Fuga in Francia

Fuga in Francia

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Inserendo nel contesto del cinema di genere i nodi irrisolti dell’Italia della ricostruzione – dalla mancata solidarietà collettiva alla mimetizzazione dei fascisti – Mario Soldati riusciva a realizzare con Fuga in Francia un capolavoro del noir, debitore del cinema americano e del tutto in controtendenza con il coevo neorealismo. Al Cinema Ritrovato 2016.

Comme facette mammeta

Riccardo Torre è un ex gerarca fascista condannato a morte per crimini di guerra. Cerca di espatriare in Francia e a tal scopo progetta di entrarvi clandestinamente passando per il valico dell’alta Val di Susa. Pernotta nella cittadina di Oulx, insieme al figlio, e lì comincia a trovare una serie di ostacoli per la realizzazione del suo piano. [sinossi]

Le varie vulgate sulla storia del cinema – o anche di conseguenza la pigrizia mentale del singolo studioso/critico/spettatore – tendono a semplificare le linee e le tendenze. Così ad esempio il neorealismo è il cinema della nostra ricostruzione, la scaturigine di una stagione epocale. Negarlo sarebbe risibile, però in contemporanea – in ogni cinematografia – è sempre possibile trovare delle possibili linee alternative (delle linee di fuga?), non necessariamente da vedere in contrapposizione. Dunque un film come Fuga in Francia, realizzato da Mario Soldati nel 1948 e sceneggiato tra gli altri da Emilio Cecchi, Cesare Pavese ed Ennio Flaiano, avrebbe potuto segnare un percorso diverso del nostro sistema cinematografico, capace ipoteticamente di stravolgerne la storia, o quantomeno di ‘ispessirla’ e di stratificarla.
Infatti, Fuga in Francia è un capolavoro impressionante del cinema noir, che riprende la tradizione del cinema americano (soprattutto nella declinazione datagli in quegli anni da Fritz Lang), ma che allo stesso tempo è capace di radicarne motivi, segni e codici nel tessuto dell’Italia dei primi anni della ricostruzione. Se dunque qualcuno avesse seguito questo esempio inusuale e inusitato, avremmo avuto a partire dagli anni Cinquanta un diverso cinema di genere, non direttamente figlio della Hollywood sul Tevere e quindi apertamente ‘di consumo’ (come i peplum), quanto filtrato dalla rivisitazione intellettuale del codice narrativo per eccellenza più ambiguo e amorale (il noir, per l’appunto). Ma si fa dell’ipotetico storicismo…
Quel che si spera allora è di ‘ritrovare’ davvero questo film, che è stato presentato alla trentesima edizione del Cinema Ritrovato nell’ambito dell’omaggio dedicato a Mario Soldati. ‘Ritrovarne’ – al di là di questa riproposta bolognese – il senso, la forza e l’attualità, sia stilistica che politica.

