Michael Cimino: addio all’ultimo degli outsiders

Michael Cimino: addio all’ultimo degli outsiders

L’ultimo dei classici, il primo dei ribelli. Ci lascia Michael Cimino, con l’eredità di una filmografia tutta dedicata alla fine del sogno americano e alla sua memoria.

Questo scritto è dedicato a Ciro Giorgini, appassionato cinefilo, profondo conoscitore de I cancelli del cielo, strenuo difensore della memoria.

May beauty be before me.
May beauty be behind me.
May beauty be above me.
May beauty be below me.
May beauty be all around me.
Canto della notte Navajo in Verso il sole, 1996

Dissolversi nel paesaggio, quello vero, maestoso, scenografico, ultimo indistruttibile vessillo di un “American Dream” inseguito e vagheggiato, ma nato su presupposti sbagliati, su un genocidio difficile da redimere. Impossibile non pensare, nell’apprendere della morte di Michael Cimino, all’inquadratura che chiude la storia narrata in Verso il sole (The Sunchaser, 1996), alla sconcertante semplicità di quella dissolvenza, strumento antico delll’arte e del linguaggio cinematografico, perfetta epitome di un anelito di trascendenza. Non servono effetti speciali, niente svolazzi in Computer Graphics. Per descrivere il passaggio dalla materia alla non-più materia, bastano un lago, una montagna sacra, e un corpo umano che vi si dissolve. Il cinema, innanzitutto, nei suoi elementi fondativi, quel cinema al quale Cimino nel 1996, quando la smaterializzazione digitale era già in atto, ha voluto rendere omaggio per un’ultima volta, rifiutando le comodità offerte dall’Avid (nella digitalizzazione della pellicola per passare alla fase di montaggio, si perdevano troppi fotogrammi, diceva sempre) per poter scrivere a chiare lettere nei titoli di coda “Cut on Film”, montato in pellicola. La pellicola, le sue, le nostre origini.
Ma se il pensiero della morte come dissolvenza nel paesaggio ora ci conforta, mentre ci troviamo a fare i conti con una filmografia di soli 7 lungometraggi e numerosi progetti mai realizzati, è d’altro canto proprio all’interno di certi dettagli tecnici (la dissolvenza di cui sopra) che è possibile rintracciare la forza della poetica di un autore unico come Michael Cimino, in quella sua strenua lotta per un’utopia realizzata, con e sul cinema.

