Intervista ad Alex Infascelli

Intervista ad Alex Infascelli

Un’intervista in un contesto come quello del Bellaria Film Festival, tra le manifestazioni che riducono in modo naturale, e drastico, le distanze tra autori e fruitori di cinema, selezionatori e giornalisti, è un’esperienza informale quanto degna di nota. Se l’intervistato, poi, è una personalità come quella di Alex Infascelli, fresco del David di Donatello e dell’interesse nazionale suscitato da un documentario unico (per il tema e le modalità realizzative) come il suo S is for Stanley, i contorni della cosa si fanno ancora più interessanti. Quella col regista romano è stata una chiacchierata piacevole e a 360 gradi, che dalla genesi del suo ultimo lavoro ha spaziato sul suo oggetto (una leggenda come Kubrick, e l’illuminazione del rapporto col suo autista), per arrivare al rapporto del regista romano col cinema, tanto da autore quanto da spettatore. Un incontro ricco di suggestioni e spunti di riflessione, da cui si evince un approccio eclettico alla materia, mosso da una passione che sembra aver trovato, con quest’ultima opera, un inedito quanto suggestivo canale di espressione.

Quant’è stato diverso l’approccio nel dirigere un documentario come questo, con questi temi, rispetto alle tue precedenti opere di fiction?

Alex Infascelli: In realtà, non mi sono preposto un approccio diverso. Mi sono innamorato della storia, e mi sono trovato a trattarla dal punto di vista della realtà: con un personaggio che parla di sé, con eventi accaduti realmente, delle date, una cronologia. Ma è come se avessi avuto una sceneggiatura da rispettare, con un personaggio principale che raccontava la sua storia. Qui però la sceneggiatura non c’era, e la struttura del documentario l’ho creata in fase di montaggio. In corso d’opera c’erano varie ipotesi sul come narrare la storia, fin quando non ho deciso di utilizzare completamente il mio punto di vista: io che arrivo a Cassino, Emilio che si presenta, e poi la sua narrazione a ritroso. Mi è sembrata la cosa più onesta, il rispetto della sequenza di eventi che io stesso avevo vissuto nella realizzazione del documentario. Serviva anche un personaggio che portasse lo spettatore dentro la storia, per evitare di fare un mero ritratto di Emilio: c’era invece bisogno di qualcuno che trasmettesse uno stupore, che era il mio. A livello stilistico, comunque, non ho sentito differenze di sorta rispetto ai miei precedenti film: ho semplicemente seguito il mio istinto.

Hai mai avuto una sorta di timore reverenziale nell’accostarti a una figura come quella di Kubrick?

Alex Infascelli: Il timore è stato enorme. Mi sono reso conto che io potevo letteralmente riscrivere la storia di Kubrick, di quei trent’anni di collaborazione con Emilio: ho avuto paura, non sapevo neanche che tono adottare. Dovevo essere scherzoso o drammatico? Dovevo chiamarlo anch’io Stanley, o Kubrick, lasciando che fosse Emilio a usare il nome? Dopo qualche mese di lavoro, mi sono reso conto che dovevo “pisciare sul monumento”: dovevo appropriarmi di questa storia, farla mia, senza preoccuparmi della figura che stavo trattando. Era l’unico modo per avere un approccio più vero, autoriale ed onesto.

Il film affronta, tra gli altri argomenti, il tema della memoria. C’è dentro qualcosa che ha a che fare, magari indirettamente, con le tue memorie personali?

Alex Infascelli: Non ci sono mie memorie personali, nel film, ma piuttosto un approccio intimista relativo a un singolo aspetto: quello del rapporto padre/figlio espresso da Emilio. Io sono orfano di padre, fin da piccolo: da allora ho cercato figure che potessero fungere per me da guide, assurgere a padri putativi. Mi sono poi reso conto che potevo affidarmi ad un’unica guida, quella del mio istinto. In questa mia ricerca ho però trovato un affinità con Emilio. Questo mio “buco” mi ha portato a identificarmi con lui, nel momento in cui riscopre le sue radici e trova la vicinanza con suo padre avvicinandosi a Stanley: tanto che quei 25 anni lo portano infine a decidere che vuole vedere suo padre, e lo spingono al successivo ritorno a Cassino. Inoltre, ho sentito mio il tema della solitudine, dell’essere diversi, e del desiderare di eccellere: ma non nel senso dell’ambizione, perché io non credo che Stanley fosse minimamente ambizioso. Lui era semplicemente uno che provava piacere nel fare bene le cose: voleva sfruttare al massimo quella che era una potenzialità che sentiva di avere. In questo, pur nel mio approccio molto più caotico e meno ponderato del suo, ho sempre pensato che la cosa importante fosse l’atto del fare un film, più che il film in sé; e la consapevolezza che nell’atto si sta cercando di ottenere il miglior risultato possibile.

