Westfront 1918

Westfront 1918

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Al Cinema Ritrovato di Bologna è stato possibile riscoprire Westfront 1918, sbalorditivo film bellico diretto da Georg Wilhelm Pabst nel 1930. Un’opera pacifista di una potenza disarmante, in clamoroso anticipo sui tempi.

In guerra

Francia 1918. Negli ultimi mesi della Prima Guerra Mondiale, quattro fanti – il “bavarese”, un giovane uomo conosciuto come “lo studente”, Karl e il tenente – trascorrono qualche giorno di riposo lontano dal fronte. Durante questo breve periodo lo studente si innamora di una contadina francese, Yvette. Tornati al fronte, i quattro soffrono le difficoltà di tutti i giorni della guerra, tra le sporcizie e i pericoli della trincea la morte che incombe minacciosa su di loro. [sinossi]

Tra i molti meriti di un festival come il felsineo Il Cinema Ritrovato c’è quello di ricordare a tutti come il cinema sia uno scrigno dal fondo pressoché infinito, dal quale (a patto di avere la voglia di scavare e di cercare con attenzione) si possono estrarre di continuo gemme lucenti. Perfino le filmografie degli autori più conclamati possono nascondere meraviglie sperdute o finite chissà come nel dimenticatoio. Lo ha dimostrato fin dai primi giorni, in questa trentesima edizione, il recupero di Shin Heike monogatari di Kenji Mizoguchi, lo ribadirà quello di Der Müde Tod, opera giovanile di Fritz Lang restituita a nuova vita.
Ma nulla potrà con ogni probabilità competere con il senso di stupore e di meraviglia che ha accompagnato la visione, nella sala del Cinema Arlecchino, di Westfront 1918: Vier von der Infanterie, anticipato dalla presentazione di Julia Waldmüller e Martin Koerber della Deutsche Kinemathek, che si sono dilungati sulle difficoltà incontrate nel restaurare un’opera dai materiali così compromessi. In realtà la copia presentata a Bologna nel complesso è sembrata di ottima qualità, riuscendo in particolar modo a restituire due degli aspetti fondamentali del film: l’eleganza e l’agilità del montaggio e l’utilizzo a dir poco stordente del sonoro.

Westfront 1918 fu il primo film sonoro diretto da Pabst, e raggiunse le sale tedesche quando la maggior parte di queste non era ancora attrezzata a dovere per accogliere un’opera così coraggiosa nell’affrontare la nuova tecnologia a disposizione. In paragone a quel che si sente nel coevo All’ovest niente di nuovo di Lewis Milestone, contributo della Universal alla corrente pacifista, Westfront 1918 appare come un continuo bombardamento a colpi di mortaio, in grado di ferire le orecchie dello spettatore. Non sorprende leggere nei resoconti dell’epoca – tra i quali va annotato il punto di vista di Siegfried Kracauer – che molti spettatori preferirono abbandonare la sala a film in corso. Pabst in effetti porta a termine un’operazione dolorosissima, ben distante dal lirismo rintracciabile nel film di Milestone: la Prima Guerra Mondiale è solo un ammasso di terra, fango, catapecchie di legno, trincee instabili e pericolanti, spianate desertiche invase dai cadaveri dei soldati, follia, sangue, disillusione e morte. Aderendo in pieno alle teorie della “Neue Sachlickeit”, la nuova oggettività che si poneva in opposizione all’espressionismo e al kammerspiel, Pabst trasforma la trama in ogni caso labile di Westfront 1918 in un’istantanea sulla barbarie quotidiana della guerra, che vede i soldati mandati al macello senza alcun motivo, senza alcun costrutto, senza alcun risultato. L’ora e mezza durante la quale si dipana Westfront 1918 è una lunga agonia, carneficina che assume a tratti i contorni del documentario e penetra negli occhi e nella mente del pubblico.
Visto a ottantasei anni dalla sua realizzazione è ancora un pugno nello stomaco difficile da assorbire, considerazione che può solo far comprendere quanto dovesse essere straziante, quasi insostenibile affrontarlo all’epoca. Per di più Pabst inserisce nel film anche un chiaro messaggio internazionalista, una scelta che esalta l’aspetto più retorico dell’insieme ma allo stesso tempo lo smarca dal proprio tempo, rendendolo universale e sempre attuale.

Anche per questo le accuse che gli furono mosse anche da sinistra, compresa quella di non aver cercato di analizzare i motivi geopolitici che spinsero l’Europa e il mondo intero in guerra, risultano oggi piuttosto risibili: il fronte francese del 1918 è solo il paradigma delle atrocità cui viene costretto l’uomo dal potere che lo sovrasta e lo comanda. Potrebbe essere altrove e in un’altra epoca, il concetto rimarrebbe valido. È proprio Kracauer, pur tutt’altro che entusiasta, a cogliere il punto determinante dell’opera: “Già una generazione è giunta all’età adulta senza conoscere direttamente quegli anni. Deve vedere e rivedere ciò cui non ha potuto assistere con i propri occhi. È poco verosimile che questa visione le serva di monito, ma deve sapere com’è andata”. La storia insegna che il monito cadde nel vuoto in breve tempo in Germania, visto che nel 1933 salì al potere il partito Nazionalsocialista di Adolf Hitler, che non a caso si affrettò a censurare e rendere impossibile la visione di Westfront 1918, accusandolo di fiaccare la volontà tedesca, predisposta invece – a dire di Hitler – alla conquista del nemico, al predominio sull’avversario.
Ma sarebbe davvero riduttivo fermarsi a disquisire sul “messaggio” lanciato da Pabst, senza analizzare come questo messaggio viene veicolato. Westfront 1918 è un’opera di una maturità sorprendente, in clamoroso anticipo sui tempi: già il piano sequenza iniziale, con il quale la macchina da presa si muove all’interno della trincea, seguendo i soldati e le loro azioni meccaniche, spaurite e senza senso, eleva il lavoro di Pabst al di sopra di qualsiasi altro film bellico di quegli anni. I fluidi movimenti della macchina da presa, le scelte mai banali di campo e controcampo, la brutalità di un montaggio che non lascia un granché all’immaginazione, la capacità di utilizzare gli elementi reali per fonderli alla ricostruzione, fanno di Westfront 1918 il primo film in grado di riprodurre la guerra in tutte le sue aberrazioni sullo schermo. In ben più di un passaggio sembra di trovarsi di fronte a Orizzonti di gloria di Stanley Kubrick, che è però di quasi trenta anni successivo, o addirittura si ha l’impressione di avere a che fare – anche per il forte senso di degrado e disillusione – con la lettura (new) hollywoodiana dell’intervento armato in Vietnam.
Fautore di una retorica dell’antiretorica, Pabst firma uno dei più grandi film pacifisti di ogni tempo; Westfront 1918 meriterebbe di essere annoverato tra i capolavori del suo cinema, al pari de La via senza gioia, Lulù – Il vaso di Pandora, Diario di una donna perduta e La tragedia della miniera, con quest’ultimo che sembra quasi la naturale prosecuzione del discorso sull’internazionalismo e il realismo. La speranza è che il restauro e la proiezione bolognese siano il primo passo verso una completa riscoperta dell’opera di Pabst, regista morto dimenticato dal mondo del cinema poco meno di cinquanta anni fa, e tutt’ora abbandonato al proprio destino.

Info
Westfront 1918, il film su Youtube.
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