Intervista a Jacopo Quadri

Intervista a Jacopo Quadri

Intervistare Jacopo Quadri significa fare un viaggio, lungo e stimolante, in quasi un trentennio di cinema italiano (e non solo). Un viaggio che illumina il lavoro, spesso trascurato quanto in realtà decisivo, di chi conferisce al film quella che sarà la sua forma definitiva. Quella che giunge infine davanti agli occhi dello spettatore. Un mestiere spiegato, con competenza e spirito eclettico, da chi ne ha fatto, nel corso degli anni, un vero e proprio strumento espressivo, personale e “autoriale”. Quadri, presidente di giuria nell’ultima edizione del Bellaria Film Festival, dove ha anche ricevuto il Premio Casa Rossa alla carriera, ha fatto un viaggio a ritroso nella sua filmografia, e nei tanti incontri e collaborazioni che l’hanno segnata: nel segno di un eclettismo, di una contaminazione tra i linguaggi (specie quelli del cinema e del teatro) e di una voglia di reinventarsi, che continuano a contraddistinguere, in forme sempre nuove e mai banali, il suo approccio al cinema.

Per vedere l’intervista a Jacopo Quadri a proposito del suo film La scuola d’estate, cliccare qui.

Nel giro di un paio d’anni hai diretto ben due film, La scuola d’estate e Il paese dove gli alberi volano. Ciò è indicativo di un tuo prossimo passaggio alla regia, per diradare sempre più i tuoi lavori da montatore? Hai già in preventivo altri lavori come regista, magari dedicati ancora a fondamentali figure del nostro teatro?

Jacopo Quadri: Sono circa tre anni che, col mio gruppo, stiamo facendo questo tipo di operazioni. Non c’è un percorso preciso, però: il lavoro del montatore resta il mio lavoro, la mia idea è quella di alternare il lavoro di montaggio con quello di regia, o almeno di scegliere i lavori da montatore. Voglio però tenere viva l’idea di un percorso sul teatro, ma non solo su quello: il progetto che stiamo cominciando ora, come Ubulibri, è un documentario sul mondo della campagna, del sud toscano. Sicuramente comunque c’è un altro progetto di regia da iniziare presto: ora monterò un nuovo documentario, poi inizierò quest’estate un altro film, molto importante. Comunque, quando faccio la regia di un film, mi occupo anche del montaggio, quindi le due cose vanno avanti parallelamente.

Il primo film importante che hai montato nella tua carriera è Morte di un matematico napoletano, film spartiacque del nostro cinema sotto molto aspetti: ha segnato anche l’esordio di Mario Martone, ed è inoltre il primo film importante con Luca Bigazzi come direttore della fotografia. Cosa ricordi di quel film, e come è avvenuto il tuo incontro con Martone, con cui continui a collaborare?

Jacopo Quadri: Quello fu il mio secondo film, per Martone fu il primo, e anche per Bigazzi è stato tra i primi: eravamo un gruppo che stava iniziando a lavorare insieme. Ricordo che ero andato a teatro nei camerini per incontrarlo, ma lui già un po’ mi conosceva. Avevo fatto in precedenza un lavoro al Centro Sperimentale, un corto che lui aveva visto e di cui aveva notato il montaggio. Si era reso conto che qualcosa sapevo fare, quindi c’era già stato un piccolo incontro. Quando l’ho incontrato, mi avevano appena chiamato a montare Le mosche in testa, di Maria Daria Menozzi e Gabriella Morandi: ricordo che gli dissi che stavo per cominciare quel lavoro, e gli chiesi se era giusto che lo facessi. Lui mi disse di sì, che mi sarebbe stato utile, così mi sarei fatto le ossa. Mi ricordo che il film di Martone ebbe comunque un buon risultato, vinse un premio a Venezia, ed ebbe anche un premio e una menzione ai David. Addirittura a Venezia, tra il pubblico, c’era Giorgio Napolitano, molto prima che diventasse presidente; inoltre nel film c’era un grande attore come Carlo Cecchi. C’era una bella energia, e anche un po’ di incoscienza generale: fai un incontro, e poi ti trovi a fare quel cinema lì, in modo un po’ casuale. Con le due registe con cui avevo lavorato nel precedente film, invece, il percorso fu più faticoso: loro erano più insicure, mentre Martone, già da giovane, aveva molto più chiaro quello che voleva. Questo ti rende più facile il lavoro di montaggio. C’era molta più maturità, considerato pure che lui stava su quel progetto da anni.