Sognatore prometeico, raffinato indagatore della propria cultura e delle sue radici, Cimino è stato l’ultimo dei classici, il primo e il più intransigente dei ribelli. Non era nominato all’interno del “mucchio selvaggio” del movie brats [1] al fianco di Martin Scorsese, Francis Ford Coppola, George Lucas, Steven Spielberg e John Milius, perché leggermente più anziano, e con una formazione universitaria differente, ma Cimino è stato uno dei principali fautori di un’irripetibile Golden Age del cinema americano, la mai troppo rimpianta New Hollywood.
L’industria delle illusioni era in crisi da tempo quando iniziò, in seguito al successo di alcuni film indipendenti (il caso più clamoroso fu quello di Easy Rider), a puntare su una giovane generazione di registi, molti dei quali erano appena usciti dall’Università (UCLA e USC, soprattutto). La prima generazione a sapere chi fosse David Wark Griffith. In questa realtà Cimino si inserì agilmente, anche se non aveva studiato cinema all’Università, bensì arti visive, e la sua carriera sembrava indirizzata verso il nobile mestiere dell’architetto. Fu autore della sceneggiatura di 2002: la seconda odissea (Silent Running, 1972) suggestivo, ipotetico “sequel” di 2001: Odissea nello spazio firmato dall’autore degli effetti visivi del film di Kubrick, Douglas Trumbull. Ma fu quando firmò lo script per Una 44 magnum per l’ispettore Callaghan (Magnum Force, Ted Post, 1973) e grazie all’incontro con Clint Eastwood, che la sua carriera di regista ebbe inizio. Eastwood, che in principio pensava di dirigerlo in prima persona, gli affidò la regia di Una calibro 20 per lo specialista (Tunderbolt and Lightfoot, 1974) restando sia come interprete principale, al fianco di un giovanissimo Jeff Bridges, che in vesti di produttore con la sua Malpaso Company. E il primo film di Cimino è già un inno a un’America perduta [2], una tragedia on the road in cui le colpe dei padri (in questo caso la Guerra in Corea, argomento poco trattato dal cinema USA) ricadono sui figli, reclamando quel dolente sacrificio della loro innocenza (dopo la Corea, ci fu d’altronde la guerra in Vietnam) che nemmeno un ultimo viaggio verso la “madre-montagna” (anche qui, come poi in Verso il sole) riesce in qualche modo a lenire.
“Serving God and Our Country Proudly” è questa d’altronde la scritta che troneggia, con il suo bagaglio di disillusioni già pronto ad esplodere, sulle teste dei protagonisti de Il cacciatore (1978), mentre sono intenti a festeggiare il matrimonio di uno di loro e si preparano a servire il proprio paese in Vietnam. Cinque Oscar (miglior film, regia, suono, montaggio e interprete non protagonista a Christopher Walken), grande successo internazionale, per una delle migliori pellicole sul Vietnam mai realizzate, capace di condensare il senso ultimo di ogni guerra in una sola metafora (quella della roulette russa) e allo stesso tempo di costruire un racconto umano di ampio respiro che, nel seguire i destini di un gruppo di operai di Clairton, Pennsylvania, emigranti ucraini di seconda generazione esposti al rischio della vita in Vietnam, lascia vibrare ogni corda emozionale. La critica italiana del tempo fu feroce nello stroncare il film, puntando il dito soprattutto sul finale, dove i superstiti si riunivano dopo il funerale di uno di loro e si ritrovavano a mormorare “God Bless America”. Una chiosa amara come poche, che non fu compresa, e fa quasi sorridere oggi leggere certe recensioni d’epoca che tacciavano il film di fanatismo sciovinista, quando non di fascismo. Erano quelli tempi di una critica militante e impegnata, ma certo poco lungimirante, se è vero che quei testi oggi ci appaiono terribilmente datati, mentre il film è ancora qui, testo aperto a innumerevoli letture, monumento eretto a un cinema complesso e magniloquente, romanzesco e tragico, che al momento certo non si fa più.

Non sorprende dunque che proprio la critica nostrana volle poi leggere in I cancelli del cielo (Heaven’s Gate, 1980) la risposta, in chiave marxista di Cimino, al presunto fascismo di cui lo aveva accusato per Il cacciatore. Ma allora certo si propendeva per distinzioni nette, forti convinzioni e categorie marmoree, tutti elementi che poco si addicono alla poetica di Michael Cimino, che è soprattutto quella di una ricerca, dubitativa, dettagliatissima (maggiori i dettagli, maggiori le questioni aperte) sulle proprie origini, sulla storia d’America.
I cancelli del cielo racconta una pagina dimenticata della storia degli USA, quella della Johnson County War, una guerra fratricida avvenuta nel nome del profitto di un ristretto gruppo di agiati allevatori del Wyoming, che non si fecero scrupolo di sterminare una comunità di nuovi arrivati (ancora l’immigrazione, ancora di provenienza est-europea, come in Il cacciatore), che metteva a rischio i loro interessi. A guidare la rivolta degli “ultimi”, ingenui portatori sani del sogno americano, Cimino mette un outsider, lo sceriffo incarnato da Kris Kristofferson, laureato ad Harvard, esemplare di una classe sociale elevata, anche negli ideali, e proprio per questo incapace di trovare un posto nei vasti territori della wilderness.
Ma soprattutto I cancelli del cielo è un film sulla memoria, quella sbiadita delle tante fotografie che costellano il film (nella diegesi troviamo anche il personaggio di un giovane fotografo), quella polverosa di un dagherrotipo che racchiude ricordi personali e collettivi, sogni traditi di una giovinezza oramai finita, di un’innocenza, personale e collettiva, che non c’è più, se mai è esistita. E Cimino applica questa sensazione, visiva ed emotiva, all’intero film, impregnandolo di un immaginario fotografico del passato, attraverso una prodezza tecnica. A rendere possibile quest’ultima è il suo direttore della fotografia, Vilmos Zsigmond, anche lui scomparso quest’anno. I due avevano lavorato insieme per Il cacciatore, e Cimino aveva molto apprezzato il coraggio del dop ne I compari di Robert Altman, dove per restituire quel clima evanescente da post-western, Zsigmond aveva operato una flashatura dalla pellicola, rischiando, con buona pace degli Studios, di rovinare l’intero film, ma arrivando invece a costruirne quel look unico, irripetibile.