Soldati innanzitutto ci stupisce scegliendo come protagonista un personaggio negativo ed enigmatico, in un modo in cui nel nostro cinema forse solo il Fernando Di Leo di Milano Calibro 9 è riuscito a fare. L’ex partigiano, noto caratterista (tra cui in La grande guerra) e autore di un unico film da regista (Gente d’onore del 1967), Folco Lulli interpreta un gerarca fascista in fuga dall’Italia della ricostruzione, condannato a morte per crimini di guerra. Ma nella fase iniziale del film noi vediamo Riccardo Torre (questo il nome del personaggio) con gli occhi di un bambino, suo figlio che scappa dal collegio e vuole seguirlo in Francia. Quindi, pur ammantato di ambiguità e di doppiezza, l’uomo ci appare come un padre discretamente premuroso, con cui è inevitabile identificarsi. Ma quando i due arrivano a Oulx, in alta Val di Susa, a pochi chilometri dal confine, le cose si complicano. Nella locanda in cui passano la notte, Torre viene infatti riconosciuto dalla cameriera, che era un tempo la sua donna di servizio. La ragazza vorrebbe comunicare la notizia forse ai tre ragazzi pronti anche loro a espatriare oltralpe, ma ‘solo’ per guadagnarsi da vivere, o forse al carabiniere locale che le “fa il filo”.
In questa lunga sequenza Soldati riesce a costruire una tensione quasi insostenibile, giocando con abilità magistrale sull’uso degli spazi (la cucina sul retro, i tavoli ai diversi lati della locanda, il gioco di sguardi) e su una serie di elementi scenici la cui importanza verrà svelata solo più avanti (il giornale dove è stampata la foto del ricercato Riccardo Torre).
Finita questa sequenza ci sarebbe già da dirsi soddisfatti, e invece un’altra notevole qualità di Fuga in Francia sta nel fatto di saper ‘ricostruire’ ogni volta la tensione, in situazioni e momenti diversi, con sottilissimi slittamenti comportamentali dei personaggi. Tutto questo, fino all’apice: l’ex caserma tra i monti innevati del Piemonte, dove Torre, il figlio e i tre ragazzi si trovano a fare i conti con la loro vera personalità.
E qui accade l’impensabile: uno dei tre giovani comincia a suonare la sua fisarmonica e, mentre canta Comme facette mammeta, vede il giornale e capisce chi è veramente Torre. La canzone continua, Torre si accorge di essere stato riconosciuto, e i due iniziano un surreale e insieme tesissimo gioco di sguardi e di balletti. Al di là della riuscita della scena, che è sbalorditiva, non può non venire in mente la situazione incredibilmente simile che segna il turning point narrativo di The Hateful Eight, con Jennifer Jason Leigh che, mentre suona la chitarra, attende speranzosa che Kurt Russell beva il caffè avvelenato. Come dire, ancora una volta Tarantino ci stupisce con la sua onnisciente cinefilia.

Ma le sorprese di Fuga in Francia non finiscono qui. Ci viene infatti il sospetto che persino Orson Welles abbia preso qualcosa da questo film di Soldati, con particolare riferimento all’iconografia di Riccardo Torre/Folco Lulli che è somigliante in maniera quasi letterale all’Akim Tamiroff di Mr. Arkadin. In quel film del 1955 Tamiroff interpreta un personaggio che è sopravvissuto ai rovesci della guerra e che ha evidentemente anche lui un passato di nazi-fascista; non a caso nella soffitta in cui abita c’è un ritratto di Hitler buttato a terra. D’altronde Welles arriva in Italia proprio nel ’48 e dunque è molto probabile che abbia visto Fuga in Francia. E addirittura certe atmosfere da thriller picaresco che connotano il film di Soldati sembrano essere riecheggiate in Mr. Arkadin, che è anch’esso – anche se più o meno indirettamente – dedicato alla difficile ricostruzione post-bellica, in questo caso non solo italiana, quanto europea.

Ci sarebbe tanto altro da dire su Fuga in Francia, dal brillante uso del dialetto piemontese alla sempre efficace scelta degli spazi scenici (non solo la locanda e l’ex caserma sui monti, ma anche la modesta stanzetta della cameriera o il gabbiotto al di là del confine), passando anche per la coralità del racconto che si focalizza in maniera naturale quanto precisissima ora su uno ora un altro personaggio (e tra gli interpreti c’è anche Pietro Germi), senza dimenticare – ancora – la progressiva presa di coscienza del figlio del gerarca (percorso che va letto come lo sguardo della giovane nazione che si trova a guardare il proprio paese con occhi diversi e che, in questo caso, è molto simile al leitmotiv neorealista del ‘i bambini ci guardano’). Ma per ora basti di nuovo sottolineare che da Fuga in Francia hanno probabilmente preso ispirazione in tempi diversi, sia Orson Welles che Tarantino. Che aspettiamo a farlo anche noi?

Info
La scheda di Fuga in Francia sul sito del Cinema Ritrovato.

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