A partire dagli anni Sessanta, con montatori come Kim Arcalli e come Roberto Perpignani, si è creata nel nostro cinema una sorta di distinzione tra diverse figure di montatori: da un lato quelli puramente tecnici, gli artigiani, la cui tradizione continua ancora oggi con figure come Mauro Bonanni; dall’altra i montatori “intellettuali”, più cinefili. Tu rientri in questa seconda categoria, che a volte è stata definita dei ‘montautori’. Ti riconosci in questa classificazione? Pensi che sia valida ancora oggi?

Jacopo Quadri: “Montautori” era un’espressione che usavamo tra noi a scuola, tra gli amici e i colleghi della mia generazione, ma non nel senso che avrebbe potuto avere il termine “autore”, ad esempio nel campo della fotografia, per uno come Storaro. Questo sarebbe stato presuntuoso. C’è un doppio discorso da fare: quando io uscii io da scuola, negli anni ‘80, c’era una distinzione tra chi si formava attraverso la gavetta, seguendo gli altri montatori e facendo un percorso classico, da Cinecittà, e chi invece faceva la spola, con un percorso mal visto dal mondo ufficiale. Già chi usciva da scuola, dal CSC, e riusciva a iniziare, nonostante facessero di tutto per non farti lavorare, era parte del mondo cinefilo intellettuale, dei “montautori”; gli altri, invece, erano considerati più artigiani. Questa cosa ora si è persa: non c’è più Cinecittà, non c’è più la gavetta, il Centro Sperimentale è molto più attivo di allora, è cambiato tutto. La distinzione ora è un po’ più difficile. Forse adesso si distingue più tra chi fa una scelta rigorosa, quella di fare un certo cinema d’autore, più legato alla figura del regista o alla ricerca, e chi invece, magari, è costretto a fare cose più televisive. Siamo tutti più o meno autori, ora: la differenza è tra chi ha la necessità di fare certi tipi di progetti, magari televisivi o magari legati a quel mondo, e chi può scegliere un po’ di più.

Noi credevamo ha una struttura decisamente anomala nel contesto dei film storici, diviso com’è per capitoli e costruito su delle ellissi. Questa struttura, che secondo noi è uno dei tanti motivi per cui il film è da inserire tra i più importanti del nostro cinema degli ultimi anni, è stata parzialmente sviluppata con Martone in fase di montaggio? O era già tutto rigidamente prestabilito nella sceneggiatura [vedere in proposito anche l’intervista a Renato Berta, direttore della fotografia del film, n.d.r.]?

Jacopo Quadri: Era già in sceneggiatura, ma durante il montaggio, che è stato molto lungo, abbiamo provato anche altre ipotesi. Del film ci sono state più versioni, la prima durava addirittura 4 ore: avevamo dei problemi con questa forzatura, col fatto che il film dovesse essere diviso in quattro capitoli. All’inizio avevamo anche provato a mescolarli, ad articolare la storia in un altro modo. Abbiamo provato una struttura a flashback, sperimento vari tipi di montaggio, che però si sono rivelati non adatti. Alla fine siamo tornati alla versione iniziale: abbiamo fatto una verifica, e abbiamo visto che le soluzioni alternative, pur interessanti, erano più complesse. Per esempio, abbiamo provato a mescolare le prime due parti, con la prima che sarebbe diventata un flashback all’interno del carcere; proprio la parte del carcere, inoltre, era troppo lunga, erano 40-50 minuti che, in una visione complessiva del film, avrebbero rappresentato un problema.

Qual è stata l’influenza del lavoro di tuo padre, Franco Quadri, nel campo del teatro? Ti ha portato ad avvicinarti naturalmente a registi più vicini al palcoscenico, come lo stesso Martone?