Per I cancelli del cielo Cimino voleva qualcosa di simile, ma pretendeva anche allo stesso tempo di avere una profondità di campo totale e persistente, impossibile da ottenere con una flashatura della pellicola. La soluzione fu semplice, elementare (proprio come per il finale di Verso il sole): l’intero set fu cosparso di una polvere chimica in uso al cinema. Certo gli attori erano costantemente intossicati, Zsigmond e la segretaria di edizione dovevano controllare con cura tutti i “raccordi di polvere”, ma Cimino, nel posizionare un giocoliere in strada dietro alle vetrine sporche di un saloon dove i suoi personaggi erano intenti a discutere, poteva strutturare l’azione da qui all’orizzonte. Non c’è da stupirsi dunque se nessun film visivamente assomiglia a I cancelli del cielo, nessun lens flare citazionista contemporaneo serba un pizzico della potenza di quei controluce. Quella della polvere chimica fu solo una delle sfide prometeiche che Cimino si propose per questo film, basti pensare che ricostruì l’intera città di Casper in Montana, all’interno di un parco naturale, e per farlo dovette far edificare il set su una piattaforma di legno sollevata un metro dal terreno.
Tante sono leggende circolate intorno a questo film, il cui budget lievitò fino a 44 milioni di dollari (una cifra molto elevata per l’epoca), la cui prima versione, di 3 ore e 39 minuti uscì nelle sale registrando un sonoro tonfo al botteghino, mentre il secondo montaggio (differente sotto numerosi aspetti, specie il finale, ma sempre firmato sotto la supervisione di Cimino) di poco più di due ore, fu presto ritirato dalle sale. A Hollywood fece comodo allora diffondere la voce che I cancelli del cielo avesse provocato il fallimento della United Artist [3], ma in realtà il suo acquisto da parte della MGM era già deciso da tempo. Gli Studios però stavano cambiando di nuovo rotta e Michael Cimino in quel momento si presentava quale capro espiatorio perfetto per lasciare intendere ai giovani registi che la New Hollywood e i suoi sogni di gloria e libertà creativa erano al tramonto.

In ogni caso, Cimino dopo cinque anni torna a dirigere e lo fa – questo dimostra di certo la sua capacità di dialogare con ancora una volta con “il sistema” – lavorando per uno dei produttori più difficili ed egocentrici di sempre: Dino De Laurentiis. Firma dunque L’anno del dragone (The Year of the Dragon, 1985) splendido noir urbano con protagonista Mickey Rourke (l’attore aveva una piccola parte in I cancelli del cielo) dove Cimino omaggia L’infernale Quinlan (si veda il duello finale sul ponte, tra le altre cose), torna ad affrontare il tema dell’immigrazione (la comunità cinese con la sua storia, a partire dalla costruzione delle ferrovie americane, ma anche il protagonista, Stanley White, reduce del Vietnam di origini polacche), a raccontare illusione tradite (quello di White è uno dei personaggi più tragici e dolenti della sua filmografia), a imbastire il racconto con una cura certosina che non tralascia alcun dettaglio nè personaggio all’apparenza secondario. Resterà negli annali in tal senso il racconto che lo stesso Cimino fece, in occasione di un incontro all’Auditorium di Roma, quando spiegò come difese strenuamente la sequenza in cui il protagonista litiga con la moglie, nella cucina di casa: un momento esemplare di direzione attoriale e costruzione del dramma dei personaggi.