Attraverso la figura di D’Alessandro, S is for Stanley sembra celebrare una manualità del fare cinema che appartiene ormai ad altri tempi. Credi che questa dimensione artigianale si sia perduta, nel cinema contemporaneo?

Alex Infascelli: Il punto è che la manualità, come la conoscenza del mezzo, permettono un controllo: se io ho una macchina da presa, e la so utilizzare, se so illuminare una scena, ho un ottimo controllo su quello che si vedrà sullo schermo. Io però credo che Stanley, se fosse ancora vivo, si sarebbe spostato verso un cinema assolutamente digitale, verso gli effetti speciali e l’automazione: ma lui avrebbe dovuto avere accanto figure professionali capaci di essere un prolungamento del suo corpo, da utilizzare come si utilizzerebbero le macchine. Questa manualità che noi consideriamo romanticamente valida, per lui era semplicemente il risultato di una contemporaneità: ma lui era attentissimo allo sviluppo delle tecnologie, e ne era affascinato. Si rendeva conto che manualità e fisicità stavano diventando obsoleti, e che in realtà erano un limite alla sua immaginazione. Lui avrebbe evitato molto volentieri di fare un film come Barry Lindon illuminandolo con le candele, se avesse avuto a disposizione una color correction, e la possibilità di lavorare successivamente sulla luce. Emilio però, in questo senso, permetteva a Stanley, in quel momento storico, di realizzare delle cose che lui non era in grado di fare da solo, e che avrebbe voluto fare.

Ti aspettavi un riconoscimento come quello del David?

Alex Infascelli: Mi ha fatto molto piacere, soprattutto perché è un premio che ti danno i tuoi colleghi, ma non me lo aspettavo per niente. Sapevo del potenziale del documentario, certo, pensavo che sarebbe stato visto, magari da persone particolarmente attente; ma non immaginavo un riconoscimento unanime come questo, che mi ha dato il polso del lavoro che ho fatto e della sua validità.

Negli ultimi anni hai lavorato molto in televisione. Cosa manca, secondo te, alla fiction italiana per raggiungere i livelli di quella d’oltreoceano? Inoltre, pensi che i prodotti televisivi italiani debbano rincorrere i modelli esteri, o piuttosto (ri)trovare una propria specificità, perduta ormai da decenni? Penso soprattutto ai grandi sceneggiati Rai degli anni ‘60 e ‘70.

Alex Infascelli: Io sono un fan degli sceneggiati degli anni ‘70. Nel nome del male, che ho realizzato per Sky, era pensato a livello di sceneggiatura proprio come un prodotto anni ‘70. Aveva quel passo, che è più nostro che americano. Penso però che dagli americani dovremmo imparare per una cosa, che sono i temi. Gli europei continuano ad avere una sorta di tara sui temi, hanno paura ad affrontarne di nuovi. C’è un ristagno, in Europa, mentre in America vediamo serie come Breaking Bad, Transparent, Orange Is The New Black: prodotti dai temi coraggiosissimi, che ottengono per questo un riconoscimento dal pubblico. Dall’altra parte, però, penso che abbiamo anche una nostra specificità. Paolo Sorrentino, per esempio, ha appena finito di girare per HBO The Young Pope, e so benissimo, essendo amico di Paolo, che lui ha fatto questa serie con i nostri tempi e il nostro stile, meno americano e più europeo. Ma loro sui temi ci fregano ogni volta, sono liberi da preconcetti ed autocensure. Sono inoltre convinto che il cinema come lo conosciamo, attualmente, è in via di estinzione. Carmelo Bene, trent’anni fa, parlava del cinema come di un luogo limitante, in cui si vede uno spettacolo sempre uguale a se stesso in un rettangolo al buio. Il cinema è un meraviglioso spettacolo, ma gli manca quello che ha la grande serialità, ovvero la capacità di approfondire. Il pubblico ha molta voglia di immergersi totalmente in una storia, e questo gli è permesso solo dalla serialità.

