Tangerines

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Con un po’ di ritardo arriva nelle nostre sale Tangerines di Zaza Urushadze, opera estone-georgiana nominata all’Oscar e al Golden Globe 2015 per il miglior film straniero. Apologo pacifista decisamente prevedibile che sconta un approccio didascalico al racconto.

Mettete degli agrumi nei vostri cannoni

1992-93. Ivo è un anziano estone che è rimasto a vivere nel suo villaggio georgiano malgrado la guerra in corso. Col vicino Margus ha instaurato una sorta di piccola joint venture: uno fabbrica cassette di legno, l’altro coltiva mandarini. La guerra però imperversa intorno a loro, e un giorno avviene uno scontro a fuoco davanti alle loro case. Ivo decide di seppellire i morti e ospitare in casa i sopravvissuti, appartenenti a opposte fazioni belliche, prendendosene cura. [sinossi]

Si può ripartire da un focolare acceso all’aperto, gustando in compagnia degli ottimi šašlyki mentre in lontananza (e neanche tanto) rimbombano frastuoni di guerra. Ripartire da lì, dal parlare, confrontarsi, ridere insieme. La pace in fondo è una cosa semplice, ed è meno difficile e meno faticoso vivere in armonia che imbracciare fucili. Dopo aver riscosso ottimi successi in vari festival per il mondo (raccolse un premio anche al Festival di Bari 2014) e la nomination all’Oscar e Golden Globe per miglior film straniero, arriva adesso con un po’ di ritardo nelle nostre sale Tangerines di Zaza Urushadze, opera estone-georgiana che si propone come riflessione universale su guerra e pace, natura e cultura, amore per la propria terra e lavoro dell’uomo. Dove amore per la propria terra non significa mettere steccati e definire confini, bensì dedicarsi agli altri in un luogo che può essere ovunque, basta che ci sia una casa, del calore, del cibo da condividere.
È quel che accade all’estone Ivo, signore anziano e solitario, che durante la guerra in Abkhazia del 1992-93 ha visto desertificarsi il proprio villaggio (molti estoni tornarono a casa verso il mar Baltico), e che ciò nonostante ha deciso di non muoversi e di imbastire una singolare joint venture col vicino Margus: Ivo fabbrica cassette di legno e Margus si dedica alla coltivazione di mandarini. Pervicacemente i due uomini cercano di dare alle proprie esistenze una struttura produttiva, continuando a fare piccoli progetti in una terra di nessuno. Nelle vicinanze avviene poi uno scontro a fuoco tra nemici, e dopo aver dato sepoltura ai caduti Ivo accoglie in casa un georgiano ferito e un mercenario abkhazo. I due ovviamente si guardano in cagnesco, ma Ivo prosegue sulla sua strada, tenace e sicuro di sé, dando sostegno a entrambi e conducendo a suo modo una piccola lotta per la pacificazione.

Il messaggio pacifista di Tangerines è volutamente acritico e astorico, tutto proteso a un’impostazione universalizzante che trascura la specificità del conflitto georgiano per rinchiudersi tra quelle quattro pareti in cui si affrontano enormi incarnazioni metaforiche. Malgrado la collocazione in un orizzonte quieto e quotidiano, fatto di piccoli gesti e azioni (indicativo è in tal senso l’esordio del film, con le mani di Ivo che lavorano alacremente sul legno delle cassette), Urushadze mira infatti al discorso totale, in cui i personaggi appaiono giganteschi attori di un’eterna tragedia raccontata stavolta con qualche rozzezza allegorica. Ne sono prova certi passaggi di dialogo stentorei e declamati affidati soprattutto alla figura tutta d’un pezzo di Ivo, così come l’operazione di avvicinamento tra i due nemici avviene per progressive e prevedibili curiosità reciproche, dalla pesante aggressione verbale allo sfottò amichevole, per finire poi col conciliante šašlyk in mano. E l’estrema nobiltà di Ivo rasenta il santino programmatico nella conclusione, quando viene finalmente svelata la ragione della sua caparbietà nel non andarsene dal villaggio.
C’è insomma molto di prevedibile, programmatico e se vogliamo anche facile nello sposare un messaggio pacifista universale evitando le trappole della storia e della cronaca e motivando qualsiasi scelta con lo scopo edificante; il rischio è quello del pur onorevole film ideologico in cui i personaggi finiscono per sembrare idee di persone, perdendo in credibilità nelle loro parole e comportamenti. Per cui, nel gioco dell’infinitamente grande (i valori fondamentali della società umana) incastrato nell’infinitamente piccolo (una casetta in mezzo alla Georgia e quattro uomini lì barricati) finisce per prevalere il cinema di puro e semplice messaggio, tanto nobile e apprezzabile quanto poco stimolante.
Ciò detto, Urushadze mostra ottime credenziali narrative, sposando il passo giusto del racconto su tempi distesi e dilatati e affidandosi spesso ad apprezzabili piani-sequenza che si avvolgono attorno ai personaggi a confronto. E Tangerines resta un film dignitosissimo. Non lo si ama, ma lo si stima.

Info
Il trailer di Tangerines su Youtube.
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