La tranquillità

La tranquillità

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Proposto nell’ambito della rassegna Passione Kieślowski del Palazzo delle Esposizioni, La tranquillità, del 1976, è tra i primi film di finzione del cineasta polacco: un capolavoro amarissimo sull’impossibilità del libero arbitrio. Protagonista un gigantesco Jerzy Stuhr.

Io chi sono?

Antek Gralak è appena uscito di prigione. Lascia Cracovia, la sua città, per andare a lavorare in un cantiere in Slesia. Tutto ciò che desidera sono le piccole cose della vita: un lavoro, un posto pulito dove dormire, qualcosa da mangiare, una moglie, un televisore e la pace. Ansioso di evitare i conflitti e felice di essere vivo e in libertà, Antek è amichevole con i colleghi e sincero e riconoscente con il suo principale. Trova una ragazza, la sposa, ma sul lavoro cominciano i problemi. [sinossi]

Spesso celebrato per i suoi film della maturità espressiva (Il decalogo, la trilogia dei colori, La doppia vita di Veronica), Krzysztof Kieślowski – scomparso ormai due decenni fa ad appena cinquantacinque anni – vanta anche una ricchissima filmografia pre-Decalogo, in cui molti dei temi da lui affrontati in seguito già apparivano, a volte in maniera acerba, altre in forma di impressionante maturità. In effetti tra – soprattutto – documentari, come l’elegia pacifista di Sono stato un soldato (1970), e film di finzione, anche cortometraggi, come il bellissimo Il sottopassaggio (1973), siamo di fronte a un corpus cinematografico denso e impressionate e va dato merito al Palazzo delle Esposizioni di Roma di averci permesso di riscoprirlo, con proiezioni tra l’altro quasi tutte in 35mm, cosa sempre più rara per questo tipo di retrospettive.

Tra i film della giovinezza di Kieślowski, spicca La tranquillità, uno dei suoi primi lungometraggi di finzione, prodotto dalla televisione polacca nel 1976 e mandato in onda solo nel 1980 per motivi di censura. È un film che colpisce innanzitutto per la sua naturalezza di scrittura, lineare e tutta puntata su un unico protagonista, interpretato da un grandissimo Jerzy Stuhr. Siamo perciò qui su un piano ben diverso rispetto alle prospettive plurime di personaggi differenti che vanno ad incrociare i rispettivi destini, meccanismo tipico poi di film successivi del cineasta polacco, come Breve film sull’uccidere, Non desiderare la donna d’altri, Film rosso, ma anche ovviamente La doppia vita di Veronica. Lo stesso arco narrativo di La tranquillità non è concentrato in poche ore e quasi dilatato in maniera innaturale al suo interno, allo stesso modo di quel che succede in diversi capolavori della maturità kieślowskiana, ma anzi si sviluppa nel corso di diversi anni, in modo piano, con sequenze chiave, e tramite una serie di ellissi. Eppure, questa semplicità e questa apparente ‘pianezza’ sono rivelatrici di alcune delle caratteristiche più tipiche del cinema del cineasta polacco: la capacità di far oscillare il tema principale in un gioco di rapporti di forza tra i personaggi, la concretezza nel dare corpo drammatico a dei ruoli secondari anche con soli pochi tratti, la lucidità romanzesca dell’avere sempre a mente il disegno complessivo del racconto, anche nei dettagli apparentemente più insignificanti.

Da poco uscito di prigione – e i motivi della sua incarcerazione non saranno mai chiariti, se non che verrà detto ad un certo punto che è finito in galera “per la sua innocenza” – Antek/Stuhr ha solo un obiettivo: vivere tranquillo, trovare un impiego, sposarsi, avere dei figli e mettere su famiglia. Per far questo ritorna addirittura da una ragazza che lo aveva aiutato tempo prima, offrendogli per pochi minuti dell’acqua e del ristoro. Sin da quando si trova ancora in cella, Antek infatti è ossessionato da questa fantasmatica presenza femminile, che gli riappare continuamente non appena chiude gli occhi; e quei pochi fotogrammi ripetuti in flashback rappresentano un elemento straniante e fortemente fascinoso, tali da dare al tempo una dimensione astratta e interiore e tali da scardinare l’apparente costruzione oggettiva e tradizionale del racconto.
La ragazza accetta la proposta di matrimonio di Antek, lui trova lavoro in un cantiere e si fa subito benvolere sia dal padrone che dagli altri operai. Vi è in questa fase la descrizione di una società solidaristica che permette senza difficoltà il reintegro degli ex-detenuti, prospettiva che però finirà per ribaltarsi progressivamente. Di fronte ad alcune furbizie (e a dei furti) del padrone, gli operai entrano in sciopero (ed è questo il motivo per cui il film è stato proibito per anni) e Antek finisce per trovarsi nel mezzo: deve schierarsi con i compagni che hanno incrociato le braccia o con il padrone che lo vede come il suo protetto (e che sa che può facilmente ricattarlo per via della sua passata detenzione)? Antek non riuscirà a scegliere in tempo da che parte stare, proprio perché il suo obiettivo – ingenuo e fatalmente sbagliato – è sempre stato quello di non lasciarsi coinvolgere da nulla che non riguardasse il suo orizzonte personale.

Costruito dunque come un bildungsroman, La tranquillità esplicita come sia impossibile per chiunque eludere il contesto in cui si trova a vivere; il libero arbitrio non può che fare i conti con il caso, il destino e con le scelte e le posizioni degli altri. Bisogna sempre scegliere da che parte stare. Il fatto che questo fosse un tema inevitabile in una società comunista, dove lo Stato controllava le vite e le scelte individuali, non toglie comunque che il discorso de La tranquillità si faccia assoluto ed eterno: un uomo è sempre un animale sociale, lo voglia o no, e persino la scelta di non scegliere ha delle conseguenze ed equivale a ogni altra presa di posizione.
Tutto questo pessimismo – che si potrebbe benissimo definire anche come realismo – Kieślowski lo mette in scena non solo nel percorso di Antek/Stuhr, ma anzi lo riecheggia nel destino di una serie di personaggi secondari, dal suicidio dell’ex compagno di cella di Antek (che voleva vivere e divertirsi), alla disperazione sessuale della sua padrona di casa (il cui aspetto piacente e un po’ grottesco assume poi tonalità tragiche), fino al capo-cantiere che crolla sempre ubriaco. E in ogni sequenza Kieślowski riesce a colorare sempre di toni ambigui e contraddittori il percorso apparentemente perfetto di Antek; si pensi alla scena in cui il protagonista porta la ragazza di cui è innamorato in un bosco e viene preso in giro da due ragazzi in motorino, che lo incitano a fare sesso con lei, rovinando così ogni ambizione di romanticismo.
Tutto questo fa di La tranquillità un capolavoro amarissimo e pessimista, una radicale messa in discussione delle “magnifiche sorti e progressive” che tanto hanno illuso non solo le società comuniste, ma anche quelle capitaliste. Un ritratto dell’uomo ‘semplice’ che non è per nulla invecchiato e probabilmente non invecchierà mai.

Info
Il programma della rassegna Passione Kieślowski sul sito del Palazzo delle Esposizioni.
La pagina Wikipedia inglese su La tranquillità.
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