Tu hai esordito nell’audiovisivo con i videoclip, territorio che hai continuato a frequentare. Quanto è rimasto, nel tuo cinema, di quell’impostazione?

Alex Infascelli: La scuola del videoclip, almeno per come l’ho fatta io (diversamente da chi si limita a riprendere una band che suona) mi ha lasciato la capacità di creare e inventare sul momento, di essere libero visivamente rispetto a un tema. Si potrebbe dire forse, con un’interpretazione un po’ retrò, che quello che mi porto dietro di quell’ambiente è la psichedelia: la capacità di arrivare “alchemicamente” a una verità attraverso una sublimazione, evitando di affrontare il tema frontalmente. Questa è una capacità che ho acquisito dirigendo i videoclip, e che mi sono portato dietro anche al cinema.

Tu arrivi al cinema come regista “di genere”. Come vedi l’attuale panorama del cinema di genere in Italia, e i suoi possibili sviluppi?

Alex Infascelli: Il cinema di genere in Italia attualmente non esiste: magari ci sono registi che fanno degli horror, ma non è più un cinema industriale, perché non c’è pubblico. Il “genere” esisteva, in Italia, quando faceva i numeri ed era unanimemente apprezzato dal pubblico: era anche uno specchio della società, in quanto veniva visto e pensato per un pubblico ampio. Credo anche, però, che oggi non esista più il genere in senso stretto: in tanti campi, dalla sessualità al cinema, stiamo andando verso un futuro che è eterogeneo. Non c’è più niente che sia circoscritto a una sola voce o una sola tonalità: tutto ne può contenere più di una. Certo, mi viene un po’ da ridere perché io ho appena fatto un documentario sul più grande regista di genere di tutti i tempi. Questo mi lascia ancora più curiosità su cosa farebbe Kubrick oggi. Secondo me, si sposterebbe su qualcosa di meno netto e meno classificabile. Sicuramente amerebbe molto le serie televisive, di questo sono assolutamente certo: probabilmente ne avrebbe girata almeno una.

Da spettatore, qual è la tipologia di film, o i registi, che preferisci?

Alex Infascelli: Non ho una tipologia prediletta: preferisco in generale i film onesti, quelli in cui sento che c’è uno stupore sia in me, che lo sto guardando, sia soprattutto in chi lo ha fatto. Quando sento invece che c’è un “mestiere” che viene usato, l’utilizzo di tasti già toccati, una maniera, non mi emoziono. Ma in questo senso viaggio trasversalmente attraverso qualsiasi tipo di cinema. Questo vale per me, sia chiaro: ci sono invece spettatori che vanno al cinema sapendo cosa aspettarsi, che non amano essere stupiti. Ma a me piace lo scarto laterale, il fatto che un film a un certo punto mi faccia voltare la testa perché non mi aspettavo che andasse in quella direzione.

Tornerai in futuro al cinema per cui ti sei affermato, ovvero al thriller?

Alex Infascelli: Non so. Mi cimenterei di nuovo nel thriller se trovassi una storia che mi permette di stupirmi e stupire. Attualmente, questo non c’è. Il mio prossimo film si intitolerà infatti Piccoli crimini coniugali, e sarà un film su una coppia che si disintegra dentro una casa nel giro di 12 ore. Un film molto borghese, su un tema assolutamente borghese come quello della coppia, ma con una storia in cui ho trovato elementi che ho subito sentito risuonare in me. Non mi sento di appartenere a un tipo di cinema in particolare. Da una parte, questa forse è una sfortuna; essere così vario ti mette in quella categoria di registi che non sono mai entrati davvero nella storia del cinema, anche se magari hanno fatto grandi film. Non voglio paragonarmi assolutamente a Sidney Lumet o Rob Reiner, ma mi sento di appartenere un po’ alla loro categoria, quella di quei registi che hanno spaziato dalla commedia all’horror. Mi piace raccontare storie, immaginare che col mio occhio e il mio orecchio possa creare qualcosa che sia inedito: non necessariamente mai visto, ma che sia comunque il mio punto di vista specifico sulla cosa. Non faccio mai film per me, ma per un pubblico che esiste: non penso specificamente al pubblico, ma ho sempre la consapevolezza che la sua presenza è necessaria. Pensarci, secondo me, è un grande atto di responsabilità artistica.

Info
La scheda di S is for Stanley di Alex Infascelli sul sito del Bellaria Film Festival.

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