The Space in Between: Marina Abramovic and Brazil

The Space in Between: Marina Abramovic and Brazil

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Presentato al Biografilm Festival, The Space in Between: Marina Abramovic and Brazil accompagna nel suo viaggio attraverso il Brasile la grande performance artist Marina Abramovic, alla ricerca di sette, di culti marginali e di una matrice spiritualistica della sua arte.

Te lo do io il Brasile

In viaggio in Brasile alla ricerca di nuovi stimoli creativi, Marina Abramovic intraprende un percorso di guarigione spirituale. Incontra medium a Abadiania, erboristi a Chapada, sciamani a Curitiba. [sinossi]

Il Brasile: un paese enorme dove sopravvive un coacervo di riti ancestrali, spiritualismo, credenze arcaiche, superstizioni, un melting pot di iconografie religiose di tutto il mondo, una terra magica permeata da una natura rigogliosa e imponente. Marina Abramovic: la grande performance artist che ha sempre lavorato sui limiti del corpo, sul dolore fisico, sull’autolesionismo, sulla ritualità, sull’emotività e la spiritualità. L’incontro tra l’artista e il paese sudamericano, il suo viaggio attraverso lo sterminato territorio alla ricerca di sette, culti, pratiche stregonesche, manifestazioni di un’energia spirituale sotterranea, sono oggetto del documentario di Marco Del Fiol, The Space in Between: Marina Abramovic and Brazil, presentato al Biografilm Festival nella sezione Biografilm Arte.
Perché in fondo quelle pratiche magiche, quei rituali esoterici che vengono esplorati, sono essi stessi delle forme inconsce di performance art, e il viaggio della Abramovic alla loro scoperta, anche soggiornando a lungo come adepta in quelle comunità spirituali, è esso stesso un’opera dell’artista. Artista che ha sempre viaggiato nel reale, nell’interazione con gli spettatori, proprio come un taumaturgo.

Il film inizia con la Abramovic che si dirige verso una grande grotta/caverna rivendicando la sua natura di artista come sciamana. La prima parte del documentario è quella più controversa. Siamo all’interno della setta di João de Deus (avrà preso il nome dal personaggio di João César Monteiro?), un guaritore del tutto simile a quelli filippini che spopolavano una volta attirandosi le ire di Piero Angela. Radunati attorno a lui tanti malati terminali, vestiti in tunica bianca, con la speranza di una miracolosa salvezza. Il regista Marco Del Fiol lo riprende, senza filtri e con crudezza, nelle scene raccapriccianti delle sue, presunte, operazioni chirurgiche, eseguite senza anestesia, con coltelli da cucina. Senza porsi il dubbio di essere di fronte a un pericoloso ciarlatano, un maestro di vita come quel Do Nascimento di wannamarchiana memoria. Poco importa però al regista, come alla stessa Abramovic: abbiamo a che fare con delle opere performative, anche estreme, sul corpo che ne prevedono anche il dilaniarsi.
Più interessanti e simpatici, e folkloristici, gli altri santoni incontrati lungo il viaggio, dalla donna sedicente vecchissima (nelle sue parole sembra vero: la sospensione dell’incredulità in un documentario), a quella che si dichiara posseduta mentre prepara i cibi e l’arte culinaria diviene essa stessa un rito. E poi litanie di preghiere, danze. Poco importa, arrivati a questo punto, la verosimiglianza scientifica di quello che vediamo. Se la donna ritratta nella fotografia stia lievitando o semplicemente saltando. Il sapere scientifico è un’altra cosa ed è stato prodotto da un’altra cultura. E in fondo “in tutto c’è un mistero”, come dice Donna Flor.

Viene evidenziato il sincretismo, il pastiche culturale brasiliano, citando espressamente il mistico armeno Georges Ivanovič Gurdjieff, che è stato ispiratore, non a caso, del lavoro di Peter Brook come quello di Franco Battiato. La capacità di mescolare simbologie celtiche e indiane. Del Fiol coglie anche alcune curiosità sull’artista, catturate durante il lungo viaggio, come il fatto che si nutra di aglio e cipolla, non pelata, per assumere antibiotici naturali. E questo sarebbe, come si dice, il vero metodo Abramovic.
L’arte della performer passa quindi attraverso la purificazione del proprio karma, la trasformazione mistica, l’elevazione a un io superiore attraverso la pratica della performance. L’arte anche come nomadismo. E così il documentario diventa un’opera di videoarte, nella ripresa delle sue pratiche artistiche, nel farsi cospargere di terra, dalla madre terra, o da una coperta di foglie, nel galleggiare nell’acqua, nel manipolare cristalli di quarzo, gli occhi della terra, nel ritrarsi davanti a una grande cascata. Ma la vera dimensione sovrannaturale è già in realtà tutta lì, in quel volto spiritato dell’artista di origine serba. Quel volto ammaliante e ipnotico che ha messo in gioco, per esempio, nel suo celebre The Artist is Present, in cui fissava lo spettatore seduto di fronte a lei. Ora lo sguardo della Abramovic si rivolge, con la stessa postura, verso paesaggi immensi, verso interminati spazi.
Tra arte performativa e sciamanesimo c’è anche il cinema e il suo ruolo viene rivendicato fortemente dal regista Marco Del Fiol che lascia più volte alcuni momenti di backstage. “Ok, stiamo girando”, si sente a un certo punto. L’arte performativa è anche questa.

Info
Il sito ufficiale di The Space in Between: Marina Abramovic and Brazil.
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