Due anni dopo, Cimino torna dietro la macchina da presa per confrontarsi con il mito e la sua raffigurazione (interessante anche qui il lavoro sull’iconografia del personaggio, a partire dalle foto d’epoca) in Il siciliano (1987) western in trinacria dedicato a Salvatore Giuliano (incarnato da Christopher Lambert), alla sua ribellione, poi repressa nel sangue, contro i ricchi proprietari terrieri (splendida la sequenza della strage di Portella della Ginestra), al suo sogno utopico di annessione della Sicilia agli Stati Uniti. Da profondo ammiratore del cinema italiano (Luchino Visconti in primis, già omaggiato nel valzer del prologo di I cancelli del cielo, ma anche Francesco Rosi, autore dell’indimenticabile Salvatore Giuliano), Cimino compone la sua epica con grande eleganza e con lo spirito da ultimo dei romantici che lo contraddistingue. Il siciliano però non viene pienamente compreso né dal pubblico né dalla critica, specie quella italiana, poco propensa – come al solito – a vedere spettacolarizzata una pagina della storia del suo paese.

Cimino tornerà poi a lavorare con De Laurentiis e con Mickey Rourke per Ore Disperate (Desperate Hours, 1990) remake dell’omonimo film di William Wyler del 1955. La pratica del rifacimento e la quasi totale unità di luogo della storia (tutta ambientata nella ricca magione dei coniugi Cornell – incarnati da Anthony Hopkins e Mimi Rogers – dove fa irruzione il fuggiasco Michael Bosworth incarnato da Rourke) stanno decisamente strette a Cimino, la cui macchina da presa riesce a librarsi in alcuni momenti della pellicola con tutto l’ampio repiro che le compete: memorabile è l’arrivo dell’avvocato incarnato da Kelly Lynch nel carcere in cui è rinchiuso il suo assistito; toglie il respiro poi, dopo l’incessante duello-inseguimento domestico, la sequenza della morte di uno dei complici di Bosworth/Rourke (il fratello, incarnato da Elias Koteas), in un canyon, con tanto di cavalli al galoppo.
L’immagine della fuga alla vana ricerca di una redenzione tornerà a chiudere la sua carriera cinematografica, con Verso il sole, ma c’era già nel finale di Una calibro 20 per lo specialista, e chiude dunque un ipotetico cerchio intorno alla filmografia di Michael Cimino.

Pochi – forse solo Orson Welles – contano una filmografia di progetti non realizzati più nutrita di quella ufficiale. Tra le pellicole di Michael Cimino che non abbiamo potuto vedere spiccano senz’altro il mitologico Conquering Horse, che doveva essere dedicato alla tribù dei Sioux e interamente parlato nella loro lingua, poi c’era The Perfect Strangers, storia d’amore e politica ambientata nella Repubblica Domenicana. Life and Dreams of Frank Costello, con uno script firmato da James Toback, era invece dedicato al fondatore della mafia moderna, mentre con il remake di La fonte meravigliosa (l’originale, firmato da King Vidor era del 1949) Cimino, in omaggio ai suoi studi giovanili, voleva raccontare la storia dell’architetto che più di tutti ha portato avanti un discorso – molto nelle sue corde – sulla relazione tra edilizia e paesaggio: Frank Lloyd Wright. Poi c’è stata la collaborazione con Raymond Carver per una sceneggiatura sulla vita di Dostoevskij, quella con Gore Vidal per un progetto sulla Guerra Civile Americana, poi un western sui cinesi che costruiscono la ferrovia, infine l’adattamento de La condizione umana di Malraux, per il quale era già pronto un cast di tutto rispetto, a partire da John Malkovich e Johnny Depp, anche questo mai partito.
Inutile crucciarsi, lo sapevamo da tempo che Cimino probabilmente non sarebbe mai tornato dietro la macchina da presa (ultima sua regia resta il frammento “No Translation Needed” in Chacun son cinéma) e forse lo sapeva anche lui meglio di noi, pertanto si è dedicato negli ultimi anni alla stesura di romanzi, da Big Jane (Fandango, 2002) a Hundred Oceans (in Conversations en miroir, Gallimard, 2003) e poi si è prodigato nel raccontare, da grande affabulatore quale era, se stesso al proprio pubblico in incontri che si sono tenuti all’Università di Torino nel 2003, in occasione della proiezione in pellicola della versione integrale de I cancelli del cielo, o in quello già citato a Roma, all’Auditorium, poi alla presentazione della versione restaurata (con brevi tagli e inserti aggiunti) in digitale sempre de I cancelli del cielo a Venezia Classici nel 2012, infine alla masterclass a Locarno, solo un anno fa.

