L’uomo che vide l’infinito

L’uomo che vide l’infinito

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Scritto e diretto da Matt Brown, L’uomo che vide l’infinito racconta una figura di genio interessante e dalle molte potenzialità, non riuscendo tuttavia a superare i cliché e le convenzioni più viete del moderno biopic.

Il matematico dei due mondi

1913: proveniente dalla città di Erode, in India, il giovane matematico Ramanujan riesce ad ottenere l’ammissione al prestigioso Trinity College di Cambridge. Nonostante l’ostilità di gran parte del mondo accademico, il ragazzo, totalmente autodidatta, riesce a conquistare con la sua acutezza il professore G.H. Hardy, che diverrà suo mentore e l’aiuterà a rivelarsi al mondo come uno dei più importanti e geniali matematici della storia… [sinossi]

Non sembra cessare, stando alle uscite degli ultimi anni, la fascinazione del biopic moderno per un modello di personalità eccentrica e fuori dagli schemi, spesso segnalatasi per i significativi contributi dati alla ricerca scientifica nel corso dell’ultimo secolo. Le uscite, nel 2014, di titoli come The Imitation Game e La teoria del tutto (biopic dedicati rispettivamente al matematico Alan Turing e all’astronomo Stephen Hawking) testimoniano di un perdurate interesse del cinema mainstream per le figure scientifiche più decentrate, il cui contributo al pensiero del Novecento è andato (sovente) oltre i ristretti confini dei rispettivi campi di studio. Proprio in quest’ottica, tra la descrizione biografica puntuale e l’analisi di un preciso periodo storico, e di un’intera società, si muove questo L’uomo che vide l’infinito, biografia filmata dedicata alla figura del matematico indiano Srinivasa Ramanujan. Curiosamente, il film di Matthew Brown (scrittore prestato al grande schermo) arriva appena un anno dopo l’analoga produzione indiana Ramanujan, destinata al mercato locale e inedita alle nostre latitudini. Due opere appartenenti a due cinematografie (molto) diverse, plastica espressione dei “due mondi” in cui il personaggio in questione si trovò ad operare.

Ispirato all’omonimo libro di Robert Kanigel, e narrato in parte attraverso i ricordi del matematico di Cambridge G.H. Hardy (scopritore del genio del protagonista e suo mentore), il film di Brown descrive dapprima la realtà sociale e familiare in cui Ramanujan sbarca il lunario, mettendone in luce la minuta quotidianità. Se la prima parte è funzionale a delineare (invero un po’ sommariamente) la personalità del soggetto, il suo modo di rapportarsi alle norme sociali tra devozione e utopica voglia di rottura, la sua fede, insieme ingenua e presuntuosa, nella bontà delle sue intuizioni, il viaggio verso Cambridge invece segna per il film una netta cesura: nel contesto “alieno” e quasi agorafobico dell’università britannica, di cui viene sottolineata anche visivamente la natura di luogo altro e quasi sacrale, lo script si concentra in modo privilegiato sullo svilupparsi del rapporto tra Ramanujan e il suo nuovo maestro. Un motivo, quello dell’incontro/scontro tra le due personalità, che attraverserà tutto il film, e che metterà in luce la contrapposizione tra l’atteggiamento istintivo e fideistico del giovane, teso a rinvenire nella materia un substrato quasi metafisico, e il rigido razionalismo del docente. Un contrasto affidato, sullo schermo, alla riconoscibilità (e alla naturale capacità di suscitare empatia) di due volti come quelli di Dev Patel e Jeremy Irons.

È proprio sul piano di un rapporto teso a descrivere, oltre al motivo di una scontata dialettica maestro/allievo, due personalità che risultano essere espressione di due diverse culture (e di due contrapposte visioni del mondo) che il film non osa probabilmente abbastanza. Lo svilupparsi del rapporto tra i due protagonisti segue binari risaputi, cedendo spesso ai cliché e lasciando sullo sfondo quelle linee di tensione culturali (ed etiche) la cui esplicitazione avrebbe fornito alla vicenda un importante valore aggiunto. Il tutto resta confinato alla sempiterna contrapposizione tra il genio grezzo, e non strutturato, del giovane allievo, e l’azione del mentore tesa a dare ad esso forma, disciplina e direzione: sembra di essere, a più riprese, dalle parti di una mera versione aggiornata di Will Hunting (film non a caso citato nelle frasi di lancio). Tanto la laica spiritualità del protagonista, che rinviene la materia divina nella pura essenza dei numeri, quanto il razionalismo di marca illuminista del docente (personaggio involuto e dalle potenzialità non sviluppate) restano di fatto sullo sfondo, confinate a elemento accessorio, illuminate ad intermittenza da una sceneggiatura che preferisce battere sentieri più sicuri e identificabili.

Resta, di questo L’uomo che vide l’infinito, la confezione sontuosa, tutta tesa ad evidenziare un contrasto insanabile tra i due contesti sociali che il film descrive: da una parte la realtà luminosa, ma contrassegnata da miserie e difficoltà, della terra natale del protagonista; dall’altra le cupe stanze dell’università britannica, spesso illuminate da ammalianti tonalità color seppia, custodi di una sapienza che il razzismo di gran parte dei loro abitanti vorrebbe avocare a sé in modo esclusivo. Se lo stesso tema della discriminazione è trattato dalla sceneggiatura in modo discontinuo ed intermittente, rendendo solo a tratti il disagio di un giovane colonizzato che cerca riscatto nella terra dei colonizzatori, più efficaci si rivelano le incursioni della storia (e di quel conflitto fin dall’inizio adombrato dalla trama) nel tessuto narrativo del film e nei suoi sviluppi. Per il resto, il film di Matthew Brown sceglie di adottare soluzioni narrative già abbondantemente sperimentate, semplificando oltremodo la figura del protagonista e le sue vicende (di sconcertante banalità la sottotrama familiare) e sacrificando le potenzialità del soggetto a una concezione standardizzata e preconfezionata del biopic. Si resta, al termine della visione, con la sensazione di aver solo sfiorato l’essenza di un personaggio molto più complesso, ingabbiato, insieme a tutta la sua vicenda, nelle maglie di un “formato” che non gli rende giustizia.

Info
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Il trailer italiano de L’uomo che vide l’infinito.
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