Jacopo Quadri: Un’influenza pratica c’è stata: persone come Martone, Pippo Delbono, forse anche Roberto Andò, hanno conosciuto prima mio padre e poi me. Solo per Antonio Rezza, con cui feci Escoriandoli, il percorso fu inverso. Ricordo che invitai mio padre a passare a trovarci in moviola per un saluto, lui venne. Così conobbe Rezza e in seguito divenne un suo grande estimatore. Qualche piccolo vantaggio nel poter conoscere queste persone c’è stato, nel presentarsi come “figlio di”, ma non nel senso di una convenienza, visto che io ho fatto un percorso molto indipendente. La cosa ha facilitato più che altro sul piano delle conoscenze, e forse anche la possibilità di avere un pochino di rispetto. Ricordo che quando andai da Luca Ronconi, che non avevo mai visto, lui mi disse: “Ti accolgo e ti ricevo perché so che sei il figlio di una persona che stimavo, ma anche perché apprezzo il tuo lavoro”. Mio padre, poi, spesso con le persone ci litigava: Martone e Delbono, per esempio, con lui non avevano un ottimo rapporto.

Non credi che le influenze e le confluenze tra il cinema e il teatro, in particolare quello di ricerca, siano andate scemando negli ultimi anni? Forse è rimasto solo Martone che nutre il suo teatro con il suo cinema e viceversa.

Jacopo Quadri: In realtà, qualcun altro c’è. Penso ad Andò, per esempio, o proprio a Pippo Delbono. Credo che sia Martone ad essere un caso isolato, visto che fin da giovane è stato attivo, oltre che a teatro, anche nel campo dell’audiovisivo. Poi ci sono attori come Luigi Lo Cascio, attivo sia a cinema che a teatro, o Eleonora Danco, che pure fa entrambe le cose. Secondo me, piuttosto, questo rapporto di interscambio sta migliorando: negli anni ‘80 invece si era in un contesto in cui o si faceva una cosa o l’altra. Martone è stato un po’ il primo a rompere questa rigida suddivisione, recuperando in realtà una tradizione che era già quella dei Visconti e dei Zeffirelli; e portandosi dietro, al cinema, tutto il suo gruppo. La tradizione di interscambio nei ruoli, non solo col teatro, è una caratteristica che è tutta attuale: adesso c’è un po’ più di libertà nell’atteggiamento dei produttori, nel pensare che possano investire su artisti che lavorino in più campi. Gifuni e Popolizio, per esempio, fanno anche cinema e tv. In questo senso, attualmente, vedo una scena positiva.

L’esperienza editoriale di Ubulibri, casa editrice fondata da tuo padre, si è definitivamente chiusa? Ci sono margini per recuperarla?

Jacopo Quadri: Ubulibri ha avuto un percorso particolare. La Edizioni Ubulibri, quella storica, c’è ancora, ma attualmente è in liquidazione. Io ho creato un’altra Ubulibri, ma si tratta di una nuova società, che parte con l’idea iniziale di produrre: attualmente stiamo producendo film e documentari, e abbiamo già prodotto un corto. Nello stesso tempo, possiamo occuparci anche di libri, e infatti ne abbiamo già pubblicato uno: non abbiamo velleità da casa editrice, ma è un po’ come se ereditassimo l’esperienza della vecchia Edizioni Ubulibri. L’idea è sempre quella non di farci soldi, ma di proporre cose valide.

Oltre a Martone, un altro autore con cui collabori in maniera assidua è Gianfranco Rosi. Come si svolge la vostra collaborazione? Anche in considerazione del fatto che, in genere, il girato iniziale è molto corposo: pensiamo solo a Sacro GRA, con le riprese durate tre anni, o a Fuocoammare con un anno di lavorazione.

Jacopo Quadri: In genere, lui gira per un ampio lasso di tempo. A un certo punto, poi, arriva il momento in cui inizia a mettere il materiale in ordine, magari insieme a un assistente. Ci si avvicina così a quello che sarà il prodotto finale. A volte ci si mette di più, infatti può capitare che lui poi ricominci a girare, ma alla fine si decide che si è pronti per montare, su una cosa che però è stata già messa in ordine e un po’ “scelta”. Con Fuocoammare è stato tutto più veloce: nell’agosto scorso lui si è trovato sulla nave dove è avvenuta la tragedia, coi due naufragi, e da lì ha capito che era inutile continuare a girare. Era arrivato a un punto molto forte. Infatti mi ha chiamato e mi ha detto che si poteva cominciare. Ai primi di ottobre abbiamo fatto una sorta di prova, per vedere se il film c’era: infatti, non si sa mai di preciso quando il film c’è, quando non c’è bisogno di girare altro, ma qui gli eventi purtroppo hanno accelerato il processo. C’era la necessità di non accumulare altro materiale, perché gli eventi, quelli appena accaduti, andavano raccontati. Per Sacro GRA invece si poteva teoricamente continuare a girare per 10 anni. Questo aspetto ha segnato un percorso di crescita anche per Gianfranco: prima, infatti, lui faceva lunghe pause tra un film e l’altro, ora lavora di più, ed è diventato lui stesso più pratico, più esperto.

