Ogni opera di confessione

Ogni opera di confessione

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Ogni opera di confessione, presentato al Bellaria Film Festival 2016, è espressione di memorie private e collettive, che vede la carica estetizzante, quasi astratta, delle sue immagini, trovare un costante contraltare nella concretezza delle storie raccontate.

Luci ai margini della città

L’area dismessa delle Officine Meccaniche Reggiane, un tempo eccellenza dell’aeronautica italiana, è muta testimone delle più svariate vicende umane: comunità religiose improvvisate, una famiglia rom, un ex dipendente il cui curvo incedere sembra portare su di sé il carico di un passato vivo e pesante. Singole vicende, a tentare di tracciare la trama di una memoria collettiva disunita, ancora incapace di abitare i territori della Storia. [sinossi]

Tra le visioni dell’ultimo Bellaria Film Festival, con le varie declinazioni del cinema del reale che queste hanno offerto, questo nuovo lavoro di Alberto Gemmi e Mirco Marmiroli è risultato certo tra le più stimolanti. Frutto della sinergia tra un approccio più sperimentale (quello del videomaker Gemmi) e uno più strettamente documentaristico (espresso da Marmiroli) Ogni opera di confessione fa mostra di un equilibrio sorprendente, specie laddove si pensi alla sua singolare genesi. I due registi, infatti, hanno spiegato l’iniziale carattere di work in progress del progetto, i suoi tratti dapprima amorfi, il suo avvio come mera raccolta di materiale, in una prima fase organizzato in una forma molto diversa da quella che il prodotto finale avrebbe assunto. Eppure, le suggestioni naturalmente espresse dal soggetto (un non luogo al limitare di una città industriale, espressione di un passato dalle impronte ancora tangibili), unite a uno sguardo congiunto che acquista forza, e consistenza, lungo tutti i 67 minuti del film, hanno costruito un’opera dall’innegabile fascino. Una fusione di storia, memorie personali e collettive, racconti di uomini e comunità più o meno marginali, che entra lentamente sottopelle. Una manifestazione come la svizzera Visions du Réel, tenuta annualmente a Nyon, aveva già avuto modo di apprezzare questo lavoro.

Se è vero che il progetto ha cambiato pelle, e volto, nel corso della sua realizzazione, evolvendo da un prodotto dai tratti più classicamente narrativi verso un lavoro dallo sguardo maggiormente (ma non gratuitamente) estetizzante, la sua forma sembra essersi adeguata al meglio alle intenzioni dei due autori. Praticamente privo di dialoghi, Ogni opera di confessione è accostamento e giustapposizione di luoghi e oggetti, di paesaggi urbani presenti e passati, di contenitori di vita e memoria. Una struttura (anti)narrativa pensata come successione di quadri, vivificati da un uso del suono diegetico più che mai attento (a suggerire e dare consistenza all’atmosfera), attraversati in modo circolare da un pugno di personaggi. Il silenzioso testimone di un abbandono che non riesce (suo malgrado) a diventare morte, è qui un capofamiglia rom costretto all’ennesima precarietà di approdo, un vecchio testimone di un secolo solo apparentemente consegnato all’oblio, col suo ultimo volo dapprima sognato, poi tenacemente inseguito e infine raggiunto, malinconicamente consapevole della sua sconfitta. E poi, ecco singoli e comunità abitare, autonomamente e spontaneamente, un ambiente incapace di riqualificarsi, specchio di una società in cui incertezza e precarietà sono la norma.

Se la regia del film è liquida, avvolgente, apparentemente centrata sui luoghi, più che sui loro abitanti, bastano pochi dettagli (il canto collettivo di una comunità evangelica, una palestra ricondotta a luogo di culto dagli “invisibili” della città, la quotidianità solitaria, e votata a una spietata economia, della famiglia rom) per riportare l’opera dei due registi a una dimensione cronachistica efficace, seppur indiretta. La valenza espressiva degli spazi, il contrasto tra la lucentezza asettica del museo e dell’aeroporto (con le invisibili mani che li mantengono attivi) e il grigio quasi post-apocalittico dei capannoni abbandonati, trovano la loro corrispondenza in presenze umane spesso mute, espressione, con la loro corporeità e gestualità, di una concretezza tanto tangibile quanto dolente. Le parole, quella verbalizzazione dei concetti che resta costantemente (e programmaticamente) ai margini del film, trovano un surrogato nelle storie silenziose, presenti e passate, che popolano stanze e androni deserti, prati incolti e fatiscenti scheletri di cemento, residui di un passato prossimo capace di rigenerarsi in forme altre e imprevedibili.

Al di qua della ferrovia, il quotidiano della società (sempre meno) normale, sempre più impossibilitata a separarsi dalle storie e dai frammenti di vita che si agitano ai margini del suo campo visivo, intimo specchio delle sue stesse inquietudini e contraddizioni. Incapace di ripensare sé stessa, di reimmaginarsi, se non nelle forme idealizzate ed elegiache di un ultimo volo, di un tributo che funge da estinta, dolente testimonianza. A esprimere, nel film, una valenza politica e concreta, più che mai ancorata ai suoi luoghi e al suo tempo, che funge da perfetto contraltare alle forme, spesso a un passo dall’astrazione, che abitano le sue immagini.

Info
La scheda di Ogni opera di confessione sul sito del Bellaria Film Festival.
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