Figura unica e profondamente contraddittoria di sognatore disilluso, Michael Cimino ci lascia certo orfani di una nutrita filmografia non realizzata, che ci parla di un meccanismo alla Hollywood Babilonia mai del tutto sopito, dove la grande industria fagocita, come nel mito di Crono, il suo pupillo prediletto per poter continuare a sopravvivere e a nutrirsi. Ed è in quest’ottica che vanno letti i pettegolezzi da anni circolanti sul conto della vita privata di Cimino, appartenenti a quel gabinetto di curiosità da spettacolo circense itinerante che ci parla ancora oggi delle fondamenta malsane e perverse del mito hollywoodiano. A parlare per Cimino, invece, c’è la sua filmografia.

Note
1. “America perduta. I film di Michael Cimino” di Roberto Lasagna e Massimo Benvegnù , ed. Falsopiano, Alessandria, 1998, è il titolo di una delle poche pubblicazione nostrane su Cimino. A sua volta fa riferimento al libro di Bill Bryson “America perduta”, Feltrinelli, Milano, 1997.
2. Così come riportato in The Movie Brats: How the Film Generation Took over Hollywood di Michael Pye, Linda Maysles, ed. Faber and Faber, London, 1978.
3. Esiste anche un libro sull’argomento: Final Cut: Art, Money, and Ego in the Making of Heaven’s Gate, the Film that Sank United Artists di Steven Bach, ed. Newmarket Press, NY, 1986.
Info
L’inizio della masterclass di Michael Cimino a Locarno 2015.
  • michael-cimino-2016-07.jpg
  • michael-cimino-2016-17.jpg
  • michael-cimino-2016-20.jpg
  • michael-cimino-2016-19.jpg
  • michael-cimino-2016-13.jpg
  • michael-cimino-2016-06.jpg
  • michael-cimino-2016-02.jpg
  • michael-cimino-2016-04.jpg
  • michael-cimino-2016-08.jpg
  • michael-cimino-2016-05.jpg
  • michael-cimino-2016-22.jpg
  • michael-cimino-2016-09.jpg
  • michael-cimino-2016-10.jpg
  • michael-cimino-2016-11.jpg
  • michael-cimino-2016-23.jpg
  • michael-cimino-2016-01.jpg
  • michael-cimino-2016-21.jpg
  • michael-cimino-2016-18.jpg
  • michael-cimino-2016-16.jpg
  • michael-cimino-2016-03.jpg
  • michael-cimino-2016-24.jpg
  • michael-cimino-2016-14.jpg
  • michael-cimino-2016-12.jpg
  • michael-cimino-2016-15.jpg

Articoli correlati

  • Cannes 2016

    Close Encounters with Vilmos Zsigmond

    di Documentario sin troppo classico sul maestro della fotografia Vilmos Zsigmond, il film di Pierre Filmon ha comunque il merito di ripercorrerne la carriera e di raccogliere le testimonianze di alcuni dei suoi colleghi della New Hollywood.
  • Speciali

    Speciale Orson Welles

    Dal ritrovamento del Too Much Johnson alla 'ricostruzione' del Mercante di Venezia, tornando alla mitica retrospettiva a Locarno del 2005 e passando per le interviste a Ciro Giorgini e Jonathan Rosenbaum: abbiamo deciso di raccogliere i nostri contributi wellesiani di questi anni in un unico speciale in continuo divenire.
  • Blu-Ray

    Salvatore Giuliano

    di Tragedia di Stato, trasversali idee d'autorità e misteri senza verità. Salvatore Giuliano supera il film-inchiesta e il dato contingente per dirigersi verso universali riflessioni su storia e cinema. Prima volta in blu-ray per Cristaldi Film e CG.
  • Interviste

    Intervista a Ciro Giorgini

    Tra gli autori di Fuori Orario, Ciro Giorgini è anche uno dei massimi esperti del cinema di Welles. Lo abbiamo incontrato per parlare con lui di tutte le questioni ancora aperte intorno al cinema wellesiano...
  • Festival

    Locarno 2016 – Presentazione

    Dedicata a Michael Cimino e Abbas Kiarostami la prossima edizione, la 69esima, del Festival del film Locarno, che si terrà dal 3 al 13 agosto.

COMMENTI FACEBOOK

Commenti

Lascia un commento