Tra la terra e il cielo

Tra la terra e il cielo

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Tra la terra e il cielo, esordio del regista indiano Neeraj Ghaywan, è un interessante (melo)dramma, completamente calato nell’humus di una società contraddittoria e magmatica.

Tra sogno e materia

Varanasi, ai giorni nostri. Devi, giovane docente di informatica, si apparta in un hotel con un suo studente, ma viene sorpresa dalla polizia che accusa i due di “comportamento indecente”. Il ragazzo, chiusosi in bagno, si toglie la vita, mentre la famiglia della ragazza viene ricattata da un corrotto funzionario di polizia. Intanto Deepak, giovane appartenente alla casta più umile, si innamora ricambiato di Shaalu, ragazza altolocata, ma non ha il coraggio di rivelarle la sua provenienza… [sinossi]

Fa piacere veder approdare in sala, seppur a distanza di un anno, quello che è stato uno dei titoli più interessanti della sezione Un Certain Regard del penultimo Festival di Cannes. Fa piacere specie se si tratta di un esordio, tanto calato nella contemporaneità (del panorama cinematografico di cui fa parte, nonché della società che descrive) quanto sicuro nella mano e nella scrittura. Neeraj Ghaywan, già autore di alcuni cortometraggi e collaboratore di Anurag Kashyap (era stato aiuto regista per il suo Gangs of Wasseypur) mostra di avere le idee molto chiare sulla direzione che vuole dare al suo cinema. E sul modello narrativo, insieme fresco e all’insegna della classicità, che intende adottare. Che la scena indiana non sia solo Bollywood, col suo corredo di canti, balli e paesaggi da cartolina, è concetto tanto scontato quanto in fondo superfluo da sottolineare. Che però, a ricordarlo anche al pubblico più distratto, sia un prodotto come Tra la terra e il cielo (Masaan in originale) è senz’altro positivo. Specie laddove questo si incarichi anche di gettare un po’ di luce su una realtà (altrettanto composita e contraddittoria, nonché oggetto di facili stereotipi) come quella dell’India contemporanea.

Tra la terra e il cielo è un (melo)dramma sui generis, che da subito non nasconde le sue ambizioni di spaccato microsociale, persino cronachistico, calate in un humus contemporaneo magmatico e in perenne trasformazione. Quello di Ghaywan è uno sguardo attento e pregnante sulle istituzioni-cardine della società indiana, così come sui suoi elementi più (contraddittoriamente) dinamici; che costantemente sposta il suo obiettivo tra le persistenti ricadute delle tradizioni sulla dimensione affettiva, e intima, dei suoi protagonisti, e una panoramica dal respiro più ampio. Articolando il tutto in due vicende apparentemente parallele, che convergono nei minuti finali in quello che, ci si rende conto, è un movimento d’avvicinamento dai tratti speculari. Dal buio alla luce, e viceversa: le storie personali dei due giovani Deepak e Devi sono rispettivamente quelle di una caduta e di una risalita. Percorsi che infine, in un assestamento che potrà forse favorire un nuovo inizio, convergono tra le acque di un fiume significativamente assurto a simbolo. Percorsi bagnati dalla tragedia, legata a doppio filo alla forza vincolante delle norme non scritte, e alla loro frizione con le aspirazioni individuali.

Proprio nella problematica, instabile convivenza di tradizione e (post)modernità, di pezzi di società “liquida” e social contrapposti al concreto, vincolante immobilismo di casta (plasticamente rappresentato dal luogo di lavoro del giovane Deepak, un forno crematorio a cielo aperto in cui sono impiegati gli strati più umili della popolazione) sta il centro tematico della sceneggiatura; un moloch statuario e apparentemente inamovibile di norme sociali, che confligge con quelle spinte centripete e progressiste demandate dal film, in modo pressoché esclusivo, alle giovani generazioni. E sta, forse, proprio in una troppo semplicistica opposizione generazionale, in una schematica e poco contestualizzata dialettica tra vecchio e nuovo (trasversale alle caste) l’unico vero limite del film. Se il contesto borghese, e teoricamente più progressista, incarnato dal padre di Devi (ex professore universitario) è arrendevole verso la corruzione e la sopraffazione del potere, e se il genitore di Deepak ha ormai ceduto alla rassegnazione e all’alcol, i due ragazzi finiscono per incarnare in modo fin troppo esclusivo la spinta alla trasformazione. A esprimere un “ottimismo della volontà” che il film non nega mai nelle sue basi, ma che probabilmente andava meglio contestualizzato.

Quello di Neeraj Ghaywan, al di là delle sue componenti narrative più schematiche, è comunque un film registicamente e narrativamente solido, che colpisce per il suo aderire ai codici del melò (ivi compresi quelli occidentali) restando nel contempo saldamente ancorato alla minuta materialità della società che descrive. La tragedia tocca tutti i personaggi del film, ne condiziona i passi, ne frustra puntualmente le aspirazioni: la dimensione da favola contemporanea di alcuni passaggi della trama (l’amore impossibile tra i due giovani appartenenti a caste diverse, l’anello dato in pegno – involontario – al fiume) viene costantemente contrappuntata dalla concretezza spietata di una morte accidentale, dalla viscida e interessata condiscendenza di un datore di lavoro, da un perdono tenacemente perseguito, richiesto ma infine non ottenuto. La “chiusura” non è davvero tale, perché non può esserlo: i personaggi, e le loro vicende, restano in divenire, così come il mondo e la cultura che abitano. Ma una prima tappa (per loro, come per la nascente carriera del cineasta indiano) sembra infine essersi chiusa nel migliore dei modi.

Info
Il trailer di Tra la terra e il cielo su Youtube.
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