Fuocoammare è strutturato su particolari soluzioni narrative, come ad esempio la radio che viene ascoltata contemporaneamente da diversi paesani. Questa soluzione è stata trovata in fase di montaggio?

Jacopo Quadri: Gianfranco, in quel caso, ha assistito direttamente ai fatti: stava girando con Pippo, il DJ della radio, e ha visto che la signora Maria chiamava più volte al giorno. A quel punto ha chiesto notizie, e Pippo gli ha spiegato chi lei fosse. Lui l’ha conosciuta e le ha chiesto di provare a rifare la stessa telefonata. La cosa funzionava, con la radio piazzata in cucina, lei che l’ascoltava più volte, per tutto il giorno. La radio poi serviva anche per sottolineare quelle piccole intrusioni nel quotidiano della realtà dei migranti. Avevamo fatto un primo montaggio con il materiale provvisorio della radio, che comprendeva altre musiche. Quindi, nel montaggio definitivo, abbiamo stabilito di usare brani diversi, e abbiamo rigirato le scene con quelli.

Si è discusso abbastanza, sempre relativamente a Fuocoammare, a proposito delle inquadrature con i cadaveri nella stiva. Se cioè fosse necessario o meno mostrarle. Vi siete confrontati su questo con Rosi in fase di montaggio?

Jacopo Quadri: Sì. La parte della tragedia è stata discussa, cambiata e rimontata tantissime volte. Ogni volta che guardavamo il montato, arrivavamo lì e ci fermavamo: abbiamo esaminato tutto ciò che c’era prima e quel poco che c’era dopo, e abbiamo pensato che, dopo una scena del genere, non si poteva tornare indietro e ricominciare a raccontare il resto come se niente fosse. I cadaveri non abbiamo mai pensato di toglierli. Il capitano della nave che ospitava Gianfranco, infatti, dopo la tragedia e il salvataggio dei superstiti, gli aveva detto: “Ora tu vai, e filmi cosa c’è là sotto. Siccome sei qui, e siccome sei nostro ospite, ora vogliamo che lo filmi”. Gliel’ha chiesto come dovere morale. Non dovevamo vedere quella cosa da lontano: si sapeva che là sotto era pieno di morti, ma c’era la necessità di mostrarli. E allora, una volta girato, perché non dovevamo montarlo? In un certo senso abbiamo contravvenuto alle regole del documentario, ma quella roba era successa, il film era su quello. Inoltre, sono solo tre inquadrature, e sono girate con una certa misura. Era esattamente così, il motore per qualche motivo era rimasto acceso, e abbiamo semplicemente girato queste tre scene. Il punto è la misura, il modo di filmare un evento. Io l’ho trovata una scelta onesta. Le regole del documentario non devono mai essere un muro: noi, per tutto il film, abbiamo tenuto un modo di fare misurato e rispettoso, per tutti, vivi e morti. Le regole non devono diventare una gabbia.

Nella tua filmografia risulta anche la collaborazione con Zhang Yuan per La guerra dei fiori rossi. Come è nata e come si è sviluppata questa collaborazione?

