La caccia

La caccia

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Il Texas profondo, razzista, egoista e violento. Ne La caccia, presentato al Cinema Ritrovato 2016 in un eccellente restauro, Arthur Penn metteva in scena una vicenda corale di odio sociale di bruciante attualità, sia in quel 1966 con l’omicidio di Kennedy a Dallas ancora fresco, sia oggi con il rischio Trump alle porte.

L’infernale Texas

Calder è divenuto sceriffo di Tarl, piccola cittadina del Texas, grazie anche all’appoggio del “padrone” della cittadina, il petroliere Val Rogers. A Tarl la differenza tra la classi sociali è ben rigida: da un lato Val Rogers e la sua combriccola, dall’altro la maggioranza piccolo-borghese – nutrita di invidia sociale verso i più potenti – e infine i poveracci, tra popolazione di colore e qualche bianco dropout. Una giorno si viene a sapere che Bubber Reeves, ragazzo un po’ ribelle ma tutt’altro che malvagio, è fuggito dal penitenziario. Tutti temono che possa tornare in città. [sinossi]

In un festival come Il Cinema Ritrovato ci si può ritrovare improvvisamente ad assistere a dei film che, dal passato, ci riportano a un’attualità scottante e persino sconvolgente, in un modo che può stordire ancor più di quanto non riesca a fare un film a noi contemporaneo. Non tanto per il discorso del “tutto è stato già fatto”, quanto perché ci si spalanca con nettezza – come in una biforcazione spazio-temporale – il funzionamento dei corsi e ricorsi storici. Questo shock è arrivato qui a Bologna con La caccia, quarto lungometraggio di Arthur Penn, colpevolmente relegato nei remoti meandri della nostra memoria, in un passato di studi universitari. E, invece, improvvisamente questo film del 1966 ‘torna’ a noi – in versione restaurata dalla Sony in 4k – con un notevole carico di insegnamenti e di chiavi di lettura.

La storia del film ci racconta che Penn non fu mai soddisfatto del montaggio definitivo, perché il produttore Sam Spiegel intervenne arbitrariamente al montaggio scegliendo i ciak che avevano una recitazione più tradizionale ed eliminando così tutte le scene di improvvisazione. Ma in un cast che presenta, tra gli altri, Marlon Brando, Robert Redford, Jane Fonda, Angie Dickinson e Robert Duvall la qualità altissima della recitazione è senz’altro garantita anche dai ciak ‘sbagliati’, e comunque la personalissima impronta recitativa dei singoli attori è percepibile in ogni momento (si pensi a Brando e ai tentennamenti del suo personaggio, esplicitati da piccoli e significativi movimenti della mano sul volto o sul sopracciglio). Così come è evidente che, proprio in ricordo di questa tendenza all’improvvisazione, vi siano delle scene pensate apposta per rallentare il ritmo (come le due feste, quella sguaiata piccolo-borghese e quella azzimata dell’alta borghesia), con la finalità di lasciare un senso di smarrimento nello spettatore per poi guidarlo improvvisamente verso l’ascesa della violenza finale (è solo ad un certo punto che, ad esempio, ci si accorge che alcuni personaggi sono ormai ubriachi e armati di pistola).

Dunque, al di là (o nonostante) dei tagli, La caccia ci parla con l’afflato epico del grande romanzo e con la lucidità intellettuale di chi riflette dolorosamente sul presente del proprio paese. Dalla vicenda del ‘figliol prodigo’ Bubber Reeves (Robert Redford) che, evaso dal carcere, si ritrova a tornare nella sua cittadina natale in Texas, si scatena una ridda di egoismi che coinvolge sostanzialmente ogni suo concittadino, compresa persino la madre. Ma questa tensione progressiva ha nel film una lunga e studiatissima decantazione. Infatti, dopo dei titoli di testa astratti e già feroci nella messa in scena della violenza (e che potrebbero aver anticipato in qualche modo il finale di La notte dei morti viventi), Penn fa cominciare La caccia come se stesse mettendo in scena un classico escape movie, e in tal senso gioca in modo vintage – tra presente e passato – sulla ‘trentezza’ degli anni Trenta, in una maniera che poi avrebbe approfondito nel successivo Gangster Story. In questo incipit, nonostante un primo omicidio quasi immediato, il tono è infatti quasi da commedia; si veda in tal senso l’apparizione di un’automobile con a bordo una mamma e un bambino afroamericani, che apre – in maniera ancora leggera – il tema dell’apartheid.
Ma di lì a breve veniamo calati nell’ambiente afoso e opprimente della cittadina, governata dallo sceriffo Calder (Marlon Brando), dove per l’appunto vige una rigida divisione tra bianchi e neri e anche tra bianchi ricchi e bianchi poveri. E ‘l’inattualità’ dell’atmosfera da film di genere si trasforma lentamente in ‘regressione’ della vita di confine, là dove la civiltà urbanizzata non è mai arrivata. Il Messico d’altronde non è troppo distante, mentre il petrolio è la base su cui il signorotto locale ha costruito il suo impero ‘dissanguando’ la terra e governando la vita dei suoi concittadini, fino a convincersi che lo sceriffo debba comportarsi come una marionetta nelle sue mani. Ecco che allora sembra di riconoscere più di una traccia di L’infernale Quinlan di Orson Welles, film sulla depravazione e sull’abbrutimento della civiltà americana che poi è stato spesso e volentieri imitato e preso a modello – sovente in modo non dichiarato – in particolare dai registi della New Hollywood.

Al discorso sulla frontiera e sulla ‘colpa’ dello sfruttamento della terra attraverso l’estrazione dell’oro nero (alcuni dei temi fondanti del film di Welles), Penn aggiunge però anche l’orrore verso l’egoismo della middle class e la denuncia della segregazione sociale, tanto che appare sempre più evidente che l’arrivo in città di Reeves/Redford deve essere rimandato il più possibile – e questo elemento vale in tal senso come motore immobile narrativo – per poter permettere il dipanarsi dei vari conflitti. A quel punto – quasi come raccontava Herzog in La Soufrière, rievocando un episodio di eruzione vulcanica in cui morirono tutti gli abitanti dell’isola tranne il più ‘cattivo’, salvato dal fatto di essere stato internato in una cella sotterranea – appare chiaro che l’unico innocente di La caccia è proprio l’evaso, individuato da tutti i suoi concittadini – compresa per l’appunto la madre – come il capro espiatorio, come l’unica figura su cui poter (e dover) riversare le proprie colpe individuali (e sociali) per salvaguardare la propria singola falsa coscienza. E così, in corrispondenza della parte finale si spalanca lo shock: il sacrificio dell’innocente è il sacrificio dell’America e dei suoi valori; non solo la guerra in Vietnam, ma anche l’omicidio di Kennedy (1963), quello di Malcom X (1965), quello di Martin Luther King (1968). È la giustizia sommaria in pubblica piazza, che nasce dalla paranoia della difesa a tutti i costi dei dis-valori dell’America profonda: l’odio di classe, la legge governata dalla violenza delle armi da fuoco, le convenzioni para-religiose, l’ipocrisia familiare e di coppia. È quello che rischia seriamente di tornare alla ribalta con il volto feroce di Donald Trump.

Info
La scheda di La caccia sul sito di Il Cinema Ritrovato.
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