La compagna solitudine

La compagna solitudine

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Sullo sfondo di una Capitale malata, il giovane Davide Vigore si accosta con La compagna solitudine all’esistenza di un uomo ricco e solo, la cui vicenda diviene espressione di un enigma dal notevole potenziale cinematografico. Al Bellaria Film Festival 2016.

Un enigma decadente

Massimo, uomo avanti con gli anni, architetto e docente universitario, erede della fortuna dei Borghese, conosce ed è conosciuto da tutti: nobili, politici, attori, artisti e bellissime donne. Una malattia terminale lo ha costretto però a chiudersi nella sua casa barocca, consapevole del tempo che si va esaurendo, vittima dell’insonnia e delle sue stesse memorie: con lui vive da qualche tempo la sua pseudofamiglia, composta da un donna di trent’anni e dal figlio di lei. [sinossi]

La malattia di una città, e quella di un suo solitario abitante. È da questo parallelo, esplicito, che nasce La compagna solitudine, nuovo lavoro di Davide Vigore presentato in concorso al Bellaria Film Festival. Vigore, classe 1989, per sua esplicita ammissione è sempre stato affascinato da personaggi forti, emblematici, intorno ai quali costruire una storia: è stato così, ad esempio, per il suo precedente Fuorigioco, sempre presentato a Bellaria, dedicato all’ex calciatore (ora divenuto indigente) Maurizio Schillaci. Ora l’obiettivo del giovane regista siciliano è puntato su Massimo, uomo malato e avanti con l’età, ricchissimo erede della fortuna dei Borghese; questi cena da solo in costosi ristoranti, vaga privo di meta nella notte romana, convive nella sua lussuosa casa con una trentenne e suo figlio, a volte destinatari del suo affetto, altre volte della sua insofferenza. Sullo sfondo, una Roma cinica, indolente e rassegnata quanto questo suo originale rappresentante: sola proprio come lui, vittima delle sue stesse, lontane e idealizzate memorie.

Vigore ha dichiarato di costruire con attenzione, narrativamente, i suoi documentari, come se si trattasse di opere di fiction: questo aspetto risulta evidente in questo suo nuovo lavoro, forte di una progressione narrativa lineare, che muove dall’incontro del regista col suo oggetto di indagine fino all’esplicitazione del suo privato. È particolarmente attento, lo sguardo del regista, allo sfondo sul quale la figura dell’uomo è collocata, che siano le enormi stanze della sua dimora, il vuoto tavolo di un ristorante o una strada illuminata dai lampioni: la sua videocamera tende sempre ad esaltarne la centralità tematica, ma anche l’irrimediabile senso di isolamento. Un aspetto che, nei barocchi interni della sua casa, tende a colorarsi di una malinconia claustrofobica: Massimo è quasi costretto al centro dell’inquadratura, rassegnato all’elemento “alieno” della troupe (la cui presenza viene da lui sottolineata in un paio di occasioni) così com’è rassegnato alla presenza dei suoi due singolari coinquilini. O al suo ineludibile destino. Intorno a lui, fantasmi della memoria, volutamente fuori fuoco.

Nonostante l’attenzione del regista per la scrittura e la costruzione narrativa, la figura del suo protagonista tende qui a brillare di una (pur cupa e decadente) luce propria; esprimendo quello scarto, quell’elemento di enigmatica, quasi alchemica imprevedibilità, che ridimensiona qualsiasi tentativo di predirne modi e reazioni. Una potenzialità di cui il regista si è presto reso conto, lasciando volutamente in ombra il background dell’uomo, la sua storia personale, i modi e i tempi della convivenza coi suoi due compagni. Il volto, il corpo sofferente e le parole di Massimo evocano, più che raccontare, fornendo una problematica (ma tanto più stimolante) mappa per decifrare l’enigma della sua esistenza. La videocamera scandaglia il quotidiano del suo oggetto senza invaderne l’intimità affettiva, sapendo allontanarsi (o frapporre tra sé e l’oggetto un corpo esterno) quando la malattia esprime plasticamente la sua presenza; uno studio attento della distanza fisica che si traduce in un’analoga attenzione alla distanza emotiva, espressa nella voluta assenza di qualsiasi forma di giudizio.

Visivamente curato, stimolante nel suo evocare una vicenda umana pressoché unica, affascinante nelle zone oscure che il soggetto esprime, nei buchi di senso che lo spettatore viene invitato a colmare, La compagna solitudine pecca in parte in una non altrettanto puntuale delineazione del contesto in cui il protagonista vive e si muove. Se lo scopo era quello di evocare un parallelo tra la vicenda personale di Massimo e quella collettiva della Capitale, quest’ultima resta forse eccessivamente sullo sfondo, relegata a un numero limitato di esterni e alla significativa sequenza finale. Concentrato sulla claustrofobia del rifugio dell’uomo, sull’aggressione silenziosa di oggetti, luoghi e stanze alla sua fragile stabilità, il film risulta un po’ sacrificato nel suo altro terminale, quello di una città altrettanto ferita e sofferente. Un limite che si somma alla presenza di un commento musicale che (specie nel già citato finale) risulta a tratti troppo invadente: una sottolineatura emotiva superflua, visto il potenziale già espresso dal volto e dalla presenza scenica dello stesso Massimo. Elementi, comunque, controbilanciati dallo sguardo attento, mai banale nelle sue premesse, su un soggetto naturalmente refrattario a qualsiasi definizione, che proprio da questa indeterminatezza trae gran parte del suo magnetismo.

Info
La compagna solitudine, teaser.
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