne anche con dei bambini, si macchiò di svariati crimini, per altro col nome di Pius, e fu a capo di un capillare sistema di persecuzioni sistematiche, ha visto il segreto di stato che ancora vigeva sul suo conto in Germania venir meno per mano della Merkel, solo in tempi recenti e anche in virtù del dibattito suscitato dal film in terra tedesca. Un risultato notevole che però trascende di gran carriera la pochezza della confezione, incapace di prendere sulle spalle la responsabilità dell’affresco sociale, identitario e nazionale e si assottiglia talmente tanto da somigliare a una rincorsa manichea tra carnefici e aguzzini, laddove i secondi assumono connotati luciferini e spiritati che ne banalizzano perfino la perversione e il sottile esercizio di un potere incancrenito e disturbante oltre ogni limite.

“Smettila di giocare al rivoluzionario che salva il mondo!”, dice a un certo punto Lena a Daniel (Emma Watson e Daniel Brühl sono per la cronaca spaesatissimi e sotto il livello di guardia dalla prima all’ultima scena che condividono). Una frase protocollare e stereotipata che tuttavia ben restituisce il carattere posticcio di una messa in scena standardizzata e divisa tra approssimazione e toni sopra le righe, con dalla sua la sola freccia nell’arco fornita da un tema importante, ingombrante e dunque ricattatorio al sommo grado. Colonia Dignidad, dalla quale solo cinque persone riuscirono a scappare in oltre quarant’anni, giusto per rendere ancora meglio l’idea di ciò che rappresentò, è ridotta così a mero MacGuffin per squadernare un gioco del gatto col topo nel quale far far capolino, di tanto in tanto, a una storia d’amore di cartapesta.

Quelli di Colonia, dopotutto, sono dei modi di rappresentazione tristemente risaputi e appiccicaticci, nei quali è però puntualmente avvilente imbattersi. Rimane la convinzione che molti alimentari registi di oggi, quando affrontano la Storia e le sue strutture interne, dovrebbero tenere a mente la necessità e il potere indissolubile e imprescindibile dell’astrazione e delle sue assai rilevanti implicazioni metaforiche, utili a trasfigurare concetti e prese di posizione complessi in maniera accessibile, istantanea e cristallina. Riguardare, per credere, il magistero fornito da Missing di Costa-Gavras, in tal senso un vero e proprio modello aureo. E possibilmente prendere appunti.

Info
Il sito ufficiale di Colonia.
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