La casa delle estati lontane

La casa delle estati lontane

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Con due anni di ritardo arriva nelle sale italiane La casa delle estati lontane, esordio alla regia di Shirel Amitay e fermo immagine su uno dei momenti più dolorosi della storia israeliana, l’omicidio di Yitzhak Rabin.

Senza patria

Israele, 1995. La pace è finalmente tangibile. Nella piccola città di Atlit, Cali ritrova le sue due sorelle, Darel e Asia, per vendere la casa ereditata dai genitori. Tra momenti di complicità e incontenibili risate, riaffiorano i dubbi e gli antichi dissapori, ma appaiono anche strani convitati che seminano un’allegra confusione. Il 4 novembre il processo di pace viene annientato, ma le tre sorelle rifiutano di abbandonare la speranza. [sinossi]

Al di là del suo valore estetico, La casa delle estati lontane si segnala per la volontà di mettere in scena – pur in maniera laterale – un momento chiave della storia di Israele nei suoi rapporti con la Palestina e l’intero mondo arabo. L’assassinio di Yitzhak Rabin, ucciso dal colono Ygal Amir, membro dell’estrema destra israeliana, annientò quasi completamente il tentativo di rappacificazione tra lo stato di Israele e quella Palestina mai riconosciuta; il colpo di Beretta che risuonò il 4 novembre del 1995 bastò a deviare su un binario morto il trattato di pace firmato a Oslo nel 1993 da Rabin e il leader dell’OLP Yasser Arafat. A venti anni di distanza da quei tragici fatti la situazione politica si è ancor più incancrenita, complici gli eventi che hanno fatto seguito al crollo delle Torri Gemelle, a partire dalla destabilizzazione del Medio Oriente e dal rafforzamento di gruppi politici prossimi al fanatismo islamico quali Al-Qāʿida e l’Isis. La morte di Rabin diventa dunque il simbolo di un sogno di pace accantonato in fretta, annientato, ridotto al silenzio.
Il cinema israeliano, storicamente poco a suo agio con l’istituzione statale, non ha mai avuto però il coraggio di affrontare di petto quell’evento traumatico, preferendo farlo sfumare nella metafora, lasciandolo spesso nel non detto; la morte di Rabin, in qualche modo, assume i contorni della testa esplosa a Dallas di John Fitzgerald Kennedy.

Riguardo questa difficoltà a portare sul grande schermo l’omicidio del premier fa eccezione, è ovvio, quel Rabin, the Last Day di Amos Gitai che l’anno scorso a detta di molti avrebbe meritato il Leone d’Oro della Mostra di Venezia andato poi all’anonimo Ti guardo di Lorenzo Vigas (sui disastri compiuti dalla giuria capitanata da Alfonso Cuarón si potrebbe scrivere molto); con il rigore e la lucidità politica ed estetica di Gitai ben poco ha a che vedere La casa delle estati lontane, dramma familiare in interni con il quale nel 2014 ha esordito alla regia Shirel Amitay e che approda in sala in Italia con due anni di ritardo.
Nella storia delle tre sorelle Cali, Darel e Asia, che ritornano in Israele nella piccola cittadina costiera Atlit (situata a sud di Haifa, nel nord del paese, a poco più di cinquanta chilometri dal confine con il Libano), si rintracciano tutte le difficoltà e i compromessi di un cinema borghese che agogna l’impegno ma scende con più facilità a patti con le regole incardinate del prodotto medio. L’ora e mezza canonica, tempo messo a disposizione dalla regista per permettere alle tre sorelle di appianare le divergenze, comprendere che la vendita della casa dei genitori le renderà forse più ricche ma non pacificate e che l’amore/odio verso la propria terra di origine non può essere solo estirpato, ma deve essere vissuto e metabolizzato, è infarcita di battibecchi, banalità sul vivere quotidiano e sui rapporti con i “vicini” arabi, senza che la Amitay sembri mai davvero interessata a ciò che sta mettendo in scena. Anche il tanto atteso discorso alla nazione di Rabin, culmine della grande manifestazione per un pace che rimarrà semplice aspirazione, viene utilizzato in modo meccanico, anticipato dalla televisione e dalla radio; ma ancor più deleteri appaiono gli inabissamenti nel magma onirico, con i defunti genitori (interpretati dall’armeno-canadese Arsinée Khanjian e dall’italiano Pippo Delbono) che intervengono nelle discussioni delle sorelle, “riprendendo” vita.

Indeciso tra i toni da commedia buffa e la tragedia, La casa delle estati lontane resta un corpo inerme, che non esprime mai interesse nella propria natura ma deve far ricorso all’escamotage storico, all’elemento vero, ai fatti, per trovare una propria collocazione. A poco serve la verve delle tre protagoniste, e ancor meno le “buone intenzioni” dalle quali dovrebbe aver preso vita il tutto. Cinema superfluo e semplicistico – la lettura politica si fa farraginosa quando non si affronta fino in fondo l’adesione che il nazionalismo israeliano trovò in buona parte della popolazione –, adagiato nella comoda culla della co-produzione con l’Europa (l’onnipresente Francia, ovviamente), La casa delle estati lontane serve ad assolvere più che a problematizzare, tranquillizzando a suo modo spettatori che al contrario dovrebbero essere traumatizzati, per avvicinarli a comprendere davvero quell’inferno che un semplice colpo d’arma da fuoco contro un essere umano contribuì a creare.

Info
Il trailer de La casa delle estati lontane.
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