Ma Ma – Tutto andrà bene

Ma Ma – Tutto andrà bene

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Con Ma Ma – Tutto andrà bene, Julio Medem prova a confezionare un melodramma in cui la dimensione spirituale si integri con la carnalità del genere: ma il risultato è un pasticcio pretenzioso e a tratti pacchiano.

Elaborare il vuoto

A Magda, giovane madre recentemente abbandonata dal marito, viene diagnosticato un tumore maligno al seno. Proprio il giorno della diagnosi, la donna conosce Arturo, talent scout calcistico che ha appena vissuto la tragica scomparsa dei suoi familiari. L’affetto di Arturo, e il rinnovato legame con suo figlio, aiuteranno Magda ad affrontare questo difficile snodo nella sua vita… [sinossi]

Tre anni dopo la partecipazione al film collettivo 7 Days in Havana, Julio Medem torna al suo cinema visivamente elaborato e “spesso”, sospeso tra la carnalità e lo studio teorico dei sentimenti, sempre pericolosamente confinante col formalismo. Se queste sono le caratteristiche per cui il regista spagnolo è noto, fin dall’affermazione internazionale con titoli quali Gli amanti del circolo polare, qui Medem sceglie di rischiare più del solito, raccontando una vicenda intenzionalmente sbilanciata sul versante melodrammatico. Interamente incentrato, diremmo persino adagiato, sul volto e sul corpo di una Penélope Cruz che ne è anche co-produttrice, Ma Ma – Tutto andrà bene è storia di legami e perdita, di vuoto e progetti di (ri)nascita frustrati, di desiderio carnale che aspira a una problematica dimensione spirituale. Materiale dalle indubbie potenzialità narrative, quanto complesso da trattare, specie laddove si scontri con una visione del cinema poco incline alla misura (e all’asciuttezza registica) come quella del cineasta spagnolo. Un progetto i cui rischi, fin dalle prime sequenze del film, appaiono del tutto evidenti.

Non si può dire che, nel suo impianto visivo, il film di Medem non catturi l’occhio. La sequenza iniziale introduce un motivo che, visivamente, sarà riproposto lungo tutto il film; un vero e proprio leitmotiv che simboleggia quel tema della genitorialità che (da punti di vista diversi) accomunerà tutti e tre i protagonisti principali. I glaciali paesaggi della Siberia, luogo immaginato di una giovane esistenza con cui il ginecologo Julián (così come lo stesso regista) tenta invano di entrare in contatto, trovano uno specchio ideale nell’algida fotografia degli interni, specie di quelli che circondano il personaggio della Cruz. Domina, in tutta la prima parte del film, un biancore asettico, forse a simboleggiare la spietata, indifferente progressione della malattia nel corpo della protagonista; una tonalità desaturata che si accende di un blu metallico nei momenti di maggiore resa mentale e consapevolezza. L’attenta costruzione visiva e scenografica del film, tuttavia, stride in modo abbastanza palese (e non è certo un effetto voluto) con una narrazione slabbrata, poco organica, tutta tesa a solleticare un’emotività epidermica e adagiata unicamente sul potenziale del tema.

Quello di Medem, al netto delle sue simbologie, resta sostanzialmente un melodramma sulla malattia e sul lutto: ma la sua progressione è tanto drammaturgicamente risaputa e sciatta, da far apparire la sua elegante confezione come vuoto, e stucchevole, esercizio di stile. La sceneggiatura introduce col personaggio di Arturo (interpretato da Luis Tosar) uno spiritualismo d’accatto, poco contestualizzato e per nulla preparato a livello narrativo; una componente che fida (in modo programmatico e ricattatorio) sulla capacità del suo tema di far breccia nell’emotività di chi guarda. La grana grossa di cui la trama si compone si esplicita, di volta in volta, in tediose e gratuite reiterazioni (la bambina siberiana che affianca i due protagonisti), in soluzioni visive ai limiti del kitsch (il dettaglio del cuore che batte), nonché in giustapposizioni smaccate e schematiche (la rinuncia alla paternità del ginecologo, la ritrovata gioia nell’attesa del parto della protagonista). A ciò, si aggiunga l’incomprensibile piega che la sceneggiatura sembra prendere nei suoi minuti finali, con una sorta di ménage à trois introdotto in modo gratuito, forse teso a spiazzare nelle intenzioni, quanto grottesco e pacchiano nei risultati.

Prescindendo dai discontinui risultati che il regista ha fatto registrare nelle sue precedenti opere, è difficile difendere un lavoro tanto ricco nelle tematiche quanto pretenzioso nell’approccio, nonché fallimentare nei risultati. Innamorato della sua tecnica, e di una malintesa (e tematicamente non giustificata) visionarietà, Medem sbaglia gli ingredienti e la loro misura, non riesce (e forse neanche prova) ad integrare la componente più terrena della storia, quella del disfacimento del corpo della protagonista, con la sua supposta dimensione spirituale; indugiando invece in patetismi (mal) colorati di melodramma, che finiscono per suscitare rifiuto e repulsione, più che la ricercata empatia. Fino a un finale tanto grottesco quanto (disgraziatamente) prevedibile: naturale approdo, nel segno della pacchianeria, di un’opera che era già abbondantemente deragliata, restando priva di sostanziali motivi di interesse.

Info
Il trailer italiano di Ma Ma – Tutto andrà bene su Youtube.
La scheda di Ma Ma – Tutto andrà bene sul sito del Biografilm.
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