Peau de pêche

Melodramma fieramente anticonvenzionale e dal sorprendente epilogo rurale, Peau de pêche è stato riproposto sugli schermi de Il Cinema Ritrovato all’interno dell’omaggio dedicato a Marie Epstein, attrice, sceneggiatrice, regista e conservatrice dagli anni Cinquanta ai Settanta presso la Cinémathèque, al fianco di Langlois.

Scappo dalla città

Peau de pêche è un piccolo orfanello di Montmatre. Dopo aver restituito una preziosa collana a una bella e abbiente sposa, viene accolto a vivere in campagna presso gli zii contadini. Qui fa amicizia con il coetaneo Ficelle e, una volta diventati adulti, entrambi si innamorano di Lucie, la vivace cugina di Peau de pêche.

Giocare con i cliché non è certo una pratica che di primo acchito viene da accostare ad una pellicola muta del 1929. Ma questa attività ludica tipica di certo cinema postmoderno, la si può ritrovare – seppur certo in altre forme – nelle scelte narrative fieramente anticonvenzionali di Peau de pêche di Jean Benoit-Levy e Marie Epstein, ed è un sintomo lampante non solo della maturità che il melodramma aveva già da tempo raggiunto all’epoca (i suoi cliché erano evidentemente ben definiti, altrimenti i due autori non avrebbero potuto aggirarli con così tanta arguzia), ma anche della riuscita alchimia tra i due registi, capaci di scelte talmente originali da far impallidire la produzione contemporanea.

Melodramma con racconto di formazione indirizzato insospettabilmente verso l’esaltazione della purezza primigenia della vita rurale, Peau de pêche è stato ora riproposto sugli schermi de Il Cinema Ritrovato 2016 all’interno della retrospettiva Marie Epstein, cineasta. Attrice e sceneggiatrice per i film del fratello Jean, co-regista con Jean Benoit-Levy di sei lungometraggi, conservatrice di lungo corso presso la Cinémathèque française, Marie Epstein rappresenta una figura fondamentale all’interno della storia del cinema francese, un’intellettuale del cinema ad ampio spettro, cui il festival bolognese si propone giustamente di rendere la fama che le spetta.
Di certo la sensibilità femminile della Epstein ha contribuito non poco a tratteggiare con cura e sincera empatia i personaggi di questa storia, lontani da qualsiasi manicheismo e in qualche maniera sempre imprevedibili nelle loro scelte di vita e comportamento. O forse il delicato equilibrio di Peau de pêche, quella sua misteriosa capacità di spiazzare lo spettatore lavorando di fino sui codici del melodramma senza scardinarli del tutto, è dovuto piuttosto al fatto che a governare la messinscena ci siano due registi, ciascuno con la propria sensibilità e il proprio cristallino talento.

Tratto dall’omonimo romanzo di Gabriel Maurière, il film narra la storia del vivace orfanello di strada parigino noto nel quartiere di Montmartre come Peau de pêche (pelle di pesca, alla lettera). Il piccolo vive le sue giornate in strada con un gruppetto di coetanei, adora ritagliare riviste e trascorre le sue notti nel cadente appartamento di una coppia poco affettuosa e dedita all’arte di arrangiarsi, più o meno legalmente. Un giorno, Peau de Pêche resta incantato di fronte all’incedere, sulle scale della cattedrale, di una bella e abbiente sposa. Accortosi che la donna ha smarrito una preziosa croce di perle, il ragazzino si affretta a riportargliela in hotel ma, consegnatala a un fattorino, decide poi di andare via senza aspettare alcuna ricompensa. Venuti a conoscenza della cosa, i suoi “genitori per caso” non la prendono bene, vista la vita miserevole che conducono, ma quella misteriosa sposa andrà a cercare Peau de pêche per regalargli una giornata indimenticabile, tra abiti nuovi, buona musica, e l’illusione di un, seppur temporaneo, affetto materno. Al suo ritorno a casa, gli abiti nuovi finiscono subito sequestrati dalla padrona del tugurio, che si affretta a rivenderli, mentre il ricordo di quella donna, resterà per Peau de pêche indelebile.
Fortunatamente poi si fanno vivi dei lontani zii del ragazzo, che lo prendono a vivere con loro in campagna. Qui avrà luogo un nuovo tipo di apprendistato per il nostro protagonista: troverà un’amicizia sincera nel compagno di scuola Ficelle e proprio con lui si contenderà l’amore della cugina, la frizzante e indipendente Lucie.

Avendo ben presente la ricerca formale dell’impressionismo francese (d’altronde Marie aveva già lavorato a lungo con il fratello Jean), Marie Epstein e Jean Benoit-Levy alternano sprazzi di messinscena dall’elegante visionarietà a tratti caratteristici del realismo poetico. Nella parte parigina di questa storia, la vita di strada è descritta con schietto realismo, ma si respira, specie nel nostro protagonista, la forte dignità di un proletariato che non rinuncia alla propria integrità anche di fronte alla visione del lusso più sfrenato. Nella descrizione di quest’ultimo, i due autori si concedono momenti più contemplativi e di ricerca formale, basti pensare a quel velo che avvolge la sposa e va poi a sovrimprimersi sul volto del nostro Peau de pêche, rapito in un estasi materna che tornerà anche nei suoi ricordi. Sorprendenti sono poi le inquadrature che i due registi dedicano all’ascensore dell’hotel dove si reca il ragazzino per restituire la collana, momenti onirico-avveniristici di grande suggestione visiva. Lo stesso vale per le scenografie quasi espressioniste dell’appartamento in cui la sposa-madre accoglierà poi il bambino, dove alle decorazioni stilizzate di una carta da parati dipinta a mano, si accompagnano i disegni geometrici dei numerosi tappeti stesi sul vasto pavimento.

Sarebbe un errore leggere però in queste deformazioni scenografiche anche una volontà di contrapposizione netta tra la miseria della vita di strada e quella agiata dei ricchi, le due cose coesistono nella Parigi raccontata in Peau de pêche, è un dato di fatto, i ricchi non sono “cattivi”, sono hanno solo più denaro degli altri e i poveri serbano gelosamente orgoglio e dignità, non li svendono per una manciata di franchi. Certo, la coppia che “ospita” Peau de pêche è un po’ più gretta degli altri componenti del resto della plebe, ma anche quando il loro comportamento sembra indirizzare il film verso soluzioni alla Oliver Twist dickensiano, il film riesce a sorprenderci, virando verso tutt’altri lidi.
Ecco infatti che con l’adozione del protagonista da parte degli zii contadini, Peau de pêche si trasforma in un racconto di formazione rurale, e la macchina da presa dei due autori pare librarsi in un’estasi contemplativa nel raffigurare una natura rigogliosa, dove i riflessi della luce sull’acqua di un fiume ammaliano ben più di un candido velo da sposa e i sentimenti del protagonista, prima solo vagheggiati, esplodono al sole della campagna. E proprio quando l’amicizia virile tra Peau de pêche e Ficelle sembra stia per trasformarsi nella classica rivalità tra uomini per il possesso della donna amata, ecco che il film riesce a sorprenderci di nuovo, per andare a chiosare poi su un vero e proprio inno alla vita, dove alla similitudine tra il raccolto e la nascita di un bambino si accompagna persino l’immagine gloriosa del suo allattamento. Cose che nessun melodramma odierno avrebbe più il coraggio di mostrare.

Info
La scheda di Peau de pêche sul sito di Il Cinema Ritrovato.
  • peau-de-peche-1929-marie-epstein-01.jpg

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