Jacopo Quadri: C’era stato già un altro film che avevo fatto con lui, Diciassette anni. Ricordo che per Diciassette anni fui contattato da Marco Müller, che era un amico: lui, all’epoca, produceva soprattutto film di registi proveniente da paesi lontani. Müller mi chiamò perché il regista stava montando il film da solo, ed era un po’ in confusione. Sono andato a Treviso, e lì abbiamo finito il montaggio. In realtà, quello fu un lavoro abbastanza semplice da montare. Nel film successivo, invece, sono stato presente fin dall’inizio, sono andato in Cina e ci sono rimasto due mesi: in parte l’abbiamo montato lì, in parte qui in Italia. Successivamente, poi, ho fatto ancora un altro progetto con Zhang, ma non c’era più Marco, né Rai Cinema: era un film totalmente cinese, in cui lui mi chiamò a finire il montaggio. Da un po’, però, non lo sento più. Attraverso Müller sono andato anche in Thailandia, dove ho lavorato con Apichatpong Weerasethakul, e in Brasile con Laís Bodanzky: sono stati tutti rapporti interessanti. Tra l’altro Müller era molto ascoltato, e poteva presentare un montatore che magari serviva anche alla co-produzione italiana. Era un rapporto creativo interessante: io, poi, appena avevo l’occasione di conoscere registi altri o di viaggiare, la sfruttavo volentieri. La stessa cosa fu con Bechis per Garage Olimpo. Non ho mai detto di no a queste esperienze: quando sei fuori si lavora meglio, c’è una concentrazione che qui non riusciamo ad avere.

Info
La pagina dedicata a Jacopo Quadri sul sito del Bellaria Film Festival.
Il sito di Ubulibri.

Articoli correlati

  • Archivio

    Fuocoammare RecensioneFuocoammare

    di Ci sono due mondi nel nuovo film di Gianfranco Rosi, quello arcaico (e ottuso) degli abitanti di Lampedusa, e quello dei migranti in fuga sul Mediterraneo e destinati alla catastrofe.
  • In Sala

    Il paese dove gli alberi volano. Eugenio Barba e i giorni dell’Odin

    di , Presentato alle veneziane Giornate degli autori, esce ora in sala il secondo lavoro di Jacopo Quadri, qui con la co-regia di Davide Barletti, che rientra in una serie di ritratti dedicati ai grandi del teatro. Dopo La scuola d’estate su Luca Ronconi, è la volta di Eugenio Barba.
  • Interviste

    Intervista a Renato Berta

    "La luce non sta lì solo per impressionare la pellicola o il sensore di una macchina digitale. La luce, in una maniera o nell’altra, deve narrare." In occasione della 29esima edizione del Cinema Ritrovato, abbiamo intervistato Renato Berta, direttore della fotografia per - tra gli altri - de Oliveira, Straub e Huillet, Godard, Resnais e Martone.
  • Interviste

    intervista-a-mauro-bonanni-seconda-parteIntervista a Mauro Bonanni – Seconda parte

    Ferreri, Jodorowsky e Claudio Caligari sono solo alcuni dei registi con cui, oltre a Orson Welles, ha lavorato Mauro Bonanni nel corso della sua lunga carriera da montatore. Ne abbiamo parlato con lui nella seconda parte dell’intervista che ci ha concesso, interpellandolo anche sul passaggio dal montaggio analogico a quello digitale.
  • Interviste

    mauro-bonanniIntervista a Mauro Bonanni

    Tra gli incompiuti di Welles il Don Chisciotte è il suo progetto più personale e anche quello che, per una serie di questioni irrisolte, rischia seriamente di finire nell’oblio. Ne abbiamo parlato con Mauro Bonanni, che ha lavorato al montaggio del film dall’aprile del 1969 al marzo del ’70. Questa intervista è dedicata a Ciro Giorgini.
  • Interviste

    La scuola d’estate. Intervista a Jacopo Quadri

    La scuola d’estate è un documentario sui corsi per giovani attori che teneva in Umbria Luca Ronconi, il grande regista teatrale scomparso nei giorni scorsi. Autore del documentario è Jacopo Quadri, uno dei più importanti montatori del cinema italiano, che abbiamo incontrato a Rotterdam.
  • Libri

    La luce necessaria – Conversazione con Luca Bigazzi

    Il libro-intervista a Luca Bigazzi, edito da Artdigiland e scritto da Alberto Spadafora, permette di approfondire la figura del maggior direttore della fotografia italiano degli ultimi trent'anni.
  • Archivio

    Il giovane favoloso RecensioneIl giovane favoloso

    di Presentato in concorso a Venezia 71, Il giovane favoloso racconta il percorso esistenziale di Giacomo Leopardi, con qualche lampo, ma in modo sostanzialmente scolastico. Siamo lontani dall'eversività di Noi credevamo.
  • Festival

    Bellaria Film Festival 2016

    Il Bellaria Film Festival 2016, dal 27 al 29 maggio, trentaquattresima edizione della storica kermesse romagnola, tra documentari nazionali e letture musicali, riscoperta e innovazione...
  • Biografilm 2016

