Un americano a Parigi

Un americano a Parigi

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La Hollywood degli anni Cinquanta al suo massimo splendore spettacolare: il Technicolor, il musical e Parigi. Apoteosi della finzione e dell’amor cortese in punta di piedi, Un americano a Parigi di Vincente Minnelli torna in sala.

Se balli ti innamori

L’americano Jerry Mulligan, finita la guerra, è rimasto a Parigi per dipingere. Vive in un localino dove il letto e il tavolino rientrano nel soffitto e nella parete e va a esporre i quadri, che nessuno compra, a Montparnasse. Viene abbordato da una ricca, attempata americana che gli compra un quadro. Ma poi conosce la giovane e graziosa commessa della quale si innamora, senza sapere che la ragazza sta per sposare il suo amico Paul. [sinossi]

In contemporanea con l’omaggio a Jacques Tati e con quello a Gene Tierney, torna in sala – distribuito in questo caso dalla società Cinema di Valerio De Paolis – anche un altro grande classico del cinema: Un americano a Parigi. Vi è da dire però che, stando almeno a quel che si è potuto vedere nel corso della presentazione alla stampa, il restauro digitale del film di Vincente Minnelli appare leggermente inferiore per qualità dell’immagine rispetto innanzitutto all’operazione Tati. Ed è probabilmente un peccato perché Un americano a Parigi, digitalizzato nel 2011 su iniziativa della Warner Bros, punta in primis sulla potenza dell’effetto spettacolare.
Nonostante ciò la magnificenza visiva dell’operazione resta impareggiabile: ispirandosi all’omonima opera sinfonica di George Gershwin, da cui prende tutti i brani musicali, Minnelli costruisce allo stesso tempo un inno alla città di Parigi (al modo romantico e ingenuo con cui questa viene vista oltre oceano) e al concetto di spettacolo cinematografico americano così come era concepito negli anni Cinquanta.
Un americano a Parigi, girato nel 1951, apre infatti il decennio di fastosità e sfarzosità produttive che poi avrebbe portato alla fine della Hollywood classica. L’armonia e l’esuberanza visiva, l’eleganza maestosa e quasi annichilente sono caratteristiche paradigmatiche del periodo, come d’altronde ci hanno recentemente ricordato i fratelli Coen con il loro Ave, Cesare!.

Gene Kelly interpreta il tipico americano con ambizioni artistiche di stanza a Parigi. È povero ma ambizioso, ogni giorno deve conquistarsi un pezzo di pane per riempirsi la pancia ma fa di necessità virtù come si vede nello splendido incipit in cui si destreggia abilmente nel suo monolocale parigino d’ordinanza (il letto collegato a dei fili che viene fatto salire sul soffitto, i tavolini ripiegabili, l’armamentario da pittore pronto a occupare immediatamente tutto lo spazio, ecc.). Viene abbordato da una ricca signora che gli promette successo in cambio di non troppo velati favori sessuali, lui tentenna, prova a resistere, poi cede, ma nel frattempo si è innamorato di una bella parigina, promessa sposa tra l’altro di un noto cantante suo amico. L’incrocio amoroso appare razionalmente senza soluzione, ma sarà il ballo a risolverlo: la lunga festa in maschera finale, che si evolve in una danza immaginaria per Parigi, ribalta infatti le prospettive e – con segno carnevalesco – apre all’irrazionale e fatidico happy end. Persino al di là di ogni logica, sia di carriera personale che di narrazione, l’amore deve vincere, almeno a Parigi.

È in questo senso dunque che Un americano a Parigi si rivela come l’apoteosi della finzione cinematografica: tutto è finto e irreale perché siamo in un musical, siamo in una Parigi dell’immaginario e dunque l’amore deve trionfare sullo sfondo di una luna di cartapesta. Ma, in tutto questo, quel che oggi lascia sempre stupefatti e ammirati di fronte a Un americano a Parigi – così come di fronte a tanti altri musical – è la verità del gesto scenico di origine teatrale, è la performance atletica degli attori, la perfetta tempistica dei movimenti e la sinuosità dei corpi. È la realtà del rischio – e dei mini-piani sequenza – che ci si prende ogni volta che si tenta una piroetta, o un salto da un tavolino all’altro. E allora questa dimensione del reale unita al massimo della finzione spettacolare e della concezione ideologica volutamente auto-referenziale crea un cortocircuito emotivo che è impossibile ritrovare nel cinema odierno, che ha paura sia della realtà che dell’esibizione scenica.

Info
La pagina dedicata a Un americano a Parigi sul sito della distribuzione Cinema.
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