    Intervista a Hussain Currimbhoy

    Programmatore dal 2014 per il Sundance Film Festival nell’ambito del cinema documentario e in precedenza direttore di programmazione dello Sheffield Doc/Fest, Hussain Currimbhoy è stato presidente di giuria dell'edizione 2016 del Biografilm. Lo abbiamo intervistato in questa occasione.
  • DVD

    Noi credevamo RecensioneNoi credevamo

    di Il capolavoro di Mario Martone arriva in dvd con 01 Distribution in un'edizione speciale, da non lasciarsi sfuggire.
  • Torino 2017

    Lorello e Brunello

    di Sacche di resistenza alla globalizzazione in piena Maremma toscana. Lorello e Brunello di Jacopo Quadri mira al racconto di una cocciuta estraneità in un mondo sempre più vittima dell'omologazione. Lirico e prezioso. In concorso al Torino Film Festival.
  • Notizie

    Cinergia al via al LAC di Lugano dal 15 marzo | Quinlan.itCinergia al via a Lugano dal 15 marzo

    Cinergia è un progetto curato da Marco Müller a Lugano, che intende allargare lo sguardo al rapporto e al dialogo tra cinema, teatro e musica, nelle creazioni dei protagonisti della scena europea. Si inizia giovedì 15 marzo con i “film teatrali” di Jacopo Quadri e con il cinema di Fanny & Alexander, Luigi de Angelis e Chiara Lagani.
  • DVD

    Il portiere di notte RecensioneIl portiere di notte

    di Grande successo di pubblico e scandalo al tempo della sua comparsa nelle sale, Il portiere di notte di Liliana Cavani si ripropone oggi come un intelligente melodramma psicanalitico, più piegato verso il "gusto del genere" che verso la riflessione storico-politica. In dvd per General Video e CG.
  • In sala

    The Strange Sound of Happiness RecensioneThe Strange Sound of Happiness

    di Il regista siciliano Diego Pascal Panerello esordisce nel lungometraggio con questo interessante The Strange Sound of Happiness: un’opera di difficile classificazione, che presenta uno sperimentalismo mai pedante, ancorato a una concreta vicenda di vita.
  • Venezia 2018

    Capri-Revolution RecensioneCapri-Revolution

    di Capri-Revolution sembra chiudere un'ipotetica trilogia in cui Mario Martone riflette sul Tempo e sulla Storia. Stavolta l'occasione per parlare di molte rivoluzioni mancate nel Novecento è l'isola di Capri e la comune che vi si installò sotto la guida di Karl Wilhelm Diefenbach.
  • In sala

    Iuventa RecensioneIuventa

    di Girato senza facili cedimenti alla retorica e costruito con uno sguardo dal sapore wisemaniano, Iuventa di Michele Cinque mette in scena la storia dell'equipaggio della nave dedita al salvataggio dei migranti nel Mediterraneo, almeno finché un assurdo sequestro nell'agosto del 2017 da parte della procura di Trapani non ha interrotto forzatamente queste azioni umanitarie.
  • In sala

    La libertà non deve morire in mare RecensioneLa libertà non deve morire in mare

    di Realizzato tra il 2016 e il 2017, drammaticamente superato dagli eventi, La libertà non deve morire in mare resta un documento importante, mirato a dare tridimensionalità al dramma dei migranti attraverso il linguaggio dell’immediatezza.
  • Trieste 2019

    Gli indocili RecensioneGli indocili

    di Il percorso di Jacopo Quadri sui protagonisti della scena teatrale si arricchisce di un nuovo documentario. Stavolta l'oggetto è il Teatro Valdoca di Cesare Ronconi e Mariangela Gualtieri, protagonista assoluto del teatro di ricerca italiano. Gli indocili ha partecipato al Premio Corso Salani nell'ambito del Trieste Film Festival.
  • Festival

    L'immagine e la parola 2019L’immagine e la parola 2019

    Esploratori inesausti è il titolo della nuova edizione di L’immagine e la parola, lo 'spin off' primaverile del Locarno Festival che si tiene dal 29 al 31 marzo, con Béla Tarr protagonista assoluto di questa edizione.

COMMENTI FACEBOOK

Commenti

Lascia un commento